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Witchfynde - Cloak & Dagger
( 1663 letture )
Eroi misconosciuti della NWOBHM, i Witchfynde sono a tutti gli effetti uno dei primissimi gruppi dell’ondata, data la loro fondazione originaria nel 1974, a cui seguirono diversi cambi di formazione che portarono poi nel 1979 alle registrazioni per il debut album Give ‘em Hell, uscito nel 1980. Un tour come spalla ai Def Leppard e l’ingenua ma molto forte connotazione esoterica della loro musica e dei loro art work, contribuì ad attirare l’attenzione, ma a quel punto la fortuna cominciò seriamente a girare loro le spalle. Il secondo album Stagefright uscì lo stesso anno e dimostrò che la band, nonostante un songwriting che non si discostava in niente dai più classici stilemi del genere, aveva la solidità o almeno l’ambizione per tentare anche qualche uscita in ambito prog. Influenze che andavano in realtà considerate come parte integrante del loro tentativo di creare una musica oscura e tenebrosa, memore tanto del classico hard rock settantiano, quanto dell’esplosione heavy metal di cui si candidavano ad essere parte con discrete capacità. Purtroppo, il Diavolo o chi per lui volle metterci la coda e i rapporti con l’etichetta, la già non grandissima Rondelet Records, andarono via via peggiorando, finché la band perse il contratto. Un evento che scoraggiò il cantante Steve Bridges, il quale mollò il colpo e salutò i compagni. Al suo posto subentrò un vocalist sicuramente più carismatico e particolare, Luther Beltz, il quale da subito dimostrò di possedere il carattere e il temperamento per rilanciare la band e diventò da allora il vero frontman degli inglesi. Ecco quindi che dopo diverso tempo, siamo ormai nel 1983, vide la luce il terzo album della band, Cloak & Dagger.

Anticipato dalla solita orrorifica e splendida copertina, il disco mostra un ritorno a sonorità meno sperimentali e decisamente più rocciose, con una fortissima componente hard rock e perfino bluesy, che si sposa benissimo col background heavy della band. Le tracce sono tutte molto concrete, pochi fronzoli e molta sostanza; niente di eclatante intendiamoci. Anzi, l’ingenuità la fa da padrone e in più di un’occasione viene il sospetto che tutto sommato con questo terzo album le ambizioni del gruppo finirono per risultare piuttosto ridimensionate. Non che il livello rispetto ai dischi precedenti sia inferiore, anzi. Ma di fatto, giunti al terzo sigillo, i Witchfynde dimostrarono di non avere grossi margini di miglioramento e finirono per rappresentare uno dei più classici casi di band di secondo o addirittura terzo piano della NWOBHM. Il tutto, va detto, conservando comunque una dignità e una solidità complessiva tutt’altro che disprezzabile. Il lavoro alla chitarra di Montalo (vero nome Trevor Taylor) è di consueto molto valido, soprattutto in fase solista, mostrando anche un certo gusto per riff grassi e potenti, che donano ai brani quel tocco di oscurità tipica dei gruppi inglesi della prima Era. I tempi raramente raggiungono chissà quali velocità (l’eccezione in questo senso è Cry Wolf), ma grazie al lavoro dinamico della sezione ritmica non si mostrano affatto arrendevoli o melensi. Un lavoro da parte di Surgey e Scoresby che non raggiunge chissà quali livelli straordinari, ma assolutamente solido, ordinato e funzionale ai brani, quel tanto che basta a non passare in secondo piano. Da parte sua Beltz, che si presenta come una sorta di incrocio tra Rob Halford e King Diamond, fatte ovviamente le adeguate proporzioni, caratterizza in maniera netta i brani, ritagliandosi uno spazio da vero protagonista, seppure non sempre in senso positivo. Nel complesso, la sua vocalità ruvida e virile, che indugia spesso in acuti non sempre calzanti, rappresenta un marchio distintivo abbastanza netto, assieme al lavoro di Montalo e lascia un’impronta precisa su tutto l’album. E’ proprio l’acuto del cantante a dare il via a The Devil’s Playground, prima traccia dell’album, oscura e "satanica" come da programma, ma con quell’ingenua freschezza che solo la NWOBHM ha saputo regalarci, con un primo ottimo assolo di Montalo. Un connubio che a distanza di anni non può non far sorridere con indulgenza e far battere il cuore a chi resta legato a quegli anni fondativi. Altri esempi di brani pesanti, cadenzati e tenebrosi arrivano con I’d Rather Go Wild, probabilmente l’apice di tutto il disco, Cloak & Dagger e la citata Cry Wolf, nella quale Scoresby sfodera anche un inaspettato doppio pedale a condurre una veloce scorribanda, davvero piacevole. Le pulsioni più scopertamente hard rock arrivano invece con Crystal Gazing, davvero valida, Living for Memories e, nemmeno a dirlo, Rock’n’Roll. Sembra quasi di sentire i Judas Priest settantiani o altri eroi "minori" della corrente, come i Grim Reaper. Buona anche la rockeggiante Stay Away, uno dei più riusciti incroci tra hard’n’heavy composti dalla band. Chiude la breve strumentale Fra Diabolo.

Le cose non andarono meglio ai Witchfynde con il nuovo album: poco dopo l’uscita infatti la Expulsion Records chiuse i battenti, lasciando la band senza promozione e praticamente abbandonata a se stessa. Un destino che il gruppo dovrà affrontare anche dopo l’uscita del quarto album Lords of Sin e che decreterà di fatto lo scioglimento, fino al ritorno alla fine degli anni 90, che portò nella decade successiva all’uscita di altri due album. Cloak & Dagger non è altro che una riuscita testimonianza di un certo tipo di intendere l’heavy metal primigenio. Ci sono band in quella ondata che hanno saputo dare un’impronta più profonda e netta, tanto che alcuni rimproverano ai Witchfynde di non aver saputo scegliere chiaramente la strada da percorrere, rimanendo forse troppo in superficie rispetto all’immagine esoterica e maledetta che si sono sempre dati e dimostrando di non possedere poi grandi carte compositive oltre a quelle evidenziate nei primi due album, né particolari qualità esecutive rispetto a tante altre band coeve. Eppure sarebbe errato non dare loro il giusto merito e il giusto valore, perché Cloak & Dagger pur restando nelle retrovie, si rivela album senz'altro valido e ben più che piacevole e sufficiente, con qualche brano capace di superare la diffidenza anche di un ascoltatore più smaliziato. La verità è che si tratta di un disco tutt'altro che brutto o scialbo, con il solo difetto di essere uscito in un periodo in cui la grande ondata stava cominciando a passare e le grandi band erano ormai emerse, innalzando il livello qualitativo oltre la portata di tutte le altre, che da lì in poi rimarranno irrimediabilmente indietro. La produzione del disco dimostra d'altra parte già dei limiti evidenti e anche se perfetta nella sua restituzione grezza e polverosa, è ormai figlia di un mondo che stava già sparendo e che band più blasonate avevano ormai abbandonato. Superato questo scoglio, godetevi appieno l’immersione in questo album, come negli altri dischi rilasciati dalla band in quegli anni: non sono capolavori, ma dischi solidi e ben costruiti, che un amante dell'heavy metal non può non apprezzare e amare.



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
80 su 1 voti [ VOTA]
Lizard
Mercoledì 18 Dicembre 2013, 13.58.43
3
"ha" una valutazione e "band" dopo "incuriosito da questa"
Lizard
Mercoledì 18 Dicembre 2013, 13.57.00
2
Mah... Io ad un ipotetico nuovo ascoltatore consiglierei senz'altro di ascoltare e di corsa i primi due album dei Witchfynde e poi anche questo Cloak & Dagger che comunque a una valutazione di "quasi buono". Non vorrei si commettesse l'errore di considerare qualsiasi disco uscito allora come imprescindibile o "molto meglio di tante nefandezze che escono oggi" solo perché appunto uscito allora. Certo questo disco è meglio di tante cose che escono oggi, come meglio di tante cose che uscivano allora, ma anche decisamente peggio di altrettante. Al terzo disco era necessario un salto di qualità rispetto al livello imposto dalle band maggiori della scena che stavano ormai staccando tutte le altre stabilendo le gerarchie che sarebbero rimaste per sempre e i Witchfynde questo salto non lo fecero, confermandosi delle ottime seconde o addirittura terze linee. Questo non toglie che il disco sia sicuramente godibile e apprezzabile anche oggi, ma se un ipotetico ascoltatore fosse incuriosito da questa o da questo movimento, non sarebbe questo il disco da cui gli direi di cominciare. Diamond Head, Samson, Grim Reaper, Blitzkrieg, Satan, Raven, Tank... Sono fin troppi i gruppi contemporanei che pur senza diventare mai dei best seller scrivevano dischi di ben altro spessore di questo.
The Nightcomer
Mercoledì 18 Dicembre 2013, 0.21.44
1
Il sottoscritto probabilmente è di parte, ma vestendo per un attimo i panni di un ipotetico nuovo ascoltatore, in seguito alla lettura di questa recensione (che in diversi aspetti pur capisco e condivido) non credo mi precipiterei ad ascoltare Cloak & Dagger. Sarebbe però un peccato, perché rinuncerei ad un album il quale, nonostante i difetti e le ingenuità descritte, supera senz'altro moltissime releases attuali, che definire anacronistiche, derivative e poco originali è eufemistico. Poi, per carità, sarà questione di gusti e di formazione individuale, ma i Witchfynde credo meritino qualcosa in più.
INFORMAZIONI
1983
Expulsion Records
NWOBHM
Tracklist
1. The Devil’s Playground
2. Crystal Gazing
3. I’d Rather Go Wild
4. Somewhere to Hide
5. Cloak & Dagger
6. Cry Wolf
7. Start Counting
8. Living for Memories
9. Rock & Roll
10. Stay Away
11. Fra Diabolo
Line Up
Luther Beltz (Voce)
Montalo (Chitarra)
Pete Surgey (Basso)
Gra Scoresby (Batteria)
 
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