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Deadlock - The Arsonist
( 1775 letture )
The Arsonist è il sesto full length della band bavarese, ormai attiva da ben sedici anni, tanto che il monicker Deadlock dovrebbe oramai essere noto ai più.
Rispetto al precedente Bizarro World si segnalano alcuni significativi cambi di line up, con il bassista John Gahlert che eredita definitamente il microfono dal vocalist storico Johannes Prem, non più parte del gruppo, e cede le quattro corde alla new entry Ferdinand Rewicki, mentre alle chitarre il controllo passa interamente al songwriter principale, Sebastian Reichl, non più assistito da Gert Rymen.
Il genere proposto in questo album può essere sinteticamente descritto come la giustapposizione di sonorità derivate dal groove metal ad altre vicine all’alternative/symphonic, questi ultimi intesi nella loro accezione più melodica ed orecchiabile.
Le sezioni maggiormente improntate al groove si caratterizzano per il ritmo sincopato, essenzialmente sostenuto dalle percussioni ma soprattutto dal suono molto intenso del basso. I riff sono spesso insistentemente circolari e usati più per arricchire la sezione ritmica che per impreziosirla con virtuosismi di pregio. La vocalità di Gahlert è descrivibile come un harsh vocal dal timbro basso e roco più che un vero e proprio growl, ma è comunque vigoroso e corrosivo al punto giusto.
Ad essa si contrappone la voce di gran lunga più melliflua della cantante Sabine Scherer, che comunque nelle sezioni più tese tende a mantenere un’impostazione relativamente energica e sempre emozionalmente sentita. Quando la voce femminile fa il suo ingresso spesso anche il mood cambia improvvisamente, le chitarre iniziano ad abbozzare tenui passaggi armoniosi ed il ritmo rallenta, quasi a voler ostentatamente aprire squarci emozionali nel cuore di sezioni caratterizzati da un groove abbastanza sostenuto ed aggressivo, per dargli la possibilità di colpire ancor più forte non appena la parentesi si sia chiusa. Mentre nei momenti più intensi la voce femminile è talvolta coadiuvata da cori di derivazione symphonic, nei break più romantici è accompagnata da atmosfere eteree, arpeggi quasi impercettibili ed è lasciata libera di esternare tutto il suo malinconico fascino, il che a dire il vero riesce sufficientemente bene all’avvenente cantante, che dà il meglio proprio in queste circostanze risultando invece talvolta poco incisiva quando le si richiederebbe maggiore impeto.

La title track può essere considerata come uno dei brani più illuminanti sullo stile scelto prevalentemente dalla band, evidenziandone da un lato i maggiori punti di forza ma dall’altro purtroppo anche le principali debolezze, gli aspetti meno convincenti. Ancora una volta la formula è chiara, ovverosia incollare, avvicendare sezioni molto aggressive con altre che strizzano l’occhio alla melodiosità, con la differenza che qui il contrasto è ancor più accentuato. L’impatto delle sezioni groove è molto violento, non solo per i ritmi vertiginosi e per la prova muscolare del guitar work, ma anche per la profondità e la durezza della voce maschile, qui vicina al growling. Fin qui è tutto perfetto e suona a meraviglia, l’irruenza di queste sezioni è travolgente ed entusiasmante, perfino gli inserti delle tastiere sono al posto giusto, non c’è nulla da eccepire. Risulta tuttavia oltremodo ardito e in qualche misura forzoso l’intento di spezzare cotanto impeto con innesti di ispirazione oserei dire electro-pop, non tanto per l’uso dell’elettronica in sé, quanto per l’ostinata tendenza a far ricorso a motivetti catchy al punto giusto dall’essere immediatamente assimilabili, ma anche scontati e banali al punto giusto da disinnescare l’esplosività del groove rendendo l’insieme fin troppo prevedibile.
La verità è che brani come I’m Gone, ad esempio, scivolano troppo velocemente (tre minuti e mezzo) senza lasciare il segno, rischiando di risultare da un lato facilmente assimilabili ma dall’altro scarsamente dotati di longevità; ma c’è anche dell’altro.
Senza nulla togliere a chi, magari con le migliori intenzioni, magari anche con il reale intento di omaggiare grandi classici del passato, si cimenti nel loro rifacimento in chiave più moderna usando cifre stilistiche totalmente differenti, ma esistono dei brani che non possono essere “rifatti” con tanta leggerezza. Poi per carità tutto è possibile ma, quando si tenta di riadattare brani come Smalltown Boy dei Bronski Beat ad un contesto così diverso, si dovrebbe tener conto del fatto che fallire è molto facile e che, specie alle orecchie di chi ha vissuto quel periodo, di chi ha sussultato grazie a quel timbro unico, irresistibile ed insostituibile di Jimmy Sommerville, questa operazione possa risultare per certi versi perfino spiacevole. Ma allora si è trattato di voler osare o semplicemente di un’operazione squisitamente commerciale? Propendo per la seconda ipotesi e questa è ancora una volta la dimostrazione del fatto che questa uscita non fosse supportata da un sufficiente bagaglio di idee nuove, che servisse un gradevole riempitivo per raggiungere l’obiettivo minimo, vale a dire quei quaranta minuti esatti che potessero giustificare l’uscita di un nuovo full length, come da contratto.

Fortunatamente però ci sono anche episodi in cui la formula funziona meglio e anche l’alternanza con le incursioni energiche della vocalist è particolarmente efficace. In particolare ciò avviene quando la voce della cantante viene innestata magnificamente all’interno del groove, risultando assolutamente adatta al contesto. L’effettistica amplifica l’impatto dell’ingresso della voce femminile, non più dedita esclusivamente a mitigare l’atmosfera ma ad arricchirla di un’aurea quasi mistica. Anche le chitarre liberano efficaci scariche sganciandosi dalla sezione ritmica, si odono finalmente pregevoli assoli e chiusure sfumate da un’aria evanescente che si consuma sulle candide note di un piano.
È il caso di Dead City Sleepers, uno dei brani meglio riusciti del lotto, ma anche in Darkness Divine l’insieme appare maggiormente equilibrato, con i break più dimessi che spezzano sì l’impeto del groove ma lo fanno quasi sospendendo il fiato anziché puntando su facili melodie dal sapore pop che francamente mal si addicono al contesto.
Analogamente, su As We Come Undone si possono esprimere concetti simili, tutto è meglio calibrato, gli ingressi della voce femminile sono più consoni e vengono sottolineati da una cornice sinfonica. Anche in questo brano rientra l’elettronica in maniera rilevante e questo non dispiace, mentre i cori maschili sono forse un po’ scontati.
Il brano più duraturo è Hurt, l’unica ballad presente all’interno di quest’album, unicamente interpretata dalla cantante che, con strazio e tragicità, gli dona quella carica melodrammatica tipica delle composizioni lente di derivazione female fronted symphonic metal/rock. Dopo una prima parte particolarmente sommessa in cui le note basse di un piano ed arrangiamenti alle tastiere accompagnano la fascinosa ugola della cantante, che in questo contesto si mostra particolarmente a suo agio, si possono anche apprezzare gradevoli linee chitarristiche melodiche, al punto che nel suo complesso e per il suo scopo il brano risulti certamente non memorabile ma gradevole e malinconico al punto giusto.
L’altra faccia della medaglia invece si sprigiona subito dopo con The Final Storm, in un groove metal aggressivo dal caratteristico ritmo sincopato, dalle vaghe contaminazioni industrial e symphonic, con una vocalità maschile aspra ma anche con cori perentori. Ciò che colpisce in particolare è la brutale meccanicità del brano, mentre l’impiego della voce femminile viene relegato ad un breve intermezzo dal sapore alternative, risultando per nulla invasivo, anzi direi funzionale alla progressione del brano. Il brano ha un forte impatto e potrebbe anche risultare tra i migliori se non fosse per la sua forse eccessiva ossessività. Però ci offre anche un utile esempio di cosa ci si potrebbe aspettare in assenza (o quasi) della voce femminile, che comunque nel complesso arricchisce l’insieme e il tutto sarebbe potuto risultare molto più incisivo se non fosse stato per la banalità di certe aperture easy-listening, come nella conclusiva My Pain.

Rispetto a Bizarro World la sensazione è che The Arsonist sia più impostato su una sorta di “melodic groove”, mentre in quel caso in alcuni passaggi ci si avvicinava maggiormente al melodic death, le linee chitarristiche erano più articolate, la voce femminile conduceva il gioco in maniera più efficace e c’era una componente “electro” più accentuata. Ma la differenza fondamentale risiede nella qualità complessiva, il che fa sì che questo disco appaia come un passo indietro rispetto al suo predecessore.
È un vero peccato, la band avrebbe le carte in tavola per partorire lavori maggiormente degni di nota e lo ha in parte già dimostrato in passato. Ciò che appare lacunoso in questo disco non è tanto la formula in sé e, sia chiaro, non è il genere proposto che è qui in discussione, quanto il modo in cui viene interpretato e soprattutto, nel caso specifico, ciò che sembra mancare è proprio la freschezza delle idee, una maggior cura delle composizioni, che stavolta per lunghi tratti danno l’impressione di non riuscire a lasciare il segno quasi per niente, rendendo questo lavoro a tratti anche gradevole ma nulla più.
L’augurio è che i teutonici Deadlock non siano piombati definitivamente in una situazione di “stallo” compositivo e che riescano a ritrovare la giusta ispirazione in futuro.



VOTO RECENSORE
67
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
Prometheus
Sabato 30 Novembre 2013, 22.37.44
1
Il precedente album mi era piaciuto, questo decisamente meno.
INFORMAZIONI
2013
Napalm Records
Groove
Tracklist
1. The Great Pretender
2. I'm Gone
3. Dead City Sleepers
4. The Arsonist
5. Darkness Divine
6. As We Come Undone
7. Hurt
8. The Final Storm
9. Small Town Boy (Bronski Beat cover)
10. My Pain
Line Up
John Gahlert (Voce)
Sabine Scherer (Voce)
Sebastian Reichl (Chitarre, Tastiere)
Ferdinand Rewicki (Basso)
Tobias Graf (Batteria)
 
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