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Lucid Dream - The Eleventh Illusion
( 2170 letture )
Non è facile per nessuno andare a sfidare una band come i Rush nel loro territorio di caccia, quegli anni 70 nei quali il gruppo canadese ha sviluppato la propria natura di band, partendo dall’hard rock zeppeliniano per finire poi con un prog magniloquente e personalissimo, che ha stregato milioni di persone e continua ancora oggi ad essere riferimento assoluto per qualità ed ispirazione, oltre che per mero valore tecnico, potenza espressiva, visionaria e creatrice. Non per niente parliamo dei Rush, una delle band più importanti di tutti i tempi in ambito rock. Eppure, il trio pur influenzando decine di band e pur essendo citato da altrettante per ispirazione, non ha avuto molti gruppi che hanno deciso di rifarsi in maniera diretta al loro sound. Troppo personale probabilmente, troppo unico ed identificabile per essere preso a modello in maniera diretta senza scadere nella pura emulazione. Forse chissà, perfino troppo difficile raggiungere il loro livello e sperare di poter sopportare un confronto in partenza perdente. Un po’ come succede anche per un gruppo totalmente differente come i Pink Floyd: molti gruppi che si ispirano, ma nessuno come loro, mai. I genovesi Lucid Dream che evidentemente hanno dalla loro tanta fiducia nei propri mezzi e perché no, anche quel po’ di sana follia che l’autoproduzione consente, hanno deciso di partire proprio da questi modelli, andando a riprendere in maniera chiara e limpida il loro percorso musicale, per giungere poi ad una propria identità, mediata dalle band citate, ma non ad esse asservita.

The Eleventh Illusion è il secondo album della band e fa seguito al precedente Visions from Cosmos 11 uscito nel 2011. Si tratta di un album che come anticipato parte dall’hard rock settantiano per spostarsi poi sempre più decisamente verso lidi prog, nei quali la guida è indubbiamente quella offerta dai Rush. Dalla band canadese viene mutuato l’amore per la centralità dei riff, base di partenza per l’evoluzione dei brani, a partire dalla quale si sviluppa poi tutto il percorso musicale del disco, a sua volta un viaggio attraverso un concept onirico orientato dall’introduzione e dalla chiusura affidate alla voce narrata di Beatrice Schiaffino. Musicalmente l’album si rivela decisamente ambizioso: la connessione tra hard rock e prog è assolutamente matura e totalmente in controllo della band, che dimostra di aver raggiunto una consapevolezza e un equilibrio compositivo notevoli. Ammirevole in questo l’uso assolutamente funzionale che il gruppo fa della propria caratura tecnica, sempre in primo piano, ma lontana dall’essere protagonista dell’album, nel quale la parte del leone la giocano sempre le composizioni e la melodia. L’ascolto si rivela estremamente piacevole e tutto sommato scorrevole, anche se forse in qualche caso una maggiore asciuttezza non avrebbe guastato, ma si tratta di particolari, perché quasi mai i musicisti perdono il senso del fine compositivo ultimo. Così se il disco parte con due brani quasi per intero definibili come hard rock, sebbene dotati di particolarità ritmiche tutt’altro che comuni e tanto Simone Terigi alla chitarra quanto Alessio Calandriello mettono subito in luce le rispettive qualità, piano piano il substrato progressive comincia a fare capolino fino a divenire dominante nella parte centrale, per poi lasciare spazio al ritorno su sonorità più dirette e moderne, in vista del finale. Colpisce sin da subito la volontà di costruire brani piuttosto ricercati e maniacalmente curati da un punto di vista degli arrangiamenti, quanto melodicamente piacevoli. In realtà, è piuttosto percepibile lo sforzo compiuto per restare ancorati alla forma canzone, cercando al contempo di dare vita a composizioni articolate e per niente scontate, nelle quali riffing e arpeggi, controtempi e assoli, vadano a bilanciare parti cantate assolutamente melodiche e chiaramente intellegibili. Tanto Evolution che Leave Me Alone mostrano tutto il giusto ascendente che la band di Geddy Lee esercita, tanto da un punto di vista di scelta di riff, quanto nel cantato di Calandriello, il quale nelle parti più acute non riesce proprio ad evitare l’uso di un vibrato così tremendamente riconducibile a quello del cantante/bassista canadese da risultare omaggio palese. Il cantante genovese sciorina peraltro una prova strepitosa lungo tutto il disco, tanto nelle parti più melodiche quanto di quelle più aggressive e graffiate, si distacca dal modello nella prima ballad semiacustica River Drained, nella quale l’influenza più forte appare quella dei Dream Theater, con tanto di assolo di sax, assolutamente piacevole. Il brano in sé non è il migliore dell’album, anche perché forse arriva troppo presto, quando l’ascolto aveva appena iniziato a scaldarsi, frenando un po’ il crescendo del disco. Siamo però appunto solo all’inizio e già la successiva The Lightseeker inizia la sua decisa discesa verso le preponderanti influenze prog, con una splendida introduzione che lascia campo ad un riff decisamente prog metal che porta a sua volta all’aggressiva strofa ed al refrain. Come nel brano precedente, anche qui la linea melodica non sembra perfettamente centrata, scivolando via senza incidere come dovrebbe; le influenze già citate sono sempre presenti, ma tanto l’assolo centrale quanto la lunga coda strumentale, oltre a mettere in luce le straordinarie qualità solistiche di Terigi, mostrano che comunque i Lucid Dream hanno una loro identità che cerca di non rimanere in secondo piano. Si ritorna ad atmosfere scanzonate e tipicamente 2112 con Back to Cosmos 11 e il risultato è davvero ottimo, in perfetto bilanciamento tra passato e presente; da notare il contrasto tra la musica apparentemente serena e spensierata e il concept che invece si rivela tutt’altro che leggero e fine a se stesso, mentre anche nel libretto si nota una estrema cura tanto nelle immagini quanto nelle icone egizie che accompagnano i vari brani, in un ulteriore rinvio alla dimensione onirica e simbolica del gruppo. Siamo comunque al cospetto di uno dei brani più riusciti dell’intero album, che si concede ora una breve pausa con lo strumentale per sola chitarra Connections, brano che confluisce nell’ottima Two Suns in the Sunrise, la quale si apre con l’ingresso del basso di Gianluca Eroico e con un arpeggio elettrico subito doppiato dall’acustica, mentre anche Calandriello e Paolo Raffo si fanno avanti per una ballata emozionante e piacevole, che volendo rimanda ai sempiterni Rush come anche ai dimenticati Captain Beyond. Altra breve ballata spaziale The Song of the Beyond è quella in cui l’influenza dei Pink Floyd appare più evidentemente, mentre Black rompe l’atmosfera sognante del disco con un riff decisamente più moderno e tendente al metal, nel quale lo spettro dei Tool appare discretamente, per una delle canzoni più aggressive e riuscite sentite finora. Altro brano decisamente valido la seguente titletrack The Eleventh Illusion, anch’essa piuttosto veloce e metal nel riffing, con Calandriello che tocca con disinvoltura note di una difficoltà notevole, fino al finale. Chiude la parte suonata l’ultimo strumentale The Pulse of Infinity, la quale rasserena nuovamente l’atmosfera come a prepararci al risveglio dal sogno.

The Eleventh Illusion è un disco che merita molta attenzione e altrettanta considerazione: tanto da un punto di vista tecnico che da uno compositivo siamo di fronte ad un disco estremamente valido, pensato in ogni sua componente, estremamente curato e decisamente orientato dalla mano del compositore. Tutti i brani contenuti hanno qualcosa da dire e da mostrare, con una prestazione brillante da parte dei musicisti, messa al servizio di composizioni complesse, ma al tempo stesso attente al rimanere fruibili per un pubblico anche non necessariamente settoriale. L’influenza primaria dei Rush è onnipresente e determina nel bene e nel male i pregi e i difetti del disco, che suona progressive, ma anche leggermente demodé e forse un po’ datato nelle soluzioni scelte e attuate, che difficilmente colgono di sorpresa l’ascoltatore. Il corso dei brani risulta un po’ forzato e non tutte le composizioni si rivelano di pari livello, con qualche momento di stanca che qua e là fa capolino. Difficile comunque non riconoscere che una volta entrati nell’ascolto dell’album se ne resta piuttosto affascinati e ad un ascolto ripetuto la complessità della musica torna a farsi avanti rivelando un lavoro enorme di arrangiamento e composizione, per poi riprendere a scorrere quasi normalmente, come se tecnica, melodia e ricerca del pathos emotivo si rincorressero continuamente. In generale siamo su un tenore decisamente alto e se tutto fosse stato al livello delle ambizioni avremmo per le mani un disco a dir poco ottimo, dato che anche la produzione risulta assolutamente degna, con forse solo i suoni di batteria leggermente avulsi dal resto nel mixaggio complessivo. Insomma, se è vero come è vero che sfidare i Rush sul loro terreno è difficile, perché loro per primi sono andati costantemente oltre se stessi, è vero anche che i Lucid Dream con The Eleventh Illusion hanno realizzato un album decisamente valido e riuscito, più che consigliato a tutti gli amanti di hard rock e prog di livello.



VOTO RECENSORE
74
VOTO LETTORI
0 su 0 voti [ VOTA]
rock
Giovedì 9 Gennaio 2014, 14.59.46
3
Dove posso ascoltare l'album in streaming?
iron
Domenica 29 Dicembre 2013, 2.18.03
2
si diciamo che 74 è un voto perfetto,mi aspettavo qualcosa di meglio ma è molto bello
Alessandro DON ZAUKER Bevivino
Martedì 24 Dicembre 2013, 10.48.15
1
Vado ad ascoltare, la rece mi incuriosisce parecchio.
INFORMAZIONI
2013
Autoprodotto
Hard Rock
Tracklist
1. The Gates of Shadow
2. Evolution
3. Leave Me Alone
4. River Drained
5. The Lightseeker
6. Back to Cosmos 11
7. Connections
8. Two Suns in the Sunrise
9. The Song of the Beyond
10. Black
11. The Eleventh Illusion
12. The Pulse of Infinity
13. The Way of 7M
Line Up
Alessio Calandriello (Voce)
Simone Terigi (Chitarra)
Gianluca Eroico (Basso)
Paolo Raffo (Batteria)

Musicisti Ospiti
Beatrice Schiaffino (Voce su traccia 1 e 13)
Paolo Firpo (Sax su traccia 4)
 
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