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AMARANTHE + EPICA + CHARLOTTE WESSELS - Alcatraz, Milano, 28/01/2026
24/02/2026 (579 letture)
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Serata di fine gennaio all’Alcatraz, uno dei templi milanesi della musica dal vivo, e già dall’ingresso si capisce che sarà una di quelle notti da segnare sul calendario: nutrita schiera di fan nel locale, magliette nere a perdita d’occhio, chi arriva per tempo si gode una birra al bancone, gli altri sgomitano tra guardaroba e transenna per guadagnarsi un posto decente prima che le luci si spengano ma con garbo e senza troppa foga. L’atmosfera è quella giusta: primo grande appuntamento symphonic dell’anno, tre frontwoman di spicco, un pubblico decisamente eterogeneo ma accomunato dalla stessa, identica aspettativa: tornare a casa senza voce.
CHARLOTTE WESSELS
Come spesso accade nelle serate infrasettimanali milanesi, dove l’apertura porte è attorno alle 18 e la prima esibizione inizia prima delle 19, il traffico e qualche contrattempo logistico ci costringono a entrare all’Alcatraz con un filo di ritardo, giusto in tempo per la parte finale dell’esibizione di Charlotte Wessels. L’ex voce dei Delain, che dal 2021 ha intrapreso una carriera solista più che interessante, è già nel pieno del suo set quando riusciamo a raggiungere la sala concerti, con il pubblico che occupa in buona parte il parterre e le prime file già ben serrate. Dispiace non aver potuto godere appieno di tutta la scaletta, nonostante ciò Charlotte ha dimostrato di avere una padronanza vocale e stilistica tale da potersi muovere con naturalezza tra nuance diverse del rock e del metal più atmosferico.
Quel poco che riusciamo a sentire, però, basta per confermare la sensazione che avevamo maturato nelle performance in cuffia: una proposta personale, curata, in cui il gusto per la melodia non scade mai nel ruffiano, e dove la componente emotiva gioca un ruolo fondamentale. L’esibizione si chiude con The Exorcism, estratta dall’ultimo album The Obsession, brano che dal vivo acquista ulteriore intensità grazie all’interpretazione sentita della cantante e all’ottima risposta del pubblico. La sala, a questo punto, è già ben scaldata: non siamo ancora nel pienone, ma l’attenzione è alta, gli applausi sono calorosi e si percepisce chiaramente che una buona fetta dei presenti è arrivata presto proprio per lei. Tempo di un rapido cambio palco ed è già il momento di alzare definitivamente l’asticella.
EPICA
Con precisione estrema, pochi minuti prima delle 20, le luci in sala si abbassano e il brusio viene sostituito da un video introduttivo che invita in maniera garbata ma molto chiara a vivere il concerto senza filtrarlo attraverso lo schermo del telefono. Un messaggio semplice, forse persino ovvio sulla carta, ma che contestualizzato in un Alcatraz pieno di braccia alzate con smartphone alla mano, come ormai di consuetudine dalle serate reggaeton alle (purtroppo) serate metal, suona quasi rivoluzionario. Parte il countdown, il boato cresce e, uno alla volta, i membri degli Epica fanno il loro ingresso sui due livelli di palco, lasciando per ultima Simone Simons, il volto coperto da un velo nero che aggiunge un tocco di teatralità all’entrata. La traccia scelta come intro è Apparition, dall’ultimo lavoro in studio Aspiral, che funge da perfetto ponte tra il video iniziale e l’esplosione della band al completo.
Si entra subito nel vivo con Cross the Divide, sempre tratta da Aspiral, che mette immediatamente in chiaro il taglio di questo tour: produzione moderna, sound massiccio ma leggibile, e una band che appare decisamente a proprio agio con il nuovo materiale. A beneficio dei fan di lunga data, non tarda ad arrivare Martyr of the Free Word, che riporta molti di noi a stagioni precedenti del gruppo e crea il primo grande momento di coro collettivo della serata. È evidente che la scaletta sia costruita attorno all’ultimo album ed è per gran parte inedita con pochi classiconi, scelta comprensibile e, in tutta onestà, condivisibile, con una buona porzione di brani recenti. Eye of the Storm rappresenta il lato più immediato e accattivante di Aspiral, con ritornelli che si stampano in testa e funzionano alla perfezione live, ma è quando viene annunciata Unleashed in una versione parzialmente acustica che l’Alcatraz diventa un coro unico, dimostrando come la band sappia giocare anche su dinamiche più intime senza perdere un briciolo di intensità.
Tra una scenografia molto ben curata, cambi d’abito frequenti per la frontwoman e vocalist e giochi di luce sapientemente studiati, il set prosegue con un gradito ritorno: Never Enough, assente da tempo dalle setlist e accolta come si conviene da chi segue gli olandesi da anni. Uno dei momenti più suggestivi della serata arriva con Sirens - Of Blood and Water, eseguita in duetto da Simone Simons e la talentuosa Charlotte Wessels che raggiunge per l’occasione la band sul palco. Poi la scena si svuota parzialmente, rimangono solo Coen Janssen al piano e Simone sul livello superiore: è l’assetto ideale per Tides of Time, ballad struggente che, complice l’ottima resa sonora e l’atmosfera raccolta, riesce a toccare corde profonde anche in chi fatica di solito a lasciarsi andare.
Si torna poi sulle coordinate più articolate e complesse con The Grand Saga of Existence, uno dei pezzi chiave di Aspiral, che dal vivo convince per impatto e coesione, dissipando qualche possibile dubbio sulla sua resa fuori dallo studio. Ma il momento che tutti attendono è, ovviamente, un altro: le prime note di Cry for the Moon bastano per trasformare l’Alcatraz in un unico, gigantesco sing-along, con il celebre “Forever and ever!” urlato a pieni polmoni dall’intera platea. Si chiude con Fight to Survive e la storica The Last Crusade, a coronamento di un set di quasi un’ora e mezza che vola via senza che ce ne accorgiamo, prima della chiusura affidata alla classica Beyond the Matrix, che fa letteralmente sobbalzare il parterre per l’ennesima volta.
Durante tutto il concerto la band alterna momenti di grande impatto scenico a parentesi più leggere, con diversi siparietti tra i membri sul palco e un’interazione costante con il pubblico. Coen, da par suo, non si limita a presidiare le tastiere ma scende anche dal palco per avvicinarsi alle prime file, strappando sorrisi e selfie fugaci. Per l’Alcatraz, che ricordiamo aver già ospitato gli Epica in passato, si può parlare senza esitazioni di un ritorno in grande stile.
SETLIST EPICA
1. Apparition 2. Cross the Divide 3. Martyr of the Free Word 4. Eye of the Storm 5. Unleashed 6. Never Enough 7. Sirens – Of Blood and Water 8. Tides of Time 9. The Grand Saga of Existence 10. Cry for the Moon 11. Fight to Survive 12. The Last Crusade 13. Beyond the Matrix
AMARANTHE
Dopo una pausa relativamente breve, giusto il tempo necessario per il cambio palco e per permettere ai presenti di riprendersi un attimo dal vortice sinfonico appena vissuto, il colpo d’occhio sull’Alcatraz racconta già una storia diversa: la sala è ancora ben riempita ma si nota come una parte del pubblico, quella accorsa esclusivamente per gli Epica, abbia approfittato dell’intervallo per defluire verso l’uscita. Una scelta francamente incomprensibile quella di anticipare l’esibizione degli Epica, gli evidenti headliner della serata. Rimane comunque una platea numerosa e partecipe, con le prime file presidiate da striscioni e magliette degli Amaranthe che testimoniano una fanbase fedelissima anche dalle nostre parti. Sullo sfondo campeggia l’artwork di The Catalyst, incastonato in una scenografia industrial che ben si sposa con l’estetica della band. Un monologo di una voce robotica, incentrato sul tema del predominio dell’intelligenza artificiale sull’umanità, quanto mai attuale, introduce l’ingresso in scena del gruppo svedese guidato dall’inarrestabile Elize Ryd.
Qui, però, entra in gioco un elemento che raramente si cita nei live report ma che fa parte a pieno titolo dell’esperienza concerto: la dimensione umana che si crea fuori dal perimetro del palco. Durante buona parte del set degli Amaranthe, anzi direi per la quasi totalità di esso, mi ritrovo nell’area del bar a conversare a lungo con Mark Jansen, chitarrista e mente degli Epica, che decide di fermarsi accanto al palco, nell’area bar, con grande naturalezza. Ne nasce una chiacchierata informale e appassionata, fatta di aneddoti di tour, scambi di opinioni sulla scena attuale e di quella cordialità che ti ricorda perché molti di noi continuano a macinare chilometri per seguire determinate band, oltre che un commento sulla serata di Champions League e la sfortunata prestazione del PSV Eindhoven di cui il chitarrista olandese è tifoso. Mark si intrattiene senza fretta e mi concede volentieri una foto e dà proprio l’idea di trovarsi esattamente dove vuole essere: in mezzo ai fan a chiacchierare con un sorriso sincero.
Di conseguenza, l’esibizione degli Amaranthe rimane per forza di cose sullo sfondo, percepita più come colonna sonora di un momento inatteso ma prezioso che come concerto vissuto con la stessa attenzione maniacale riservata agli Epica. Quel che arriva dalle casse è il consueto mix di metal moderno, influenze pop e inserti industrial, sostenuto dalle tre voci di Elize Ryd, Nils Molin e Mikael Sehlin che fanno il possibile per tenere alta la soglia di coinvolgimento, ma sarebbe poco onesto fingere di aver seguito ogni cambio di tempo e ogni dettaglio di scaletta. Quello che resta, più che il ricordo puntuale dei brani, è la consapevolezza di aver vissuto in parallelo due livelli diversi della stessa serata: sul palco una band che spinge forte sull’intrattenimento, al bar uno dei protagonisti assoluti del symphonic metal che si concede alle chiacchiere con una disponibilità rara. E non è detto che il secondo sia meno memorabile del primo.
SETLIST AMARANTHE
1. Fearless 2. Viral 3. Digital World 4. Damnation Flame 5. Maximize 6. Strong 7. PvP 8. Crystalline 9. Boom!1 10. The Catalyst 11. Re-Vision 12. Chaos Theory 13. Amaranthine 14. The Nexus 15. Call Out My Name ---- ENCORE ----
16. Archangel 17. That Song 18. Drop Dead Cynical
La serata del 28 gennaio all’Alcatraz entra di diritto tra i primi appuntamenti realmente significativi del 2026 in ambito symphonic e affini, proposta variegata che ha saputo unire pubblico trasversale senza mai perdere di vista la qualità. Chi è accorso principalmente per gli Epica, forse la reale maggioranza, si porta a casa l’ennesima conferma di una band in eccellente stato di forma live, con l’unico piccolo rammarico di non aver potuto assistere a un set ancora più esteso in contesto puramente da headliner, come già successo nella precedente occasione nell’accoppiata con gli Apocalyptica. I fan degli Amaranthe, dal canto loro, potrebbero storcere il naso per una scaletta molto simile a quella dello scorso anno, ma trovano consolazione nella solidità dello show e nella presentazione di un brano nuovo come Chaos Theory, che indica la volontà di non sedersi sugli allori.
Per quanto riguarda Charlotte Wessels, rimane il dispiacere di averne assaporato solo uno scorcio, ma quel poco è bastato per confermare il percorso di crescita intrapreso in solitaria. Tirando le somme, usciamo dall’Alcatraz con le gambe stanche, le orecchie piacevolmente provate e la sensazione, sempre più rara, di aver partecipato a una serata in cui ogni tassello, location, pubblico, band e persino gli incontri al bancone del bar, ha contribuito a creare un’esperienza completa. E questo, nel mare di concerti fotocopia che popolano i cartelloni europei, non è affatto scontato.
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4
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Sono di parte, il miglior concerto degli Epica al quale abbia assistito (credo 4a volta per me) complice una scaletta tarata perfettamente per la dimensione live.
Dopo l\'amaro iniziale, anche l\'ultimo disco ha guadagnato parecchi punti (mi si passi il termine, definiamolo il piú accessibile della loro carriera).
Sugli amaranthe, trovo le parti elettroniche un pó esasperate; peccato perché pezzi dove cambia un pó la formula (si veda soprattutto le ballate) sono veramente riusciti.
Nel complesso serata di spessore (spero arrivi anche il report di architects/landmrks, perché é giá il concerto dell\'anno XD) |
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3
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Capisco il tuo pensiero, però non tutti possono essere gli Epica, o Dream Theater, tecnicamente parlando. E può capitare di voler ascoltare musica più accessibile, meno impegnata, ed ecco che i vari Sabaton, Hammerfall, Amaranthe, Ghost fanno alla bisogna. Fanno esattamente quello che vogliono fare, senza pretesa di essere i migliori, ma lo fanno in modo professionale, sta poi all’audience decidere se ascoltarli o meno. Ecco, in questo contesto dico che il bill è stato ottimo, c’erano tre entità ben definite, che hanno fatto un ottimo spettacolo, tutte di gran livello. Poi ci sta che qualcosa non ti piaccia proprio eh…. |
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2
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Beh, direi che il report sulla parte degli Amaranthe è esemplificativo dell\'attenzione che si dovrebbe dare a questa \"band\", cioè quasi nulla...e invece possono permettersi di fare tour da headliner.
Bel mondo... |
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1
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Sarò onesto, non riconosco in pieno nella recensione quelli che ho sentito e visto. Ci si chiede perché gli Amaranthe abbiano cantato per ultimi, dimenticando che il tour è da co-headliner e che quindi poteva capitare. La prestazione degli Epica è stata stratosferica, é vero, però quanto ho letto sugli Amaranthe mi trova in disaccordo: non solo hanno fatto (benissimo) il loro, ma il pubblico, anche quello che era venuto esclusivamente per gli Epica, ha gradito non poco, acclamando a lungo la band a fine concerto. Gli Amaranthe sono volutamente kitsch, ma hanno alcuni pezzi di grande impatto live, un ottimo affiatamento e sono in grado di regalare un ottimo spettacolo. Gli Epica sono gli Epica, una band per me sottovalutata (grandi musicisti, discografia di alto livello, resa live) che ha pubblicato un disco più diretto rispetto alle uscite recenti, elemento che dal vivo ha avuto un grande, positivo, impatto. Mancano tante sfumature e dettagli in questo live report, dal notare che le scalette delle due band avevano un indirizzo preciso (la concentrazione intorno ad un paio di dischi e la mancanza di tanti pezzi da 90, specie dalla scaletta degli Epica), la prestazione dei singoli (Simone in forma vocale unica, forse la sua miglior prestazione live di sempre a Milano), le difficoltà iniziali di Elyze (mal di gola, ci ha messo un po’ a scaldare la voce) e la grande prestazione di Molin (accorso spesso, all’inizio, in aiuto ad Elyze) ed un Sehlin a sua volta ben integrato ed ottimo intrattenitore. Charlotte Wessel si è dimostrata in grado di proporre una musica talvolta semplice e non lontana da quanto già fatto da altri ma con un ottimo chitarrista, una tastierista talentuosa anche vocalmente ed una voce, la sua, calda e personale. Davvero una gran bella serata. |
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