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Taberah - Necromancer
( 1047 letture )
Quando pensiamo all’Australia, inevitabilmente, pensiamo di primo acchito a due cose: ai canguri e agli AC/DC. Naturalmente nell’enorme isola oceanica c’è anche molto altro, e non ci riferiamo soltanto agli stupendi paesaggi naturali o alle grandi civiltà che ancora vivono nelle usanze delle popolazioni indigene. Per quanto possa sembrare bizzarro, l’Australia coltiva anche una sua scena metallica, che i qui presenti Taberah cercano di rimpolpare con il loro secondo disco ufficiale, che giunge sulle nostre scrivanie a due anni dal debutto (The Light of Which I Dream, 2011) e ad otto dalla fondazione del quartetto (2005).

Necromancer suona corposo e pomposo, aggrappato a riffoni di spessore e linee vocali assai melodiche, ariose, decisamente power-oriented. Chorus giganteschi e tanta melodia vanno a colorare un quadro gradevole e vivace, forse non originale e tantomeno memorabile, ma di sicuro impatto e che si fa ascoltare con leggerezza. Dominano i mid-time compatti, epici e melodici, come nell’opener 2012, mentre il buon lavoro chitarristico viene esaltato dai riff rocciosi di brani come Dying Wish, Burning in the Moonlight, Warlord o For King and Country, tutti ugualmente godibili ed incisivi. Potenza ed impatto roboante costituiscono invece l’asse portante dei pezzi maggiormente affini al power nell’accezione più teutonica del termine: la stessa Dying Wish, la titletrack o la devastante The Hammer of Hades, davvero energica, epica ed esplosiva. Tra i brani migliori emerge proprio Burning in the Moonlight, che col suo colorato e trascinante riffato melodico ed il suo catchy refrain corale risulta orecchiabile e accattivante, assolutamente ottantiana nella foggia, ma anche la titletrack e My Dear Lord non scherzano affatto in tal senso: linee vocali ridondanti e forte carica espressiva sono all’ordine del giorno. Come detto, la velocità non è affatto prioritaria nel disco, che predilige ritmiche medie e che dunque non si addentra quasi mai su direttive speed metal, puntando tutto sulla melodia e sulla corposità delle strutture e completando il tutto con sparuti spruzzi di modernità (soprattutto breakdown). Pur non essendo un capolavoro, il disco è apprezzabile quasi nella sua totalità e la sola Warlord sembra meno coinvolgente dal punto di vista vocale, ma che ci sia qualche episodio meno convincente è fisiologico.

Forse il full length si fa leggermente ripetitivo e prevedibile nella sua parte centrale, con la ballata Don’t Say You’ll Love Me a spezzare la tensione senza però emozionare come dovrebbe: la prova provata di come scrivere pezzi lenti e romantici sia più difficile di quello che, superficialmente, si potrebbe pensare. Non imprescindibile, infine, la cover purpleiana di Burn, resa con competenza ma forse un po’ fuori luogo. A conti fatti, Necromancer si rivela dunque appetibile e non trascendentale, scorre via alla grande, ma lascia in eredità pochi segni tangibili. Come tanti altri prodotti contemporanei, transita nel mercato discografico con più lode che infamia, ma senza possedere la scintilla che gli permette di restare impresso a lungo termine.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
2013
Dust on the Tracks Records
Power
Tracklist
1. 2012
2. Dying Wish
3. Burning in the Moonlight
4. Necromancer
5. Warlord
6. Don’t Say You’ll Love Me
7. For King and Country
8. One Goon Bag Later
9. The Hammer of Hades
10. My Dear Lord
11. Burn (Deep Purple cover, bonus track)
Line Up
Jonathon Barwick (Voce, Chitarra)
Myles Flood (Chitarra)
Dave Walsh (Basso)
Tom Brockman (Batteria)
 
RECENSIONI
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