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Borknagar - Empiricism
( 2476 letture )
I Borknagar nacquero nel 1995 da un’idea di Oystein Brun, a quei tempi vocalist e chitarrista di una band brutal death norvegese, i Molested. L’obiettivo che si prefisse era ardito, vale a dire superare gli stilemi del black metal tradizionale, o meglio ripartire da quelle linee guida per ampliarne i confini verso orizzonti nuovi ed inesplorati. Il progetto era certamente ambizioso, carico di attrattiva e ben presto attirò l’interesse dei membri di alcune delle band di primo piano di quell’ambito, come Ulver, Gorgoroth, Enslaved ed Immortal.
Naturalmente, da un lato, l’apporto di componenti illustri con un bagaglio di esperienze diverse non fece altro che arricchire il progetto nel suo complesso, rendendolo quasi unico nel suo genere, dall’altro però la sua stessa natura di progetto collaterale per diversi dei musicisti che ne fecero parte finì per causare inevitabilmente svariati avvicendamenti e cambi di line up.
Ma in fondo anche questo ha contribuito a rendere questa sorta di "all star band" ancor più particolare e difficile da decifrare, specie fino ai primi del 2000, quando cioè vennero pubblicati in sequenza album che presentavano sembianze ed approcci anche molto diversi tra loro.
La Century Media, dal canto suo, non potè far altro che seguire le sorti di questo attraente progetto; lo fece a partire dal secondo album, The Olden Domain ed è sotto la sua egida che esce nel 2001 il quinto full length, Empiricism, un altro fondamentale passo nella intricata storia di questa band.
L’unico componente rimasto della line up originale è il suo stesso ideatore, Oystein Brun, che nel frattempo ha reclutato, nell’ordine: il chitarrista Jens Ryland, il batterista Asgeir Mickelson dagli Spiral Architect, il tastierista Lars Nedland dai Solefald ed il bassista Tyr.
Chiaramente, neanche a dirlo, il cambiamento più evidente fu quello al ruolo di vocalist: nei primi due album il ruolo fu ricoperto dal frontman di Ulver ed Arcturus, vale a dire Kristoffer Rygg, meglio noto come Garm, mentre nei successivi due fu occupato da I.C.S. Vortex, al secolo Simen Hestaes. Quest’ultimo, a sua volta, dopo la realizzazione di Quintessence decise di lasciare il progetto per dedicarsi totalmente al suo ruolo nei Dimmu Borgir, chiudendo così un’altra fase e creando le condizioni affinché finalmente si trovasse una soluzione più stabile e duratura nel tempo. Fu così che, inaspettatamente, le redini passarono ad Andreas Hedlund, meglio noto come Vintersorg, proveniente dalla folk metal band svedese Otyg.

Empiricism rappresenta proprio la prima prova di Vintersorg nelle vesti di frontman dei Borknagar, con tutto ciò che questo comporta, perché è inutile negarlo, i paragoni sono lì a portata di mano, sia con chi lo ha immediatamente preceduto, che soprattutto con colui che indubbiamente ha segnato la storia della band per sempre, vale a dire Garm. Personalmente in questo caso scelgo appositamente di evitare forzati confronti, perché a mio avviso si tratta di individualità molto diverse tra loro, ciascuna con il proprio stile e le proprie caratteristiche, ciascuna in grado comunque di lasciare il proprio segno. Forse anzi per Vintersorg il compito fu ancora più arduo, dovendo raccogliere una così pesante eredità e dovendo riadattarsi ad un contesto non propriamente affine a quello da cui proveniva.
Procedendo oltre, anche Empiricism stesso deve aprire una nuova fase e si tratta di un arduo compito, specie se si pensa ai primi lavori; non che eguagliare il buon livello raggiunto in Quintessence fosse agevole, specie avendo ancora impressi nei padiglioni auricolari i fasti di brani come Ruins of the Future, tanto per citarne uno dei migliori.

Ma si deve voltare pagina, dar vita ad un sound diverso, scevro dell’eccessiva stratificazione sonora del suo predecessore, caratterizzato da una maggiore nitidezza dei suoni, parzialmente influenzato da una più accentuata propensione melodica ma anche da una forma canzone più articolata e proiettato verso ancor più spiccate ed evidenti contaminazioni.
Il risultato, frutto se vogliamo di una tendenza all’innovazione che per forza di cose dovette scaturire negli anni successivi alla rivoluzione del black metal duro e puro, è sotto gli occhi di tutti.
In Empiricism, come anche altrove, il fortunato incontro tra la malefica ferocia del black metal ed il tecnicismo ragionato del progressive dà vita ad una delle ibridazioni sonore più interessanti che siano mai state concepite nell’intricato e talvolta difficilmente districabile mondo della musica metal, con buona pace di chi, nell’ignoranza, ancora continua imperterrito a parlare di esso in termini fastidiosamente generalisti e pressappochisti. Entrambi i generi traggono dei benefici da questo connubio: il prog allarga i suoi confini guadagnandone in aggressività e spietatezza, mentre il black viene parzialmente edulcorato ed incastonato in strutture più complesse, acquisendo maggiore dinamismo ed una più spiccata razione di imprevedibilità.

Qual è dunque il modo migliore per approcciarsi ad Empiricism? A mio avviso è quello di sgomberare il campo da ingombranti paragoni con il passato e di immergersi nella sua non comune mutevolezza, iniziando ad immaginare che esso stesso abbia un’anima, in grado di esprimersi attraverso forme e linguaggi diversi che meritano di essere vissuti e raccontati.
Il racconto potrebbe così iniziare proprio dalle sezioni in cui ci si immerge appieno nelle limpide e sempre accoglienti acque del mare prog settantiano, con tastiere dal sapore antico, mid tempo ed ammalianti cori in sottofondo, chitarre classiche e l’eco di strumenti a fiato. In queste magiche ambientazioni perfino le pulsioni nostalgiche inaspettatamente trovano fugacemente dimora o dolcemente sfumano nel finale (come in Gods of My World), benché questo non possa che essere uno stato caduco, prima dell’immanente burrascosità della sezione o brano immediatamente successivo, all’interno di un’esperienza che va necessariamente vissuta nella sua interezza per poter essere goduta appieno.
Divincolandosi da strutture troppo dense di suoni ultraviolenti, lasciandosi trasportare da melanconiche reminiscenze, riescono qui a plasmare forme tutt’altro che immediate ed accessibili, evitando tuttavia di deformarle con troppe sovrastrutture e soprattutto impreziosendole con un carico emozionale che finisce per agevolarne la fruibilità, mentre l’incanto di immagini naturali e sovrannaturali, di visioni terrene e cosmiche, continua a perpetrarsi attraverso le liriche.
Ma la trama si infittisce ulteriormente, allorquando ci si inoltra in architetture più complesse ed articolate, in cui la matrice progressive metal si sperimenta con maggiore intensità, in cui le partiture bizzarre del pianoforte si impastano con un guitar work teso, distorto ed ineffabile. Follia, tecnica, estrosità ed un dinamismo sfrenato rendono questi episodi assolutamente travolgenti ed inafferrabili, come Liberated, ultimo vero colpo di coda prima del congedo finale.
Uno spazio fondamentale ed imprescindibile di questo lavoro è poi riservato alle classiche cadenze epiche di derivazione nordica, disseminate praticamente ovunque lungo il percorso, indotte essenzialmente dai tappeti tastieristici. Ma alle chitarre è affidato il compito di tenere costantemente alta la tensione, mentre la voce in clean si fa energica o angosciosamente invocante e le parti corali si fanno maestose e solenni, come in Inherit the Earth, anche per merito del pregevole supporto al microfono di un grande protagonista di questo spettacolo, ossia il tastierista Lars Nedland.
Ma quest’ultimo, naturalmente, protagonista lo è soprattutto per altri motivi. Sempre in Inherit the Earth, ad esempio, si entra in atmosfere sulfuree con le tastiere a creare magnificamente uno sfondo lugubre, l’ideale per le sferzate dello scream acido di Vintersorg, coadiuvate da un drumming incalzante e furente, con il filo conduttore sempre nelle salde mani delle due granitiche asce. Sono splendidi anche quei momenti dal sapore vagamente romantico dipinti dal synth, in aperto contrasto con l’acredine delle parti vocali.
In Stellar Dome, invece, l’approccio è un po’ diverso: le campionature ad archi, soprapposte al possente guitar work ed alla linea vocale che si alterna tra maligni scream e parti in clean dal sapore epico, donano particolare fluidità e fascino al brano, consentendogli di entrare repentinamente in circolo.
Anche in The Black Canvas non manca l’innesto di un intermezzo melodico, condotto dalle tastiere e dall’intersezione delle linee chitarristiche, mentre lo scream imperversa in modo ritmato e lacerante, fino a sfociare in un assolo delle tastiere, le quali, supportate da un riffing cadenzato e robusto, diventano incredibilmente irresistibili.

Tuttavia, tanto per essere chiari, sempre e comunque di sonorità derivate dal black metal si sta parlando; lui è sempre lì, in agguato, pronto a graffiare quando meno te lo aspetti e si manifesta anzitutto attraverso quei potenti up tempo condotti da intense ma ben definite linee chitarristiche, su scenari sintetici evocativi, con straordinarie evoluzioni dettate dalla ritmica ma soprattutto della linea vocale, in quell’esaltante contrasto tra accelerazioni in screaming ed eco delle clean vocal, come già fin dal principio si è in grado di apprezzare in The Genuine Pulse.
A questo punto m’è d’uopo soffermarmi a disquisire sulla performance del vocalist, ben consapevole di toccare un punto che sta particolarmente a cuore ai fan di questa band, un punto che nel male ma soprattutto (a mio avviso) nel bene, sarà destinato a caratterizzarla anche negli anni a venire, a dispetto di quel passato cui si accennava in precedenza.
Il grande merito di Vintersorg, oltre alla sua invidiabile duttilità ed alla facilità con cui si destreggia tra stili di canto differenti, è quello di far sì che la sua ugola non rimanga per lo più preda degli eventi, ma che fornisca essa stessa sorprendenti progressioni, che sospinga con forza le parti strumentali guidandole attraverso vere e proprie escalation emozionali. Non è la qualità della sua voce a colpire di più, ma la sua capacità di trasfondere in essa le più controverse sensazioni. L’estro e l’improvvisazione appaiono essere le carte vincenti della sua performance, attraverso cui riesce ad esprimere una grande personalità ed a creare stati confusionali pur rimanendo sempre nell’ambito dell’armoniosità.
E qui si va finalmente al sodo, quel up tempo sovente è solo il preludio per il refrain, in un crescendo progressivo di tensione ed aggressività che presto sfocia nella deflagrazione della pura violenza sonora di derivazione black. Siamo nel cuore di Soul Sphere, uno dei migliori brani in assoluto, ed ecco che partono travolgenti blast beat, si odono appena cenni al piano, la linea vocale si fa ruvida e famelica, ma soprattutto le chitarre macinano un vorticoso e travolgente riffing in tremolo che risucchia e corrode tutto il resto. Ma si tratta solo di un esempio, probabilmente il più emblematico, uno dei tanti in cui una simile foga claustrofobica si manifesta.
Ancora una volta però la virulenza della matrice black non è lasciata a briglia sciolte, non si scatena senza alcun controllo, ma viene oculatamente imbrigliata in strutture elaborate, in continuo mutamento, dominate da una costante progressione sonora che rende l’insieme poliedrico e multiforme.
Ma lo spettacolo ad un certo punto deve terminare e non c’è modo migliore di farlo che attraverso The View of Everlast, primo ed unico brano impostato inaspettatamente su canoni totalmente diversi, su un approccio melanconico e meditativo, il suggello di un’esperienza unica che ci riserva il suo doveroso commiato, trascinando con sé una profonda tristezza, lasciando il posto al silenzio o piuttosto al fastidioso frastuono dell’ordinaria quotidianità.

In conclusione, dunque, quali parole di possono adoperare per tentare di imprigionare l’anima di Empiricism, ammesso che sia possibile farlo con le sole parole?
Dalla prima all’ultima nota non si riesce a distogliere l’attenzione dall’ascolto, venendo quasi rapiti dai continui e straordinari cambi di scena, dal susseguirsi di momenti più epici, di altri più atmosferici e melodici, di progressioni coinvolgenti e trascinati, di pure e semplici espressioni malefiche di aggressività e ferocia.
Empiricism può essere considerato a pieno diritto come uno dei più fulgidi esempi in cui l’incontro tra black e prog sia mai avvenuto e, come tale, merita grande attenzione, a maggior ragione se si pensa che ancora, a distanza di anni, non solo continua a confermare la sua invidiabile longevità, ma anche a far trapelare di sé, ad orecchi attenti, sempre nuovi ed ammalianti particolari, confermandosi ai giorni nostri il capitolo più alto ed ancora ineguagliato di quella che potremmo definire "era Vintersorg".



VOTO RECENSORE
87
VOTO LETTORI
96 su 6 voti [ VOTA]
MorphineChild
Venerdì 27 Settembre 2013, 10.46.20
8
Un disco che avrà sempre un posto speciale nel mio cuore, splendido in ogni sua sfaccettatura. Sezione ritmica monumentale, un suono di tastiera particolare, gorghi di chitarre incalzanti, puliti eterei, aperture cosmiche, un songwriting di purezza cristallina arrangiato con perizia da una formazione dal valore tecnico inestimabile
Punto Omega
Martedì 24 Settembre 2013, 14.38.01
7
Gran disco, tra l'altro il periodo Vintersorg è, secondo me, ingiustamente sottovalutato.
Bloody Karma
Lunedì 23 Settembre 2013, 14.14.36
6
leggermente superiore a Quintessence, che ritenevo un po' troppo monolitico per i miei gusti...cala un po nel finale ma un 80 e passa se lo merita tutto...per ritrovare un bel lavoro firmato borknagar toccherà aspettare una decina di anni
LUCI DI FERRO
Sabato 21 Settembre 2013, 16.57.53
5
@Prometheus prendi pure Borknagar 1996 omonimo c.a.p.o.l.a.v.o.r.o.
Prometheus
Sabato 21 Settembre 2013, 16.47.21
4
Aggiunto in wishlist
xYx
Sabato 21 Settembre 2013, 16.46.21
3
album vicinissimo alla perfezione! (da 96/100) tra tanti ottimi brani "four element synchronicity" è da sempre quella che mi orgasma di più!
Vecchio Sunko
Sabato 21 Settembre 2013, 15.30.56
2
Capolavoro, e già Vintersorg è un grande!
Aelfwine
Sabato 21 Settembre 2013, 14.03.18
1
Grande, mi stupivo che questa rece mancasse sul sito! E' uno dei miei album preferiti in assoluto, davvero un capolavoro.
INFORMAZIONI
2001
Century Media Records
Black / Prog
Tracklist
1. The Genuine Pulse
2. Gods of My World
3. The Black Canvas
4. Matter & Motion
5. Soul Sphere
6. Inherit the Earth
7. The Stellar Dome
8. Four Element Synchronicity
9. Liberated
10. The View of Everlast
Line Up
Vintersorg (Voce)
Øystein Garnes Brun (Chitarra)
Jens F. Ryland (Chitarra)
Lars A. Nedland (Tastiere, Piano, Hammond, Cori)
Tyr (Basso)
Asgeir Mickelson (Batteria, Percussioni)
 
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