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Yes - Tales from the Topographic Oceans
( 6730 letture )
Molti tra quelli che detestano il rock progressivo citano sovente Tales from the Topographic Oceans, sesto disco in studio degli inglesi Yes, a supporto delle loro teorie denigratorie. Si tratta di un doppio vinile estremamente controverso, pubblicato dall’etichetta Atlantic Records nel dicembre 1973, che da sempre suscita accesi dibattiti tra chi lo considera un must e chi, di contro, un’opera tediosa. Quarant’anni di discussioni non sono servite a dirimere la questione perché il platter, nel bene o nel male, continua a dividere chi visceralmente lo ama e chi, invece, lo odia dal più profondo: come avete già intuito, praticamente non esiste una via di mezzo.

Gli Yes provenivano da un trittico eccezionale composto da The Yes Album, Fragile e Close To The Edge, tra gli apici assoluti espressi dalla cosiddetta "musica colta" in quegli anni irripetibili. Il 1973 era stato pieno di impegni e grandi riconoscimenti per il gruppo. Nel mese di febbraio, infatti, il biondo tastierista Rick Wakeman aveva sfornato The Six Wives of Henry VIII, suo primo disco solista, raccogliendo ampi apprezzamenti e, nel maggio dello stesso anno, uscì il mastodontico triplo vinile live Yessong, considerato unanimemente come uno dei più importanti nella storia del rock (da segnalare l’esordio alle pelli della new entry Alan White che sostituì Bill Bruford, presente solo in due tracce). Tutto sembrava andare per il meglio, ma qualcosa iniziò ad incrinarsi nel perfetto universo Yes quando in quell’estate iniziarono le registrazioni del famigerato Tales from the Topographic Oceans. Il noto giornalista Chris Welch, intimo amico dei membri degli Yes, ha intitolato non a caso il sesto capitolo di Close to the edge - The story of Yes, sua biografia sul combo, Stormy seas and topographic oceans (che tradotto significa mari tempestosi e oceani topografici); si tratta di un gioco di parole che si riferisce anche alle diatribe dell’epoca in seno alla band e agli alterchi avuti da lui con il singer Jon Anderson sulla struttura del nuovo album. L’idea di base venne, infatti, proprio ad Anderson rimasto letteralmente affascinato dalla lettura del libro L’autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda nella descrizione delle quattro parti delle scritture "shastra" che riguardano tutti gli aspetti della vita ("shruti" - conoscenza, "suritis" - memoria, "purana" – verità, "tantra" - lotta tra il bene e il male). L’artista entusiasta volle fortemente realizzare un concept includendovi altrettante elaborate suite ispirate, per l’appunto, ai concetti shastra induisti, ponendosi, unitamente al chitarrista Howe, in aperto contrasto con Rick Wakeman. Il motivo del dissidio riguarda essenzialmente l’elefantiaca struttura delle composizioni che le rendono talvolta stucchevoli pur presentando obiettivamente attimi a dir poco sublimi. La durata eccessiva del mistico Tales from the Topographic Oceans costituisce, quindi, il suo vero tallone d’Achille, al punto che alcuni alfieri del punk la additano come esempio da evitare come la peste bubbonica in contrapposizione al loro conclamato minimalismo. Ma la domanda a questo punto sorge spontanea: perché gli Yes caddero in un errore facilmente evitabile? Se ognuna delle suite, infatti, fosse stata oculatamente accorciata di 2-3 minuti, staremmo ora a dissertare su un full length di fenomenale levatura senza timore di smentite. La risposta al quesito la troviamo nelle parole pronunciate molti anni dopo da Wakeman che più di tutti non sopportava la complessità di Tales from the Topographic Oceans. Riporto integralmente il testo, già inserito nella seconda parte del Legends Of Rock dedicato agli Yes, che vale tuttavia la pena di reiterare per la sua importanza sull’argomento:

Se allora fosse uscito in CD, avremmo avuto materiale sufficiente per fare un buon disco di cinquanta minuti. Invece avevamo troppa musica per un LP da trentasei minuti, ma non abbastanza per un album doppio. Così l’abbiamo gonfiato senza pietà. E la cosa non mi piacque affatto.

Le imponenti suite, in effetti, si presentano esageratamente infarcite di frazioni strumentali che le rendono dispersive a scapito di una più proficua essenzialità e, diversamente, il risultato finale sarebbe stato di indubbia qualità.

Analizziamo, seppur sommariamente, gli aspetti salienti delle articolate quattro parti che compongono Tales from the Topographic Oceans: The Revealing Science of God (Dance of the Dawn) (di durata pari a 20:27 nella versione originale, poi divenuti 22:22 in quella restaurata): magnifiche le parti corali ed i frequenti passaggi strumentali, sia nelle sezioni movimentate che in quelle deliziosamente più pacate, con particolare risalto alle tastiere di Wakeman; The Remembering (High the Memory) (20:38): munita di suadenti multiformi armonie ed ancora di un celestiale gioco di voci (Anderson suscita nell’animo dell’ascoltatore intense e piacevoli emozioni), è probabilmente la suite maggiormente danneggiata dal poderoso minutaggio ed è un vero peccato perché il brano merita attenzione per la sua complessità; The Ancient (Giants Under the Sun) (18:34): pone in risalto ottimi fraseggi alla sei corde nel contesto di una song particolare divisa sapientemente in sezioni vivaci (anche tribali e jazzate) ed altre più quiete (la chitarra acustica di Howe nei minuti finali si erge ad assoluta protagonista); Ritual (Nous sommes du soleil) (21:36): vertice della release, è dotata di un tema portante di rara bellezza e di una sezione ritmica stratosferica specie per lo spettacolare basso di Chris Squire.

Nonostante tutte le critiche ed in barba ai calunniatori, il concept, munito di una delle cover più affascinanti mai realizzate, disegnata dal talentuoso pittore Roger Dean, raggiunse il primo posto in madrepatria ed il sesto posto in Billboard. Wakeman decise in seguito di abbandonare gli Yes per divergenze artistiche (era talmente stufo di alcuni passaggi di Tales from the Topographic Oceans che durante uno show si mise a mangiare sul palco sbeffeggiando gli altri!) e fu sostituito dallo svizzero Patrick Moraz… ma questa è davvero un’altra storia.
In conclusione, pur ammettendo l’inferiorità del pretenzioso Tales from the Topographic Oceans rispetto al trittico summenzionato, lo reputo globalmente di notevole spessore, seppur pesantemente inficiato da soverchi momenti inutili che, di fatto, impediscono di elevarlo a rango di capolavoro.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
74.47 su 34 voti [ VOTA]
progster78
Martedì 12 Novembre 2019, 15.13.13
16
Album meraviglioso che all'epoca non venne capito,certamente per la sua struttura ha bisogno di piu' ascolti visto la durata di ogni singolo brano ma personalmente lo trovo superbo. Certamente dischi come Yes Album,Fragile e Close To The Edge sono superiori a questo ma basta The Revealing Science of God (Dance of the Dawn) per per meritarsi un bel 90.....pietra miliare!
nat 63
Mercoledì 18 Maggio 2016, 20.34.36
15
Mastodontico in tutti i sensi.Prolisso quanto si vuole, ridondante e forse finanche autocelebrativo, però stupendo come tutti i dischi degli Yes. Di difficile ascolto, una volta che ci sei entrato dentro capisci quanto è bello. Alcuni passaggi sono estremamente complicati, ed abbisognano di un ascolto molto attento, ma ne vale veramente la pena, non è musica da sottofondo, da ascoltare magari mentre si è in altre faccende affaccendati. L'apice creativo degli Yes è senz'altro "Close to the edge",che è per me meritevole del 100,ma "The yes album", "Fragile", "Relayer" , "Going for the one" e il qui recensito "Tales from Topographic oceans" valgono 95.
joe falco
Domenica 24 Aprile 2016, 12.37.47
14
Se una band viene da tre capolavori,è poco probabile che anche il 4° lo sia. I confronti spesso portano furi strada. Ion ha proposto un concept ispirato all'India,gli altri hanno accettato e il seguito fa parte della storia naturale delle cose. A pochi mesi dal triplo e sempre sotto pressione, creativa ed esecutiva, quanti sarebbero stati in grado di sfornare un doppio di buon livello,sognante e originale? Gli artisti vanno rispettati nella loro libertà decisionale. O forse avrebbero dovuto lanciare un referendum per decidere cosa incidere? Il grande Wakemann non sopportava le suites per i tre minuti di troppo ? Magari ha esagerato e di certo ha sbagliato ad uscire dal gruppo per questo. Era un ensemble possente e travolgente. Si è reso responsabile di un dispetto a tutti gli estimatori degli Yes. Io voto 83. Fatelo ascoltare a qualcuno che apprezza il prog ma non conosce gli Yes...se lo trovate ... e sono certo che lo promuoverebbe a pieni voti.
Steelminded
Mercoledì 11 Dicembre 2013, 19.51.10
13
Beh Irene deve essere una bimba molto intelligente sicuramente A parte Nous sommes du soleil, credo sia un disco veramente ostico con il primo brano di una "pesantezza" (nel senso positivo del termine) unica... Comunque a me piace tantissimo!
silvio
Mercoledì 18 Settembre 2013, 21.30.09
12
ho fatto ascoltare a mia figlia Irene l'intero LP e mi ha chiesto di farglielo riascoltare. Il primo giorno di scuola (prima elementare) ha voluto ascoltare nous sommes du soleil per ben tre volte (l'ingresso a scuola era alle 10,30 e ce l'abbiamo fatta)...non l'ho obbligata, credetemi!!!!
Claudio Milano
Giovedì 12 Settembre 2013, 1.08.30
11
Credo di non aver mai letto un commento più bello a questo disco, che, pur con qualche difetto (come giustamente fai notare), ascolto tuttora con grandissimo piacere, in particolare nelle esecuzioni live. Anderson poi su questo disco libera il suo spirito come non mai, alcune melodie sono davvero memorabili, non è neanche possibile fare un parallelo con Relayer. Certo, inferiore a Close to the Edge, Fragile (dove pure ricordiamo alcuni episodi di bravura dei singoli membri risultano oggi davvero superati) e Going for the One, ma un signor disco, dove l'unico grande assente in termini di partecipazione effettiva è Wakeman.
andrea
Mercoledì 11 Settembre 2013, 21.29.29
10
lavoro imperfetto, è vero, talvolta prolisso e fuori fuoco, ma grandioso nella sua concezione, coraggioso fino alla temerarietà, mastodontico nella ipertroficità delle sue articolazioni epocale nel riassumere le utopistiche concezioni vigenti negli indimenticabili seventies, ingenuo nella sua pretenziosità naif , geniale nell'artwork e sopratutto nel titolo. non c'è bisogno che un'opera sia perfetta per amarla, anzi, a volte i difetti ne esaltano la genuinità, come in questo caso. insomma, 'Tales' è un adorabile capolavoro mancato ! e io continuo ad ascoltarlo con enorme piacere
paolo nappo
Martedì 10 Settembre 2013, 20.45.39
9
Questo album, secondo me è dovuto, all'idiozia di Wakeman. Non calcolato bene il rischio di un cambio di rotta. E' sicuramente un grande concept album progressive, però Wakeman ha creduto di essere gli YES da solo. La monotonia è dovuta ai quatttro movimenti trattati singolarmente. Personalmente se non fosse per Squire, mi sentirei offeso da fan di questo grandissimo complesso. Quando mi capita di riascoltarlo devo astrarmi da Wakeman ed ascoltare solo gli altri.. Per me Wakeman ha finito di produrre novità e qualita con The six wive of... Ed anche Howe arpeggia troppo per se stesso e non per il pubblico che non sa suonare, che è il pubblico più numeroso.
Le Marquis de Fremont
Lunedì 9 Settembre 2013, 17.49.53
8
Mi ricordo che nel periodo 1972/73, c'era stata una vera invasione di dischi degli Yes e dopo il triplo Yessongs, questo mi era parso veramente "troppo" e sopratutto palloso. Si sapeva che Jon Anderson era "partito" per meditazioni indiane anche il suo solista Olias of Sunhillow era sul tema, se non mi sbaglio. Quindi questo Tales... era veramente difficile da portare in fondo e nessun brano (o forse Ritual) ha una sua personalità. Ricordo che sono stato sollevato con le loro successive uscite, Relayer e Going for the One. Comunque anche il loro ultimo Flying from Here è notevole e la band non si discute. Ma questo Tales... è evidentemente forzato.
ayreon
Lunedì 9 Settembre 2013, 15.48.23
7
a me non piace quello che hanno fatto in "big generator"(brutta copia di 90125),"Union","Talk",per il resto solo grandi dischi,il loro miglior concerto lo vidi a torino per il tour di ABWH con Tony levin al basso,spettacolari
Electric Warrior
Domenica 8 Settembre 2013, 17.45.42
6
Concordo con te, Accademico. I tre dischi che citi sono eccellenti eppure spesso sottovalutati. Ma io parlo da fan degli Yes, quindi amo praticamente tutto quello che hanno sfornato, inclusi live, compilation e bootleg criticabili...
l'Accademico
Domenica 8 Settembre 2013, 2.29.17
5
Capolavoro, come del resto ogni opera firmata YES. Chiaro che l'annata 1972 rimane la vetta, ma la band, per quanto come tutti si è trovata a 'rimpire' spazi discografici, riesce sempre a piazzare puro distillato di genialità musicale, anche in Drama, Tormato o Big generator... la loro qualità è saper far germogliare sempre qualcosa che ti lascia a bocca aperta.
ayreon
Sabato 7 Settembre 2013, 17.30.40
4
per chi è fan degli Yes è un must assoluto,anche se talvolta pieno di lungaggini ,delle 4 tracce preferisco "The revealing..." e "Ritual",l'assurdo loro a quel tempo era stato di proporlo per intero dal vivo non appena usci' il disco,resta un monumento al prog che si vanta di una cover magnifica ,nella seconda metà degli anni 90 dal vivo riproponevano qualcosa da questo doppio,e rendeva da paura,comunque è un acquisto obbligato e nella confezione cd cartonata apribile è un gran vedere
roine
Sabato 7 Settembre 2013, 15.18.55
3
secondo me tales from.......rimane uno dei piu' grandi capolavori del prog targato anni 70 ! e senzaltro la massima espressione artistica di una delle migliori band del genere. un po' tutte le band dell'epoca si sono cimentate in brani suite e non è un caso se supper's ready dei genesis o echoes dei pink Floyd siano sempre citate con reverenza nelle discussioni dei fans. lo hanno fatto gli YES con questo stupendo lavoro ..lascio le disquisizioni tecniche al bravissimo recensore FABIO ROSSI
Robaerus
Sabato 7 Settembre 2013, 15.10.49
2
A mio modesto avviso è un'ottima analisi; sottolinea le parti migliori e vengono messe in risalto quelle meno "riuscite"...davvero un ottimo articolo, complimenti.
Electric Warrior
Sabato 7 Settembre 2013, 14.54.16
1
Ottima recensione! Quando si parla di Yes non mi posso tirare indietro e la recensione riassume perfettamente disco e soprattutto la storia che ruota intorno a questo disco. Dico la verità, all'inizio questo disco non mi disse niente, poi con gli ascolti imparai ad amarlo. Questo disco è un vero e proprio "oceano" musicale, che si ama o si odia come dice giustamente Fabio. Francamente non sapevo che il favoloso Yessongs fosse considerato uno dei live più importanti della storia del rock! Meglio così.
INFORMAZIONI
1973
Atlantic Records
Prog Rock
Tracklist
1. The Revealing Science of God (Dance of the Dawn)
2. The Remembering (High the Memory)
3. The Ancient (Giants Under the Sun)
4. Ritual (Nous Sommes du Soleil)
Line Up
Jon Anderson (Voce)
Steve Howe (Chitarre, Cori)
Chris Squire (Basso, Cori)
Rick Wakeman (Tastiere)
Alan White (Batteria, Percussioni)
 
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