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Vallendusk - Black Clouds Gathering
( 2745 letture )
La peripeteia è un colpo di scena, un rovesciamento improvviso delle sorti di un personaggio all’interno di un dramma, dovuto al naturale risultato delle circostanze.
Anche denominata peripezia, è stata teorizzata dal filosofo greco Aristotele, il primo critico occidentale ad aver individuato tale espediente tecnico all’interno dei meccanismi del teatro.
Ora, sembra improbabile collegare una nozione culturale riguardante una delle massime espressioni della genialità umana, la tragedia ellenica, ad un disco d’esordio provenienti dalle sconosciute lande indonesiane.
Il contrasto, oltre che ad un livello intellettuale (l’Alcesti di Euripide soverchia i capolavori della rassegnazione su pentagramma vergati dai numerosi numi tutelari del depressive), si consuma anche geograficamente, essendo, banalmente, Atene e Giacarta quasi agli antipodi. Quindi, qual è il ponte tra il quartetto dei Vallendusk e la culla della classicità?
In realtà nessuno. Ad una lettura disattenta i ragazzi protetti dalle amorevoli cure della Pest sono uno dei tanti, tantissimi gruppi formatisi all’ombra della corrente attuale del post-black, nella quale la personalità è merce rara quanto un Gronchi rosa. Tranne per un particolare che trasforma l’ascolto di Black Clouds Gathering in un’epifania, inaspettata e rivelatrice come da rigorosa definizione: l’ineffabile tavolozza di sfumature contenuta in poco più di un’ora di durata.
Sembra che la poesia naturale, non imprigionata nella complessità di astruse figure retoriche ed arditi assemblaggi alla William Borroughs, si fonda spontaneamente con il ritmo dell’anima, dello spirito il quale, reso storpio dagli affanni quotidiani, trova sollievo improvviso nel potersi smarrire nelle sognanti melodie forgiate dalla coppia indonesiana alle asce che non si limita a sciorinare un riffame di superba qualità generale (impostato sul maltrattato modo maggiore) ma spende ogni energia nel tessere una struttura ritmica ed armonica impressionante.
Quest’ultima esplode nell’epicità della lunga e conclusiva The Land Of The Lurking Twilight, la composizione maggiormente black, in cui echi delle foreste norvegesi incontrano gli shoegazer statunitensi, culla durante la sognante Shades Of Grey, sorretta da efficaci arpeggi in tremolo, seguendo il modello sperimentato in Fallen (si veda Jeg Faller) da Burzum, accarezzati di tanto in tanto da accordi puliti, ritorna all’aggressività in Realms Of Elder, traccia assai simile nella costruzione alle tenebrose proposizioni degli americani Agalloch (ai quali il pensiero conduce immediatamente, dopo un congruo numero di ascolti, tuttavia, il peso del paragone lentamente si dilegua), raggiunge lo zenit nell’orecchiabilità di Wander And Beyond, impreziosita da ricami acustici su un percussione vagamente marziali, senza smarrire la bussola o cessare di venerare le divinità della Bellezza, preferite sempre e comunque alle avernali presenze che inducono l’artista, logorato dalle perenne ricerca della formula in equilibrio, a ricorrere al mestiere, mutando, capovolgendo il fondamento alchemico, l’oro in vil metallo.
Gli attori di contorno, voce e sezione ritmica, si muovono rimarcando una conoscenza a menadito della parte da interpretare, sfruttando la nitidezza della produzione che permette ad ogni strumento di collocarsi nel suo spazio favorito, scansando pericolose sovrapposizioni di frequenze. Plauso particolare al tecnico addetto alla batteria: i tamburi suonano caldi, avvolgenti, restituendo, in sede d’ascolto, la percezione di avere direttamente dinnanzi agli occhi il performer, il doppio pedale non sovrasta i compagni d’incisione, come, ahimè, sovente accade, i piatti non sfrigolano né raggiungono volumi fastidiosi. Incredibile si discorra di una formazione all’esordio sulla distanza regina (ignorando l’ottimo EP di presentazione), essendo il primo capitolo della carriera complesso, in quanto, a meno che non si abbia dinnanzi un gruppo di cultori della materia, è l’imperizia a recitare nei panni della (non voluta) protagonista.
Al contrario, si ribadisce, i Vallendusk non hanno commesso errore alcuno, affacciandosi al competitivo mercato internazionale offrendo un prodotto solido, seppur con un leggero, scarsamente visibile, difetto.
Nonostante la massiccia varietà, il desiderio di sposare con cerimonia pomposa diversi (e forse antitetici) linguaggi costringe l’addetto ai lavori ad inventare un’etichetta composta da vari termini per sfuggire al contenitore dozzinale in cui convivono le entità obbligate a portare sulla camicia il prefisso “post”.
Sicuramente non black nell’accezione tradizionale, ruvido per essere pienamente apprezzato dall’appassionato di rock moderno, melodico ed intimista a sufficienza per irretire gli aficionados della scena della Cascadia, Black Clouds Gathering non dà precise informazioni sui futuri sviluppi del quartetto.
Quello che è attualmente un dono, il poliglottismo applicato ai sette suoni, potrebbe, domani, assumere il ghigno della maledizione, obbligando i Vallendusk ad una permanenza in un limbo, una situazione scomoda, la cui soluzione ovvia, snaturarsi per ottenere un veloce riconoscimento (il tipico ragionamento che associa X ad un’espressione Y), non è percorribile (si dubita che, dato il talento, i ragazzi optino per una strada comoda, scevra da sussulti), mentre la sua controparte, ossia persistere nell’affinamento di una sintassi unica e fortemente propria, richiede una personalità spiccata, tratto che i giovani indonesiani devono dimostrare di saper e poter sviluppare (non ha senso arguire riguardo alle potenzialità meramente tecniche).
Riprendendo gli schemi della tragedia greca, all’illuminazione inaspettata (chi scrive mai avrebbe scommesso un tallero sull’uscita odierna) occorre un ausilio, un deus ex machina (immanente, è una “rivoluzione” che deve partire dal gruppo) che riesca a risolvere l’impasse della nomenclatura, in quanto, affidandosi al flusso costante delle cose (panta rei), la semplicità del logos e la sua chiarezza, non potranno non contaminare prima l’interno poi l’esterno dell’ascoltatore predisposto.



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
85 su 2 voti [ VOTA]
Elijah
Domenica 29 Settembre 2013, 20.08.39
3
Bellissimo. Giusto il voto.
Moro
Venerdì 27 Settembre 2013, 20.09.44
2
disco spettacolare. Praticamente un album pienamente ispirato ai Windir che suona Norsk al 100% ma che, colpo di scena, è stato completamente concepito in Indonesia. Voto confermato.
Le Marquis de Fremont
Venerdì 27 Settembre 2013, 14.07.02
1
Recensione ampollosa e pseudo dotta (ma bella! compimenti) e gruppo interessante. Vedrò di ascoltarli.
INFORMAZIONI
2013
Pest Productions
Black
Tracklist
1. Fragments Of Light
2. Shades Of Grey
3. To Wander And Beyond
4. Into The Mist
5. Among The Giants
6. Realms Of The Elder
7. Land Of The Lurking Twilight
Line Up
Rizky (voce)
Danang S. (chitarra)
V. Mithos (chitarra)
Derick P. (batteria)
 
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