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Fates Warning - Darkness in a Different Light
( 5791 letture )
A nove anni di distanza da FWX, i Fates Warning rientrano in studio per proporre l’undicesimo capitolo della loro carriera. Il loro è un caso un po’ particolare, perché pur non pubblicando dischi hanno mantenuto una nutrita attività live che li ha visti effettuare tour con cadenza annuale dal 2004 ad oggi. Questo evento è da attribuire principalmente alla presenza dei molti progetti paralleli a cui hanno partecipato i membri della band: Engine, Arch/Matheos,O.S.I. e Redemption. In realtà le prime voci sull’uscita di questo album risalgono addirittura al 2009, quando il cantate Ray Adler, in un’intervista, disse che stavano pensando di tornare a lavorare su un nuovo LP; il songwriting però ebbe inizio solamente due anni dopo, successivamente alla conclusione del tour del 2011. La stesura dei brani ha richiesto molto tempo, permettendo alla band del Connecticut di entrare nello studio di registrazione solamente nella primavera del 2013. Darkness In A Different Light è caratterizzato anche dal rientro nelle schiere degli americani di Frank Aresti, assente dal ’96, e dall’uscita del batterista Mark Zonder sostituito egregiamente dall’ espertissimo Bobby Jarzombek (ex Riot, Rob Halford, Sebastian Bach ecc…).

Nell’artwork è chiara l’idea di dualismo che si ricollega perfettamente con il titolo, buio in una luce diversa. Vediamo un origami di un cigno nero su campo bianco, questa immagine si presta a diverse chiavi di lettura (ovviamente si parla di supposizioni): la prima, nonché la più banale, è legata al cromatismo dell’immagine, il contrasto dualistico tra il soggetto in nero e lo sfondo bianco che possono essere lette come se l’elemento, in questo caso il cigno, fosse quello che si distingue dall’ambiente circostante. Parlando invece del soggetto dell’illustrazione, si potrebbe ipotizzare che gli americani abbiano voluto usare l’origami nel suo senso più generico, ossia facendo riferimento alla complessità intrinseca dell’oggetto che per antonomasia simboleggia la capacità di una cosa semplicissima, come un foglio di carta, di assumere una forma estremamente complessa. Questa copertina non sarà di certo un capolavoro ma ha un nesso ben delineato con il pensiero espresso nell’album.

In questo nuovo lavoro speravamo di sentire qualcosa di nuovo da questa band, anche data la lunghissima assenza dallo studio, ma ci troviamo davanti ad un disco ben fatto che di base non aggiunge veramente nulla a quanto già detto dalla band stessa in passato. Volendo fare un’analogia, potremmo parlare di una donna non più giovanissima ma valorizzata al massimo e perfettamente alla moda. Questo disco è senza dubbio bello, ben fatto, ben registrato, ma ripropone uno stampo musicale che è stato fin troppo sfruttato e rispecchia troppo le caratteristiche stereotipate di ciò che oggi l’ascoltatore medio di progressive metal intende come disco fatto bene. Manca quella voglia di sperimentare e mettersi in gioco che dovrebbe essere la base su cui costruire un disco progressive. Entriamo però vivo del disco; veniamo accolti da One Thousand Fires, riff molto potente reso più interessante dall’ottimo incrocio delle due chitarre. Per quanto la composizione sia di ottimo livello e ci siano degli incastri ritmici di grande complessità il brano resta abbastanza scialbo e sicuramente già sentito, ma si lascia ascoltare piacevolmente. Firefly è uno dei pezzi più metal dell’album: ritmiche e suoni molto pesanti condiscono un songwriting che alterna parti cattive ad un ritornello molto pop oriented. Desire scorre senza lasciare troppe emozioni, i cambi sono molto prevedibili e a tratti risulta a tratti quasi scontata. Falling in pratica è una sorta di intro acustica per I Am, brano che risulta molto grunge oriented con tratti che strizzano molto l’occhio al sound dei Tool. Lighthouse è la ballad del disco: pezzo poco ispirato e molto ripetitivo, per quanto il cantato riservi qualche parte molto piacevole. Into the Black lascia abbastanza perplessi, sentendola la prima volta ci si aspetterebbe l’ingresso del growl di Michael Akerfeldt da un momento all’altro, particolarmente l’intro è estremamente Opeth-style ma un po’ tutto il brano rimanda molto alle sonorità dei colleghi svedesi. Kneel And The Obey è un pezzo abbastanza monotono: fin da subito incontriamo il riff che, pur variando metricamente all’interno del brano, ci accompagna per tutta la durata fatta eccezione per il solo di chitarra. Si può parlare tranquillamente di brano di riempimento. Chloroform è una semi ballad che, pur non risultando nuova, riserva dei momenti di grande musica; ottima l'alternanza tra le parti melodiche e quelle più tirate. And Yet It Moves è senza dubbio il pezzo più interessante dell’album: una suite di quattordici minuti dove ci danno una sorta di portfolio di tutto il loro repertorio tecnico e compositivo. Bisogna riconoscere che questo, per essere un brano così lungo, non stanca affatto, anzi, cattura molto l’attenzione dell’ascoltatore grazie alla grande quantità di variazioni tra parti disomogenee. Nella versione limitata del disco è presente un cd bonus dove sono presenti una versione estesa di Firefly, un brano inedito intitolato Fallen Further e due brani live.

Tiriamo le somme: come dicevamo in premessa, è il disco che il fan del gruppo si aspettava, pulito, preciso, suonato alla Fates Warning fino al midollo. A differenza di altri generi, però, il progressive ha una componente imprescindibile di sperimentazione che non deve mai venire meno; in caso contrario si perde lo spirito stesso del genere e questo è un po’ quello che si sente in questo disco. Un compito ben fatto da gente che il mestiere lo conosce fin troppo bene, ma che non osa mai, non esce mai degli schemi e non aggiunge quindi nulla a quanto già fatto da questa straordinaria band. Dispiace sempre vedere gente che possiede le capacità per creare qualcosa di nuovo e finisce per fossilizzarsi in uno stile, accontentandosi di quello che gli riesce facile e andando a giocare su un terreno sicuro. Detto ciò, se volete sentire un altro album dei Fates Warning, apprezzerete da morire questo disco; se cercate qualcosa che vi stupisca Darkness In A Different Light non è per voi.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
85.76 su 50 voti [ VOTA]
Luka2112
Lunedì 24 Giugno 2019, 23.43.43
36
Ho detto altre volte( e ribadisco qui) Che i gusti personali non si discutono, se un disco non piace non piace, ma dire che questo disco è stanco o privo di novità è assurdo.Il sound ad esempio sonda campi nuovi spingendo i FW verso un metal prog (intelligente) più tagliente rispetto al passato.Grandi brani e parecchie idee, gestite da un maestro come Matheos. Basterebbe comunque la presentazione avvincente del grande Bobby Jarzonbeck, un batterista tecnicamente straordinario e in grado da solo di apportare novità nel sound della band magistralmente strutturato e ricercato come sempre.
dimebag89
Martedì 8 Novembre 2016, 21.29.11
35
Concordo con i commenti qua sotto. TOF è un album stupendo, veramente notevole. Avanti con la recensione!
Diego
Venerdì 4 Novembre 2016, 9.16.44
34
Gran bel disco TOF, non capisco il ritardo della recensione e la mancanza di quelle di Parallels e Perfect Symmetry, dischi imprescindibili per gli amanti del genere.
Steelminded
Lunedì 24 Ottobre 2016, 10.35.46
33
Infatti, mi chiedevo anch'io perche' questo ritardo. Theories of Flight e' davvero un grandissimo disco.
Max
Lunedì 24 Ottobre 2016, 10.13.04
32
"a differenza dell'ultimo che invece trovo eccezionale!" come non darti ragione !!! (ma qui a Metallized si sono accorti che da "soli" 4 mesi è uscito quello che si candida come miglior album del 2016?????!!)
Steelminded
Domenica 23 Ottobre 2016, 22.34.29
31
Bruttino, a differenza dell'ultimo che invece trovo eccezionale!
marmar
Lunedì 15 Agosto 2016, 13.54.33
30
Dare 70 a questo disco vuol dire non capire nulla di musica.
Max
Mercoledì 20 Luglio 2016, 14.31.41
29
Probabilmente uno dei meno riusciti (ma virgolettato alla grande) di questa impressionante ma altrettanto sottovalutata band (che seguo da No Exit in poi:i primi tre album proprio non mi van giù), ma sempre di buon livello (il voto mi sembra un po' bassino però). In compenso è uscito l'ultimo - Theories of Flight - (recensione, please) e ragazzi....che album!!! Consigliatissimo.-
Jappy
Sabato 18 Luglio 2015, 0.08.14
28
Devo dire che per i cultori del progressive è spesso una cosa strana parlare di progressive album. Mi spiego meglio spesso leggo di recensioni di album sperimentali che però non suonano progressive come l'ascoltatore di prog Metal vorrebbe, quindi tante ritmiche sincopate bordate sulla batteria in controtempo e tutti i cliché redatto dalla premiata ditta dream theater per poi venire licenziati come album non progressive ..non voglio dire che il recensore sbagli in quello che ha scritto, anzi tuttaltro, dico solo che il prog effettivamente accende gli animi dei progster e si apre un mondo di discussioni. Detto questo prendo l'album per quello che è un bel album prog Metal come ce ne sono tanti e sicuramente i FW come li conoscevamo un tempo, sperimentatori e rivoluzionari sono ormai relegati al passato . Godiamocelo per quello che è
Steelminded
Mercoledì 27 Maggio 2015, 19.57.46
27
Copertina identica a Revolution Days do Barclay James Harvest. Caso o citazione? Evviva!
Steelminded
Giovedì 21 Novembre 2013, 11.02.37
26
Dopo un periodo di polemica autocensura torno sul sito . Secondo me il disco rimane qualitativamente piu' che valido non c'e' dubbio... Melodia, tecnica e malinconia si sentono e bene. I suoni e la produzione in generale sono freddissimi ma molto interessanti. Detto questo, non mi sembra raggiunga vette quanto a originalita', musicalita' e varieta'... per cui mi trovo d'accordo con la rece. P.S. il batterista mi piace tantissimo... complimenti non lo conoscevo.
Alex666
Giovedì 21 Novembre 2013, 9.25.11
25
Grande disco come solo i Fates Warning potevano creare, gli unici in grado di proporre un perfetto equilibrio alchemico di melodia, tecnica e malinconia. Un disco difficile che richiede molti ascolti per essere pienamente assimilato. Non ha senso fare paragoni ne con loro dischi precedenti nè con produzioni di altri gruppi (chi ha detto DT?), ma un disco che merita almeno un dignitoso 85.
marmar
Mercoledì 20 Novembre 2013, 22.37.52
24
Fantastico, disco dell'anno.
Pinco Pallino
Mercoledì 20 Novembre 2013, 10.19.56
23
In effetti i primi secondi di into the black possono ricordare gli opeth. Una differenza notevole rispetto al passato sono i suoni delle chitarre ritmiche, molto più pesanti, e naturalmente il drumming di Jarzombek, più potente e metallico rispetto allo stile di Zonder.
Pinco Pallino
Martedì 19 Novembre 2013, 12.01.36
22
Più che la novità mi aspettavo la qualità e da vecchio seguace dei fates, ne ho trovata in abbondanza, ancor più di quella che speravo. Sinceramente il richiamo agli opeth mi sembra fuori luogo.
Diego
Lunedì 18 Novembre 2013, 14.58.30
21
@ecodont Scusami ma dai FW l'ultima cosa che voglio è la cattiveria e quando ci hanno provato i DT mi hanno fatto tenerezza.
ecodont
Domenica 17 Novembre 2013, 16.34.36
20
uno dei migliori album di quest'annata. ok forse in alcuni casi manca un pizzico di cattiveria, ma rimane un disco stupendo...magari non quanto l'ultimo dei dream (secondo me), ma ispirato e con ottimi spunti sicuramente. into the black, and yet it moves, one thousand fires e falling le migliori. voto: 87
entropy
Sabato 16 Novembre 2013, 23.59.39
19
condivido il pensiero di dario. Si forse non ci saranno grandi innovazioni, ma è un albu con i controfiocchi, di un gruppo che cmq da una propria interpretazione personale del genere, e che sprigiona personalità in ogni nota. Per me il voto va da 80 a 85...
Crimson
Sabato 16 Novembre 2013, 18.41.59
18
Alder in No exit è troppo esagerato. Ma si comprende con il fatto che aveva la pesante eredità di Arch alle spalle. Poi per fortuna troverà la sua strada. Oggi, anche volendo, non è più in grado di cantare come negli '80.
Absynthe
Sabato 16 Novembre 2013, 18.12.23
17
@Dario: più che dirlo io, lo dice lui stesso! Comunque, sono lieto di leggere queste impressioni da parte tua. Stimo Ray Alder visceralmente per la quantità di pathos che riesce a infondere alle liriche. Ho iniziato ad adorarlo seriamente da Inside Out (da quando cioè l'ha piantata con le linee supersoniche à la Tate - in Perfect Symmetry o Parallels è un fenomeno in perfetto bilanciamento fra acuti ed emozionalità, ma in No Exit non lo digerisco) e via via sino ad oggi, anche nei primi tre album dei Redemption con lui alla voce (l'ultimo, in tutta onestà, l'ho ritenuto una ciofeca e, infatti, ho risparmiato i liquidi dell'acquisto).
dario
Sabato 16 Novembre 2013, 13.54.16
16
@Absynthe: io li ho sentiti live, ma non ho notato nessuna problematica per Ray, anzi ti posso garantire che canta ancora benissimo. Sarà pure un istintivo come dici tu, ma dal vivo mi è sembrato in formissima, almeno a mio modesto parere.
dario
Sabato 16 Novembre 2013, 13.37.26
15
Non sono d'accordo col recensore. Non capisco per quale motivo bisognava aspettarsi per forza qualcosa di nuovo. Sono usciti album di altre band, a mio parere, che non hanno proposto nulla di nuovo, ma il risultato è stato di ottima fattura e le recensioni positivissime. Non capisco perchè questa cosa debba essere invece una pregiudiziale per i Fates che influisce sul giudizio finale. Novità assoluta ? No. Ottimo album? Si. E l'ottimo vale almeno 80. And Yet It Moves (MONUMENTALE) Into the Black One Thousand Fires Firefly le mie preferite.
Absynthe
Sabato 16 Novembre 2013, 13.06.45
14
Tutto sommato, sono in linea con le considerazioni generali. Forse, qualcosina in più potevano darla (Aresti in primis avrebbe potuto ritagliarsi più spazio coi suoi leads). Stante tutto ciò, io ho provato davvero ottime sensazioni durante One Thousand Fires, Firefly, Falling, Lighthouse e la bellissima Into The Black. And Yet It Moves rappresenta un altra piccola gemma nella loro discografia che, anche paragonata alla monumentale Still Remains, finisce per non sfigurare minimamente (e, in ogni caso, rappresenta qui metà del valore del disco). Sui singoli: Vera è la solita garanzia quanto a sound e timing; Jarzombeck era l'unico sostituto possibile per le geometrie ritmiche proprie dello stile dei Fates Warning (un Gavin Harrison, per quanto attualmente sia il mio drummer preferito, lo avrei visto un po' legato in questo contesto); Aresti, come sempre, tanto nei suoi momenti solistici quanto nelle rifiniture dei brani (arpeggi, contrappunti e quant'altro), riesce ad esprimere una classe inimitabile che altri suoi colleghi ben più quotati sognano (anzi, forse neanche sognano); Matheos è sorprendentemente uno che, anche quando non ispirato al 100%, riesce a produrre risultati ragguardevoli, sempre genuino nel suo riffing e sempre ottimo arrangiatore. In ultimo, e separatamente, il capitolo Alder: per quanto dolga il dover constatare che anni di fumo (e probabilmente i suoi difetti tecnici - ho un libro di tecnica vocale nel metal, in cui figura tra anche un'intervista a Ray, tra gli altri, nella quale ammette di non aver mai preso lezioni e di essere praticamente un istintivo) abbiano notevolmente ridotto il range che la sua ugola può coprire, comportando problematiche anche e soprattutto in sede live, non mi sento assolutamente di incriminare la sua prestazione su quest'album; penso, anzi, che ci troviamo di fronte a un singer che ha saputo reinventare il suo bagaglio espressivo, smussando e levigando il timbro, facendolo più caldo, avvolgente e offrendo layers interpretativi invidiabili rispetto ai "midi" che si sentono in giro (soprattutto se consideriamo che nella compagine di New York canta uno che ormai è papabile solo per Lo Zecchino d'Oro...) e risultando ancora, in definitiva, vista poi la natura intimista e crepuscolare del disco e delle liriche ivi contenute, uno dei punti di forza. Per me siamo sul 75, e potrebbe crescere (non dimentichiamoci che la musica dei Fates Warning è spesso criptica e nasconde finezze al di sotto della facciata). P.S. Evitiamo di paragonare questo disco all'omonimo dei newyorkesi: è fuori luogo.
Red Rainbow
Venerdì 15 Novembre 2013, 22.38.27
13
Mah, devo dire che ero partito con le stesse sensazioni di Diego, ma al crescere degli ascolti ammetto di essere approdato non troppo lontano dalla posizione di Crimson. Non è per fare il mignottone cerchiobottista , ma forse se si riesce a sgombrare la mente da attese messianiche & "ansie da prestazione" rispetto ai totem del passato, in effetti la godibilità complessiva dell'album ne guadagna parecchio (oltre alla pluricitata suite io ho apprezzato moltissimo l'incursione di Into the Black nell' "Opeth style")... Intendiamoci, non gli troverò un posto nel sacro pantheon del prog ma ce ne fossero di album così in altre carriere pluridecennali...
Carlo
Venerdì 15 Novembre 2013, 22.24.24
12
Inizialmente mi aveva un pò lasciato indifferente. Ora lo adoro. Stranamente, per quanto possa sembrare "semplice", non si rivela subito. Concordo che non porta molto di nuovo, ma da loro non mi aspetto solo sperimentazione, perchè poi? Per me un bell'80.
macho68
Venerdì 15 Novembre 2013, 21.30.17
11
Dopo averlo aspettato con ansia,ho provato ad ascoltarlo più volte proprio per cercare di trovare quelle sensazioni che mi davano i fates....purtroppo non le ho trovate.Un album che non riesce a decollare, se non con la suite finale che però non basta a sostenere l'intero lavoro...anche se Jarzombek è un ottimo batterista,non avrà mai la genialità e il gusto di Zonder...purtroppo.. Voto 70 e nulla di più...
Per una volta
Venerdì 15 Novembre 2013, 18.39.03
10
D'accordo con voto e recensione, (molto) meglio l'ultimo Dream Theater
mikmar
Venerdì 15 Novembre 2013, 17.58.34
9
Il disco nella sua totalità è ben lontano dal capolavoro, il voto del recensore è secondo me giusto, c'è però un vero e proprio capolavoro che è la suite "And Yet It Moves", un pezzo a dir poco bellissimo che alza notevolmente il voto al disco che altrimenti sarebbe da 60.
Luigi
Venerdì 15 Novembre 2013, 15.42.55
8
Esatamente, strizza molto al progetto con arch alla voce, che fino a la andava bene, visto che l'album legava con quel periodo! pero sinceramente non mi aspettavo tanto vista che ormai la collaborazione con moore pare terminata, e Jarzombek, per quanto sia bravo, pesta troppo per una band come questa! Ci avrei visto volentieri un Gavin Harrison, con un tocco piu docile! In sostanza l'assenza di moore e Zonder si sente assai.. recensione e voto giusti.
Crimson
Venerdì 15 Novembre 2013, 15.40.36
7
I Fates warning recentemente sono già tornati alla ribalta con un Grande album con la G maiuscola ed è Arch/Matheos, che si aggiunge alla lunga lista degli album da dover ascoltare di questo gruppo. Questo è sicuramente un “figlio minore” rispetto al disco con Arch, ma tuttavia è sempre un bell’album, con la solita classe ed emozioni targati Fates. Non è rivoluzionario per lo stile della stessa band, questo è indubbio. Tuttavia, non è neanche una sterile ripetizione di quanto già proposto. Non abbiamo tastiere né innesti elettronici, è un album più diretto, più metal e basato sull’impatto delle chitarre. In più , l’apporto di Jarzombek è notevole nel dare quel distacco, non enorme ma significativo, rispetto agli album del passato (con Zonder sarebbe stato troppo un semplice altro album dei Fates). Il disco è volutamente monolitico essendo, probabilmente, una sorta di concept sui “periodi neri” della vita e sul loro superamento. Molte delle canzoni infatti funzionano insieme, inserite nel contesto del disco (tipo Falling) e non estrapolate da esso. Rispetto a Disconnected manca quel filo di sperimentazione in più che fa la differenza o un’altra canzone monumentale tipo Something from nothing, tuttavia l’opener di Darkness la trovo migliore rispetto a canzoni come One. La suite finale non sfigura assolutamente se paragonata a Still remains, anche se forse ne ricalca un po’ troppo la struttura divisa in due parti (sostanzialmente), ma come bellezza non c’è differenza. Se siete fan del gruppo il disco non vi deluderà (anche se ognuno ha i suoi gusti). Può comunque essere un album che divivde. Per i non fan, anche se è ovvio che si debbano conoscere i capolavori, paradossalmente trovo che questo disco sia un ottimo spunto per iniziare ad ascoltare questo gruppo seminale che purtroppo (ed incredibilmente) è poco conosciuto e seguito in Italia (troppo alla ricerca di gruppi che “suonano come” i Dream theater), perché presenta delle caratteristiche peculiari dei Fates con uno sguardo all’oggi. Contando poi che almeno dal secondo disco The Spectre within fino a Disconneted la qualità di ogni uscita è stata sempre molto elevata e praticamente ogni disco tirato fuori è stato importante per il metal ed il prog metal (il meno importante è Inside out, che è comunque è bellissmo). Tirando le somme: bel disco targato Fates, che vi aiuterà a sostenere i periodi di depressione e di “entrata del buio”.
Ad Astra
Venerdì 15 Novembre 2013, 15.38.53
6
li ho visti dal vivo. eseguirono tre brani sembravano di impatto e molto ben cngeniati.non avevo ascoltato l'album ancor...una settima dopo l'ho preso messo in cuffia mi ha lasciato indifferente...un esempio di come possa differenziarsi una canzone da live a studio... pensiero giustissimo quello di francesco! torno a mettermi su APSOG
waste of air
Venerdì 15 Novembre 2013, 14.13.57
5
Io quoto, 70 è il voto giusto; il discone l'hanno fatto con Arch al microfono poco tempo fa. Questo sembra contenere delle b-side di Sympathetic Resonance cantate da Alder.
Sambalzalzal
Venerdì 15 Novembre 2013, 13.38.38
4
Lo avevo aspettato con ansia e come voi sono rimasto deluso. Non è un brutto disco ma a me perlomeno suona veramente "stanco" ed impersonale. Aspetto prima di votare xchè voglio riascoltarlo altre volte ma non sono felicissimo
Electric Warrior
Venerdì 15 Novembre 2013, 13.00.11
3
Quoto il commento di Diego, e aggiungo da fan dei Fates che questo non era minimamente il disco che attendavamo! Anche io sono molto deluso, davvero non so quale disco sia più noioso ed inutile tra questo e l'ultimo dei Theater (visto che il confronto si riduce sempre a questi due mostri sacri del prog metal). Per me questo lavoro è bocciato in pieno: Alder oramai non ha più voce, il ritorno di Aresti inutile, Matheos oramai strizza l'occhio all'alternative metal. Vera ha già dato negli anni e Jarzombek giganteggia senza mettere l'anima in quello che fa.
P2K!
Venerdì 15 Novembre 2013, 8.31.29
2
A me questo disco non è dispiaciuto però alla fine riconosco che il recensore ha preso in pieno il concetto che in finale è nato dentro di me dopo aver fatto girare più volte il cd nello stereo della macchina, ovvero che questo disco insieme al penultimo FWX comincia a dare il senso di "disco alla Fates Warning", ovvero un "Disconnected" senza la parte elletronica di tastiere. Sound moderno alla tOOl in alcuni punti dove si avverte che l'esperienza di Matheos neglio OSI è ormai totale. In più aggiungerei che la voce di Alder ormai mi sembra piuttosto sfiaccata.
Diego
Venerdì 15 Novembre 2013, 7.24.37
1
Grande, grande delusione. L'album si protrae con noia fino a And yet it moves, dove, finalmente, riconosco i FW in quello che è esattamente il loro habitat naturale; infatti non è del tutto vero che non c'è nulla di nuovo: la novità sta nel fatto che il gruppo si è addentrato in territori non suoi, cos'è già sentite, ma nuove per Matheos e sosci. I FW sono indubbi alfieri del prog metal, inteso come una versione tecnica ed elegante del metà classico. Ricordiamo gli esordi maideniani del gruppo ed una progressiva presa di posizione ed identità. In questo album di FW c'è poco, solo la voce di Alder ci ricorda chi stiamo ascoltando. L'estro di Zonder dietro le pelli non può essere sostituito da un notevole Jarzombeck, batterista troppo "muscoloso" per un gruppo elegante come i FW. La presenza di Aresti la vedo nei credits, piuttosto che sentirla. Credo che dopo tanta attesa era lecito aspettarsi qualcosa di ben altro spessore dai musicisti in grado di comporre Parallels,& co.
INFORMAZIONI
2013
Inside Out
Prog Metal
Tracklist
1. One Thousand Fires
2. Firefly
3. Desire
4. Falling
5. I Am
6. Lighthouse
7. Into the Black
8. Kneel and Obey
9. O Chloroform
10. And Yet It Moves

Bonus:
11. Firefly
12. Falling Further
13. One
14. Life in Still Water
Line Up
Ray Alder (Voce)
Jim Matheos (Chitarra)
Frank Aresti (Chitarra, Cori)
Joey Vera (Basso)
Bobby Jarzombek (Batteria)
 
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