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Mandragora Scream - Luciferland
( 2766 letture )
Bisogna fare silenzio per entrare nella terra di Lucifero e attraversare l’oltretomba.
Questa volta però non sono la dolce melodia della lira e il canto di Orfeo ad accompagnarci nella discesa agli inferi, quest'oggi a scortarci in questo mondo sono i Mandragora Scream con Luciferland, quinto album della band proveniente da Lucca, viaggio tra dee dell’aldilà, esseri mitologici e sperimentazione musicale.

Un viaggio che spazia da momenti più cupi che richiamano quel gothic vampiresco e patinato a quelli più moderni ed elettronici che ci trascinano metaforicamente in quelle discoteche dark tanto vive il sabato sera che fanno dei Mandragora Scream (come loro si definiscono) una "vampire industrial band".
Insomma si parte con The Chant of the Furies, un’introduzione all’intero album quasi cinematografica e ricca di colpi di scena, peccato che dia una visione un po’ distorta di cosa si troverà nelle altre tracce.
Si tratta di una ouverture in cui prima un'atmosfera cupa creata dagli archi e una voce lirica aprono la scena, passando poi subito dopo il testimone a Morgan Lacroy che fa il suo ingresso con un parlato quasi sussurrato, il brano termina infine con un coro in latino che gli dà un’aura quasi epica.
Con la successiva Hekate – colei che accompagnava nel regno dei morti secondo i greci - l’atmosfera cambia subito, svelando il vero sound della band lucchese, che si avvale di suoni campionati in quasi tutte le tracce.
Purtroppo si nota immediatamente come la chitarra ritmica si senta davvero poco - e ciò che comunque emerge è una distorsione molto fredda ricca di alti - mentre il basso riesce a svolgere bene il suo compito, anche in alcuni momenti dove il suono risulta quasi distorto (cosa che succederà anche altre volte nell’album), per un breve istante compare anche una parte solista della chitarra nel bridge, uno dei pochi contributi più tecnici di Horn.
Tutto però è sovrastato dagli elementi elettronici e dalle tastiere che disorientano non poco l’ascoltatore: in primis per i volumi troppo alti e poi perché i numerosi campioni non appaiono ben miscelati sia fra di loro che con gli altri strumenti.
La voce di Morgan Lacroy risulta alquanto indefinita: si alternano parti dove è più rauca e sporca ad altre più limpide, che però risultano a volte ritoccate artificialmente, e sussurri che "dovrebbero" far aumentare l’angoscia; nel complesso la sua estensione abbraccia note piuttosto basse per una voce femminile.
Saltiamo avanti di due tracce e cambiamo anche la località, ci spostiamo infatti nelle terre egiziane con Anubis che ci accoglie con suoni campionati e - nella parte precedente al ritornello - con un riff che ricorda un po' Take a Look Around dei Limp Bizkit. La distorsione della chitarra appare più calda, ma si riesce a sentire solo nei ritornelli, mentre i piatti della batteria sono decisamente troppo bassi.
Segue The Illusionist, dove la sei corde ritorna con una distorsione più fredda e tagliente, mentre la tastiera accompagna la voce per tutto il brano rendendolo più melodioso e meno grezzo pur non compiendo funambolismi.
A questo punto arrivando al singolo, Medusa, si rimane davvero pietrificati dopo il primo ascolto, per non parlare del video, dove Morgan appare come una Britney Spears dark (con tanto di balletto su una sedia) in un contesto western alla Quentin Tarantino, che tra l'altro si abbina perfettamente con il passaggio iniziale della chitarra.
In questa traccia nemmeno il chitarrone distorto riesce a limitare la vena spudoratamente poppeggiante e i fusti della batteria non hanno nulla di naturale, probabilmente per avvicinarsi meglio alla musica elettronica.
Con The Veil of Neith (divinità che si dice avvolgesse i corpi durante l’imbalsamazione) torniamo di nuovo in Egitto cambiando anche l’atmosfera, infatti insieme a Six Grains of Pomegranate può essere considerata come l’intermezzo dell’album: sono semplicemente meno sperimentali, la prima, dopo un inizio arabeggiante, sfoggia una voce che non sembra essere quella di Morgan, finalmente i sospiri diminuiscono e invadono la scena gli acuti (molto probabilmente del tuttofare del gruppo Terry Horn) che arricchiscono il sound del disco.
Gli elementi elettronici cedono spazio alle tastiere, la chitarra rimane sempre confinata al ritornello, mentre il basso si occupa della sezione ritmica egregiamente e la batteria quasi rinasce con passaggi più complessi rispetto alle altre canzoni dell’album.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche la seconda, dove miracolosamente pure la chitarra riesce a farsi notare con dei veloci passaggi solisti.
L'intermezzo però dura troppo poco e con le successive canzoni si riprende l'andamento dei brani precedenti, con le solite parti di cassa che si avvicinano nuovamente alla musica elettronica; solo in Lamia si può sentire un vero e proprio assolo di chitarra, ma nel complesso il sound non si distanzia da quello delle altre tracce più sperimentali.
Si arriva quindi alle ultime fatiche del gruppo italiano, Lucifer’s Ballad si apre con una melodia struggente e malinconica di violini e pianoforte che sfocia, dopo un breve accenno elettronico, in un motivo che sembra portare alla Venezia barocca di inizio ‘700: violini, clavicembalo, insieme alla chitarra che si lega perfettamente all’atmosfera in un botta e risposta con gli archi.
Ultimo brano di Luciferland è Lucifer’s Lullaby: dopo un’introduzione della sei corde in pulito dal sapore quasi spagnoleggiante, la chiusura del disco è affidata al clavicembalo e alla cantante, come in un canone le varie voci si sovrappongono e i sospiri si mescolano quasi come spiriti che guidano verso la fine di questo viaggio.

Sicuramente questo album non è solo un’escursione tra le varie figure mitologiche che popolano gli immaginari degli antichi, i testi infatti sono tutti dedicati a divinità e personaggi di varie tradizioni: dall’Egitto di Anubi alla Grecia di Medusa fino al mondo cristiano con Lucifero, ma è anche e sopratutto un percorso nella sperimentazione musicale, rispetto ai precedenti lavori della band (in attività dal 1997) i suoni campionati e i ritmi che ricordano la musica elettronica sono prevalenti, forse a volte pure troppo, confondendo rapidamente chi sta ascoltando l’album; altri elementi sintetizzati inseriti fanno forse aumentare l’angoscia, ma sembrano suoni usati nei film horror di serie b.
Ogni canzone tuttavia ha la sua particolarità, anche se ciò non aiuta affatto a definire il genere, si sentono infatti influenze da molti versanti (industrial prima di tutto), ma il coacervo che ne consegue risulta musicalmente poco organico.

Va bene impiegare chitarre distorte, indossare merletti neri e croci o scomodare spiriti dell’oltretomba ma l'apparenza non basta a salvare un disco troppo sperimentale e confusionario.
Si spera che i Mandragora Scream possano trovare in futuro il giusto bilanciamento tra gli elementi già presenti in questo disco, per ora però c’è ancora un bel po’ di strada da percorrere.



VOTO RECENSORE
55
VOTO LETTORI
57.44 su 9 voti [ VOTA]
Moro
Mercoledì 28 Agosto 2013, 14.28.07
5
Torno anche io sui primi due... peccato peccato.. Una band che poteva dare tanto, che per certi versi aveva anche anticipato un certo tipo di ritorno di darkwave eterea; un progetto che non aveva niente a che invidiare a formazioni come Aun, Be Forest o Esben & the Witch.
Marco
Giovedì 22 Agosto 2013, 22.14.24
4
...io lo trovo bellissimo e atmosferico! Grandissima Morgan come sempre..
Shade
Mercoledì 21 Agosto 2013, 17.51.59
3
voto 100 al recensiore. Voto 30 (perchè lo 0 è proibito...) a questa band terribile.
xYx
Mercoledì 21 Agosto 2013, 14.21.31
2
neanche con quest'ultimo album ci siamo... rimpiango di brutto i primi due (buonissimi) album!
antonio
Mercoledì 21 Agosto 2013, 14.05.39
1
disamina perfetta. voto al recensore 100!
INFORMAZIONI
2013
Lunatic Asylum Records
Dark
Tracklist
1. The Chant of the Furies
2. Hekate – En Erebos Phos
3. Persephone
4. Anubis
5. The Illusionist
6. Medusa
7. The Veil of Neith
8. Six Grains of Pomegranate
9. Night’s Master (Azhrarn & Sivesh)
10. Lamia
11. Love for Endymion
12. Lucifer’s Ballad
13. Titan – Extraterrestrial Suicide
14. Lucifer’s Lullaby
Line Up
Morgan Lacroy (Voce)
Terry Horn (Chitarre, Tastiere, Voce)
Max Rivers (Basso)
Furyo (Batteria)
 
RECENSIONI
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