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ARISTOCRATS - Milk, Torino, 26/05/2026
12/06/2026 (506 letture)
Il Milk di Torino non è un locale che si dimentica facilmente, architettura curata che di solito ospita serate di ballo sfrenato e purtroppo ventilazione praticamente inesistente, per un caldo improvviso che ha colpito il nord Italia decisamente troppo presto. Una capienza poco oltre la metà dei biglietti disponibili e una temperatura da estati del Sahara che trasforma il locale in un forno condiviso con qualche centinaio di fortunati coinquilini ci accompagnano in questa serata all'insegna del prog rock strumentale. Quando sul palco ci sono i The Aristocrats, il sudore diventa una questione del tutto irrilevante, combattuto a colpi di birre ghiacciate servite nella ottima area ristoro del locale.

Il trio formato da Guthrie Govan alla chitarra, Bryan Beller al basso e Marco Minnemann alla batteria è qui per presentare dal vivo Duck, il loro ultimo concept album, che porta in dote una storia narrativa quanto mai bizzarra e sopra le righe. Protagonista è D.D. Duck, un'anonima papera burocrate dell'isola di South Georgia che trascorre la propria esistenza con la testa bassa e la scrivania in ordine, finché non si trova coinvolta suo malgrado in una rissa con i pinguini del famigerato Sergente Rockhopper presso il suo rifugio preferito sul ghiacciaio. Costretta a fuggire precipitosamente su un piroscafo senza sapere la destinazione, approda in una grande città di chiara ispirazione newyorchese dove si ritrova alle prese con nightclub esclusivi, vecchi amici improbabili, femme fatale di dubbia moralità e una rete di pinguini corrotti al servizio del loro capo. Una storia assurda, grottesca e profondamente umana, scritta con l'ironia che da sempre distingue i tre musicisti anche fuori dallo strumento. Tra l’altro i nostri, con la classica ironia che li contraddistingue, hanno davvero pubblicato la storia completa dell’album e dei singoli brani sul loro sito ufficiale, divisa per capitoli. Imperdibile!

È Bryan Beller il chiacchierone ufficiale della serata, ruolo che ricopre con un entusiasmo comunicativo che non fa pesare l’assenza di voce tra i virtuosismi musicali. Per i più attenti, tra cui il sottoscritto, ci è stato ricordato che ben 6 anni prima, esattamente il 24 febbraio, la band si sarebbe dovuta esibire proprio al Milk, serata della quale io avevo il biglietto tra l’altro mai rimborsato, ed era stato il primissimo concerto rimandato per Covid, ed il bassista ha voluto ricordare a tutti che non si sono dimenticati e ci tenevano molto a recuperare tale serata. Appena salito sul palco esordisce con un "Forza Torino!" pronunciato con la sicumera di chi ha già calcolato l'effetto sul pubblico, scatenando il delirio di metà della platea e lasciando presumibilmente interdetta l'altra metà (quella juventina, si presume). Conquistata la platea in meno di dieci secondi, Beller non smette più di parlare per tutta la sera, con quella capacità narrativa tipica di certe rock star americane di fare dello storytelling tra un brano e l'altro un vero e proprio spettacolo nello spettacolo. Marco Minnemann sorprende invece con un italiano quasi impeccabile, inframmezzato da scioglilingua di varia difficoltà pronunciati con una naturalezza che fa scattare applausi misti a risate incredule. Guthrie Govan, con la solita pacatezza serafica e aristocratica appunto, di un professore universitario dell’entroterra di qualche borgo sperduto inglese, sorride, lascia fare e suona con maestria disarmante.

Il concerto si apre con le prime quattro tracce di Duck in sequenza, e la platea torinese dimostra di aver fatto i compiti a casa. Hey, Where's My Drink Package? introduce D.D. Duck già ubriaca e già nei guai, con Beller che contestualizza tra una battuta e l'altra. Aristoclub porta la papera protagonista in un nightclub esclusivo con tanto di corda di velluto e cartello "No Penguins Allowed". Sgt. Rockhopper compie il passo indietro temporale che racconta l'incidente al ghiacciaio, dinamicamente la più aggressiva del blocco, mentre la più meditativa Sittin' With a Duck on a Bay introduce il vecchio Dodger Duck e il dialogo sul molo, chiudendo questo primo capitolo narrativo con una coerenza quasi cinematografica.

A questo punto il trio pesca dal catalogo precedente e il Milk ringrazia a gran voce: Spanish Eddie è l'occasione attesa da tutti per assistere al momento più spettacolare della serata, ovvero il drum solo di Minnemann che si sviluppa per una abbondante dozzina di minuti di pura esuberanza ritmica. Non un drum solo nel senso convenzionale del termine: qui Minnemann costruisce un'architettura ritmica complessa che si espande e si restringe, percorre stili diversi con disinvoltura enciclopedica e lascia la platea a bocca aperta in più di un'occasione. Tecnicamente mostruoso, mai fine a sé stesso, capace di produrre reazioni fisiche nel pubblico nonostante l'assenza momentanea di chitarra e basso. The Ballad of Bonnie and Clyde e la splendida Flatlands completano il trittico di materiale precedente, con Govan che si prende finalmente i suoi spazi con quella tecnica aliena che rende ogni singola nota un oggetto degno di studio.

Si torna al concept con Here Come the Builders, probabilmente il brano più dissonante e spiazzante del disco, che il chitarrista introduce con la storia della sua genesi: Guthrie Govan, racconta lo stesso musicista britannico con dovizia di dettagli comici, era alle prese con dei muratori fuori casa che per giorni interi hanno prodotto rumori incessanti e martellanti, rumore che è finito per osmosi direttamente nel tessuto del brano. Il risultato è un pezzo che suona effettivamente come un cantiere edile gentilmente trasformato in musica progressive, volutamente spiazzante in maniera del tutto geniale. This Is Not Scrotum chiude questa seconda finestra sul nuovo album senza che Beller si faccia sfuggire l'occasione di spiegare con faccia seria, per svariati minuti, l'origine del titolo, con la platea del Milk che ride fino alle lacrime e il caldo che per un momento smette quasi di dare fastidio. Dopo una finta uscita dal palco seguita da rientro praticamente immediato, i tre resistono dietro le quinte per il tempo di mezza pinta di birra fresca, Get It Like That riaccende il fuoco e porta la serata verso la sua naturale conclusione.

Il bis con Desert Tornado mette infine la firma su oltre due ore abbondanti di concerto che lasciano il pubblico esausto, sudato e felice in misura inversamente proporzionale alla temperatura del Milk. Ridurre i The Aristocrats a una semplice band di virtuosi è l'errore peggiore che si possa fare: questa è una formazione che suona con un senso dello humor e una teatralità che trasformano ogni concerto in qualcosa di unico, irripetibile e genuinamente divertente, oltre che tecnicamente sopraffino. Torino ha risposto nel modo giusto, sudando fino all'ultima nota.

SETLIST THE ARISTOCRATS
1. Hey, Where's My Drink Package?
2. Aristoclub
3. Sgt. Rockhopper
4. Sittin' With a Duck on a Bay
5. Spanish Eddie (including Drum Solo)
6. The Ballad of Bonnie and Clyde
7. Flatlands
8. Here Come the Builders
9. This Is Not Scrotum

---- ENCORE ----

10. Get It Like That
11. Desert Tornado



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