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Hacride - Back To Where You`ve Never Been
( 1403 letture )
Quando si trova e si corregge un errore, si vedrà che andava meglio prima. Corollario: quando si capisce che la correzione era sbagliata, sarà troppo tardi per tornare indietro. (Arthur Bloch, Seconda legge di Scott, La legge di Murphy, 1977)

Nessun coniglio dal cilindro questa volta, nessun preambolo contorto (scrisse colui che era impegnato nella stesura di un preambolo contorto): io adoro gli Hacride. Li ho amati con l'acerbo Deviant Current Signal, ne ho fatto indigestione con il sorprendente Amoeba, idolatrati su Lazarus e…
…ed eccomi qui, confuso, mentre vi accompagno tra le note di Back To Where You've Never Been.

In casa Hacride sono cambiate delle cose: la casa discografica (con il passaggio da Listenable a Indie Recordings) il cantante, dato che al posto del defezionario Samuel Bourreau troviamo Luis Roux, ex Sinscale, ed il batterista, ruolo qui ricoperto da Florent Marcadet (Klone, Step In Fluid) a seguito dell'abbandono di Olivier Laffond. Senza grossi giri di parole, questi cambiamenti concretamente hanno portato a molta più discontinuità di quanto non lasciassero presagire a stereo spento.
In primo luogo, il cambiamento di label, vista la politica della Indie, lasciava immaginare una ancor maggiore libertà artistica che, sommata all'ingresso in pianta stabile di un drummer della levatura di Marcadet, lasciava intendere grandi prospettive. L'unica incognita era rappresentata da Luis Roux.

Togliamoci subito il dubbio sul buon Luis, dunque, che si dimostra a suo agio più o meno su tutti i registri richiesti. È convincente ed evocativo nelle parti in clean, qui notevolmente migliorate rispetto al precedente Lazarus, nel quale Bourreau risultava a tratti carente (nonostante lo stesso "difetto", contestualizzato, si è tradotto in peculiarità), è un po’ stridente nelle harsh vocal, troppe volte al "core" rispetto al mood generale dei brani e decisamente meno corpose che in passato.
Il quartetto di Poitiers riprende lì da dove aveva lasciato scegliendo però una strada stilisticamente meno ovvia ma concettualmente più banale. Le dissonanze e la pesantezza "post" di Lazarus lasciano spazio a trame più squisitamente melodiche e ad un riffing decisamente meno articolato e più incline alla ricerca del groove che non delle progressioni, ancora presenti ma prive di impatto, anche e soprattutto emotivo. Una sorta di regressione delle strutture, qui molto più vicine a quanto ascoltato su Amoeba, che però contava su una minore rigidità armonica e badava meno alla ricerca del ritornello catchy.
Il vero malus rappresentato dal disco è però da ricercarsi in una netta spersonalizzazione della proposta, data da una eterogeneità e da una non improbabile voglia di cambiamento (e perché no, di sdoganamento). Ciò si evince dai richiami qua e là ai concittadini Klone, con l’ovvio carrozzone di influenze indirette al seguito: Tool, Gojira (nella loro accezione più lineare) e diversi rimandi alla musica math ed alternative.
Parliamoci chiaro, siamo comunque dinanzi ad una band di alto livello, nessuno si è tutt’a un tratto rimbecillito. Brani (o parti di brani) di spessore ce ne sono. Partendo dal brano più vicino al recente passato, la strumentale intro Synesthesia, e passando per la catchy Overcome, troviamo To Numb The Pain con il suo incedere di elettronica e samples, la groovy Edification Of The Fall ed infine il brano a mio parere più significativo del disco: l’onirica e progressiva Ghost Of The Modern World.

La sensazione preponderante è che manchi qualcosa, che questo sia un disco di passaggio e che molte idee siano, per quanto arrangiate molto bene, ancora embrionali se ascoltate e prese macroscopicamente. Basti prendere come esempio Requiem For A Lullaby: brano che regala ottime aspettative in partenza per poi perdersi in un bridge e ritornello lontani dalle corde del combo francese, a dispetto di una strofa davvero ben congegnata (niente di epocale, diciamocelo).
In un contesto musicale dove nel 80% dei casi tecnica e produzione sono ormai dei fattori acquisiti, non di rado di alto profilo, ciò che fa la differenza sono il songwriting e la personalità ed in questo Back To Where You’ve Never Been le suddette non trovano una fortunata applicazione ed una certa continuità.

A volte è meglio tornare dove si è già stati per capire dove si vuole andare.



VOTO RECENSORE
71
VOTO LETTORI
80 su 4 voti [ VOTA]
Macca
Venerdì 16 Gennaio 2015, 10.09.03
3
Non ho termini di paragone con i precedenti (a parte alcuni brani, bellissimi, di Lazarus), ma a me questo non è dispiaciuto, la loro proposta mi piace molto. Una band dotata di talento che approfondirò volentieri, magari acquistando proprio Lazarus.
Flavio
Venerdì 17 Gennaio 2014, 15.59.42
2
Giusta recensione, forse ci si aspettava di più da una grandissima band (quanto sconosciuta o sottovalutata dai più) forse 75 , ma siamo lì.
bradipo666
Giovedì 16 Gennaio 2014, 21.52.19
1
un po troppo severa la recensione..
INFORMAZIONI
2013
Indie Recordings
Prog Death
Tracklist
1. Introversion
2. Strive Ever To More
3. Synesthesia
4. Overcome
5. Edification Of The Fall
6. To Numb The Pain
7. Ghosts Of The Modern World
8. Requiem For A Lullaby
Line Up
Luis Roux (Voce)
Adrien Grousset (Chitarre)
Benoist Danneville (Basso)
Florent Marcadet (Batteria)
 
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