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Ten - The Name of the Rose
( 3662 letture )
“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.”

"What's in a name? That which we call a rose
By any other name would smell as sweet."


“La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.”


Perché la rosa? Cos’ha la rosa più di un qualsiasi altro fiore? Perché, più di ogni altra pianta, la rosa ha incuriosito l’animo dei poeti? Forse perché non esiste fiore più bello e delicato che sia allo stesso tempo capace di ferire, grazie alle numerose spine che ne costellano il gambo. In fondo, tutto si riduce sempre ad una contrapposizione tra due elementi, ad una dicotomia: bene e male, caldo e freddo, alto e basso, amore e odio, apollineo e dionisiaco. Può, dunque, questo discorso valere anche per la musica? Beh, il più celebre disco dei Dream Theater offre un ottimo punto di partenza, sostituendo uno dei due elementi con un più evocativo termine, ma sempre di “musica e parole” si tratta. E se si vuole parlare di hard rock alla luce della contrapposizione o della commistione di musica e parole, uno dei più significativi esempi è, appunto, The Name of the Rose dei Ten. Uscito nel 1996, questo capolavoro di classe e gusto verrà per sempre apprezzato per la raffinatezza di entrambi i fattori.

La title-track è storia, un eccellente esempio di hard rock britannico. Gli otto minuti e mezzo di questo brano cominciano con un’atmosfera onirica quasi medievale, per poi virare bruscamente verso un up-tempo grintoso che esorta l’umanità a trovare la consapevolezza che serve per prendere in mano il proprio destino. Wildest Dream è più lenta, e tra il riff di chitarra ed una talk box in lontananza ci accompagna in una visione della donna perfetta. La successiva Don’t Cry è un mid-tempo melodico che non avrebbe affatto sfigurato nelle classifiche oltreoceano del 1986. La voce di Gary Hughes è calda e confortante ed il suo registro da baritono tesse agevolmente una melodia vocale che è impossibile da dimenticare. Turn Around è una ballata senza pretese, che rivendica dignitosamente la quarta posizione nella tracklist. Pharaoh’s Prelude: Ascension to the Afterlife e Wait For You vanno ascoltate di fila e mentre la prima traccia è un’interessante intro strumentale con una voce narrante, la seconda è un capolavoro in ogni suo aspetto. La storia di Osiride non è mai stata così melodica. Diamine se si ascolta volentieri. Un secco arpeggio di Vinny Burns dà il via a The Rainbow, una ballata di media velocità il cui testo è un vero capolavoro. Secondo la visione romantica, non c’è arte senza dolore e da sempre mi trovo d’accordo con questa estetica. Questo testo non può che confermare tale assioma. Through the Fire è un’altra ballad, forse esagerata nel minutaggio, ma sognante al punto giusto per non pesare troppo sull’ascolto. Goodnight Saigon, neanche a dirlo, ci riporta alla guerra del Vietnam. Delle melodie vagamente orientali introducono un mid-tempo che tratta l’orrore della guerra. La veloce Wings of the Storm è fenomenale nella musicalità del testo. La pronuncia perfetta di Hughes è una soffice carezza all’orecchio e rime come liaison - abrasion sono tanto inusuali quanto evocative ed efficaci. La musica non è da meno. C’è addirittura una doppia cassa ad impreziosire questa rocciosa sferzata. Standing in Your Light è una perfetta power ballad: tonalità maggiore, cori angelici e dolci parole. Tanto, tanto gusto. La seguente The Quest non è male, ma obiettivamente, dopo l’ennesimo mid-tempo, il disco poteva già essere finito. Peccato ci sia You’re My Religion a smentire quanto appena detto! Questa canzone è un inaspettato excursus street/glam a stelle e strisce, ma è perfetta per concludere un platter come questo. Forse una linea vocale un po’ più acuta avrebbe ottenuto risultati migliori, ma ci si accontenta volentieri.

Il disco perfetto? No, non lo è. È un ottimo disco, ma non è perfetto. Un difetto che salta facilmente all’orecchio è il tempo leggermente ballerino in alcune canzoni. Non si pretendono i metronomi, però una maggiore attenzione sarebbe stata gradita. L’altro grande neo è che ci sono molti riff già sentiti. Non sono un integralista, mi rendo conto che le note sono sette (o meglio dodici), però ci sono dei momenti in cui si ha l’impressione di star ascoltando un altro CD. Davvero un peccato perché, per il resto, questo è un lavoro di primissima qualità. Mi rendo conto che questi discorsi ricordano molto i capricci di un pignolo che non ha preso la lode, quindi ribadisco che questo è un signor disco. C’è qualche imperfezione, questo è innegabile, ma The Name of the Rose non delude. Fidatevi.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
90.93 su 15 voti [ VOTA]
Aceshigh
Sabato 1 Ottobre 2022, 11.22.36
9
Rispolverato stamattina. Forse non raggiunge i vertici di uno Spellbound, ma poco ci manca. Tolta Turn Around (in effetti a livello melodico un po’ una scivolata in un pop fastidioso) il livello dei pezzi è sempre molto alto, vedasi Wait for You, Don’t Cry, Wildest Dream, Through the Fire… La title-track poi è uno dei loro migliori pezzi in assoluto, non mi stancherebbe nemmeno al milionesimo ascolto. Voto 87
JC
Mercoledì 22 Settembre 2021, 21.01.12
8
Quasi capolavoro. Incredibile ma il meglio doveva ancora venire con i successivi tre album, tutti da consegnare alla storia
Ezra
Mercoledì 22 Settembre 2021, 20.58.12
7
Più che al fiore penso si riferisse ai Rosacroce, intendo Umberto Eco. Poi sti Ten non so proprio, ma di certo non è interesse a livello floreale quello che intendono poeti e scrittori.
Defender of the faith
Mercoledì 22 Settembre 2021, 20.27.52
6
Per me grande disco,come gli altri sicuramente fino a spellbound...non ho mai capito perché i ten non abbiano avuto successo, hanno veramente tutto e la voce di hugles che non è di prima fascia li rende diversi da tutti gli altri e quindi è il punto di forza...cmq continua la maledizione dei magnum...
Rob Fleming
Sabato 13 Febbraio 2016, 15.55.15
5
Al contrario io non mi accodo a coloro che muoiono dietro ai Ten. Quando uscirono ci fu un gran spingere il gruppo, ma a mio avviso ciò era dovuto al fatto che dopo anni di grunge (ottimo in certe sue manifestazioni) la carenza nel genere era tale da far gridare al miracolo anche dove di miracoli non ce n'erano proprio. Detto questo, è indubbio che Name of the Rose, Don't cry, Wait For you You're my religion o Wings of the storm siano brani veramente eccellenti. E' che il gruppo deficita nella ballata vera e propria. E, diciamocelo, Turn around se l'avessero cantata i Backstreet boys non l'avremmo mai nemmeno presa in considerazione
Andrew Lloyd
Lunedì 21 Dicembre 2015, 12.52.22
4
"The Name of the Rose" è forse la miglior canzone hard rock del decennio e da sola vale l'acquisto del disco ( come la title-track nel disco successivo). Punto.
lux chaos
Sabato 10 Agosto 2013, 14.27.24
3
Come Andy anch'io adoro i Ten e la voce calda ed emozionante, anche se non particolarmente ampia come range, di Gary...non considero questo disco l'apice del gruppo, ma rimane ottimo e pieno di pezzi spettacolari per gli amanti del genere, arricchiti dal grandissimo tocco melodico del grande Vinny Burns...grandi!
Andy '71 vecchio
Sabato 10 Agosto 2013, 10.17.19
2
Perfetto,o no,a proposito mi son piaciute le ultime righe "capricci di un pignolo che non ha preso la lode"questo è un capolavoro,adoro i Ten,e questo per me è il loro apice compositivo!Tempi ballerini?io sono un batterista e lo ascolto da quando è uscito e non me ne sono mai accorto.......Non sarò un pignolo!Eheheheheh!Voto 90 strameritato!
Gokronikos
Sabato 10 Agosto 2013, 9.24.09
1
Forse èpropio il fatto che non sia perfetto a renderlo così bello e vero.
INFORMAZIONI
1996
Now & Then Records
Hard Rock
Tracklist
1. The Name of the Rose
2. Wildest Dream
3. Don’t Cry
4. Turn Around
5. Pharaoh’s Prelude: Ascension to the Afterlife
6. Wait For You
7. The Rainbow
8. Through the Fire
9. Goodnight Saigon
10. Wings of the Storm
11. Standing in Your Light
12. The Quest
13. You’re My Religion
Line Up
Gary Hughes (Voce)
Vinny Burns (Chitarra)
Ged Rylands (Tastiere)
Martin “Shelley” Shelton (Basso)
Greg Morgan (Batteria)

Musicisti ospiti:
John Halliwell (Chitarra)
Brian Cox (Tastiere)
Howard Smith (Tastiere)
Andy Thompson (Tastiere)
Mark Harrison (Basso)
Oliver Bowden (Cori)
Thierey Cardinet (Cori)
Damien Guasp (Cori)
Jee Jacquet (Cori)
Jason Thanos (Cori)
 
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