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Alghazanth - The Three-faced Pilgrim
( 1639 letture )
La memoria, alle volte è l'unica cosa che rimane. I fatti scivolano addosso, lasciando cicatrici più o meno profonde e plasmando il proprio essere, ma a quanti non è mai successo di trovarsi a vivere una determinata situazione e non ricordare come ci si è finiti? Oppure sapere che un determinato fattore ha instillato un cambiamento radicale nel proprio modo di vivere, ma non ricordare quale?
Paradossalmente, nell'epoca in cui gli oggetti ed i supporti si liquefano, anche la memoria è destinata a perdere consistenza, sciogliendosi definitivamente, sopraffatta dalla facilità con cui si può accedere alle informazioni ed ai ricordi in un archivio, svuotando un individuo del proprio bagaglio e lasciandolo come un viaggiatore spaesato in una stazione che non sa come ha raggiunto. Senza la memoria, senza una valigia piena di ricordi, questa persona si comporterà sempre allo stesso modo, ogni volta come la prima.

Questa riflessione si avvicina al caso degli Alghazanth, quintetto finlandese ormai prossimo ai vent'anni di carriera, che alla fine dello scorso anno è arrivato a porre il settimo sigillo nella propria discografia con The Three-faced Pilgrim. Dalla scorsa fatica, intitolata Vinum Intus, la line-up ha subito qualche assestamento, vedendo dapprima la dipartita di Mikko “Goat Tormentor” Kotamaki dal ruolo di bassista e vocalist, sostituito in tutto da Thasmorg, ed in seguito l'ingresso di Mordant a riempire la sede vacante lasciata dal compagno passato al basso.
Pur variando l'assetto di gruppo, la proposta degli Alghazanth resta sostanzialmente inalterata, consistendo in un black melodico arricchito dalla presenza delle tastiere. Nelle composizioni dei finlandesi, la chitarra riveste un ruolo predominate tessendo melodie essenziali e dilatate grazie all'uso del tremolo picking, ulteriormente edulcorate dalla presenza dei synth, che rimane in secondo piano e si occupa prevalentemente di creare paesaggi atmosferici.
The Three-faced Pilgrim è articolato in sei capitoli, ciascuno dei quali di durata estesa, per un totale di circa tre quarti d'ora di running time, tra melodie malinconiche, lunghe tirate di batteria e scream raggelanti di Thasmorg. Sfortunatamente, fin dal primo ascolto emerge una certa ripetitività di fondo, pecca che grava sulla band da qualche anno a questa parte, non solo mostrando una certa fatica a rendere i brani unici e distinguibili all'interno di un singolo disco, ma generalizzando il fenomeno alla recente discografia del quintetto. La cosa che più colpisce è come Gorath Moonthorn (ideatore dei concept di tutti i dischi) e soci stiano tornando sui propri passi dopo l'accenno di personalizzazione mostrato negli ultimi lavori, piallando quei piccoli particolari che rendevano unico un brano, epurando il proprio songwriting dalle idee che più esulano dal black melodico nudo e crudo. Infatti, salvo la conclusiva With Sickle, With Scythe che si distingue per le atmosfere sinistre dell'apertura e per un uso più ampio delle chitarre clean, solamente qualche passaggio nell'opener (In Your Midnight Orchard ha uno stacco centrale che riesce a spezzare il ritmo e portare qualche scossa nell'ascoltatore) apporta elementi non banali in grado di destare dal torpore diffuso che provoca il manto di lunghe melodie per terze di cui sono pervasi i brani.
Oltre ad un impianto di per sé piuttosto standardizzato risultano assenti all'appello qualsivoglia variazioni di tempo, cambi di tonalità, ritmiche che non siano trite e ritrite o inserti esotici (qualcuno ricorda la sinuosa viola di Vinum Intus?) in grado di apportare freschezza nei brani, che si protraggono per un minutaggio superiore al numero di cartucce che la band è in grado di giocarsi: molto spesso l'impressione è che un pezzo abbia due o tre minuti di troppo, in cui non fanno che ripetersi le lunghe melodie delle chitarre, coadiuvate dal lavoro delle tastiere di Ekholm.
Promethean Permutation, che è giocata su tempi più lenti e gravi, avrebbe potuto rivelarsi un'interessante occasione di inserire qualche sprazzo vicino al doom; analogamente As It Is Fated illude con la promessa di chitarre acustiche, ma entrambe ricadono nel circolo vizioso già descritto, rafforzando la convinzione che The Three-faced Pilgrim sia un lavoro di mestiere, ben suonato e prodotto secondo i crismi del genere, tuttavia caratterizzato da un elettrocardiogramma piatto.
Senza scomodare la scuola francese, che ormai è sempre più distaccata dalle origini del genere, sarebbe sufficiente guardare ai nomi geograficamente vicini, che sono riusciti a trovare una propria strada senza snaturarsi, o anche solo inserire qualche elemento di discontinuità in più nelle composizioni per riuscire a maturare un risultato soddisfacente, evitando di protrarre perniciosamente la stessa manciata di riff per più di cinque minuti.

Tutto considerato, non si può penalizzare eccessivamente gli Alghazanth, ma The Three-faced Pilgrim è certamente un prodotto che non lascerà un segno particolare, andando a collocarsi nella fascia della mediocrità da cui si pretende che un nome con quattro lustri di carriera alle spalle sia oramai uscito.
Sta alla band fare tesoro dell'esperienza di sette album, ricordando gli errori e imparando a rendere unica la propria proposta per dimostrare di meritare ancora un posto nella nicchia dei meritevoli. C'è ancora tempo per invertire la rotta, ma sono necessari segnali visibili di questa volontà perché, se la fetta di mercato è sempre stata ridotta, negli ultimi tempo la concorrenza comincia a farsi davvero agguerrita.



VOTO RECENSORE
57
VOTO LETTORI
91.5 su 20 voti [ VOTA]
Stagger Lee
Sabato 12 Gennaio 2019, 20.24.52
6
Almeno il voto lettori rende giustizia. Per me un bellissimo album.
Odin
Giovedì 3 Novembre 2016, 2.59.56
5
Ragazzi rassegnatevi, a sti recensori gli Alghazanth non piacciono proprio, per mettere sempre loro voti così assurdi debbono avere proprio un fatto personale. Macchisenefrega, godiamoceli noi, che Band!!!
Lord Ancalagon
Domenica 16 Febbraio 2014, 15.14.23
4
Completamente d'accordo con i tre commenti qui sotto e con il voto dei lettori.
Max
Venerdì 14 Febbraio 2014, 17.00.56
3
Nemmeno io concordo, oramai questo tipo di black sinfonico non lo fa quasi più nessuno e i finlandesi restano degli ottimi rappresentanti di questo mitico genere, secondo me un 7 - 7,5 calza a pennello di questo disco...
Andy '71 vecchio
Mercoledì 12 Febbraio 2014, 17.03.36
2
Anch'io non concordo assolutamente con la rece,questo è un signor disco di black con riferimenti sinfonici,se poi il genere non piace è un altro discorso,non lo trovo noioso,anzi a tratti avvincente e ben congeniato,suonato bene,con convinzione......Se questo è un disco da 57,un buon 80% dei dischi simii sarebbe da buttare.....Secondo me,è un disco da 75/80,de gustibus......
Fiery Phoenix
Mercoledì 12 Febbraio 2014, 12.53.48
1
Io non concordo in pieno con la recensione; se è vero che nel disco c'è una certa ripetitività io comunque non arrivo a trovarlo noioso o piatto. L'eccessivo minutaggio di alcune tracce è in effetti un problema, ma che io giudico poco rilevante se si pensa che le due tracce più lunghe (9 e 10 minuti) sono anche le migliori del disco, e che gli altri 4 brani si aggirano attorno ai 6 minuti di lunghezza.
INFORMAZIONI
2013
Woodcut Records
Black
Tracklist
1. In Your Midnight Orchard
2. To The Pearl On High
3. Promethean Permutation
4. AdraMelekTaus
5. As It Is Fated
6. With Sickle, With Scythe
Line Up
Thasmorg (Voce, Basso)
Grimort (Chitarre)
Mordant (Chitarre)
Ekholm (Tastiere)
Gorath Moonthorn (Batteria)
 
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