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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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04/11/2022
( 2241 letture )
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Dopo un incredibile The Flesh Prevails datato 2014, i giovani Fallujah sono stati vittima di un lento declino che ha visto, dapprima, la perdita di buona parte della formazione e, successivamente, una caduta di stile a causa di sonorità più ruffiane, tecnicismi gratuiti e produzioni plasticose. Con una buona parte dei fan ormai arresi e disillusi, Empyrean giunge allora nelle vesti di deus ex machina a ribaltare la situazione, ampliando anche la già ottima rosa di release dell’annata ancora in corso. Diciamolo subito, Empyrean è un percorso pesante, privo di qualsivoglia volontà di coccolare l’ascoltatore se non per brevi istanti precedenti al massacro: i Fallujah colpiscono, ma lo fanno con immensa eleganza. Parlando poi di un prog death estremamente tecnico -viste le ultime incarnazioni della loro discografia- va lodata la capacità di sviare abilmente passaggi artificiosamente tronfi o un forte sapore di “già sentito”.
L’inizio è affidato alla diretta The Bitter Taste Of Clarity: vero e proprio ritorno alle melodie gelide dei migliori Fallujah dove la batteria di Baird imbastisce groove talmente chirurgici e ben cadenzati da donare un tocco bellico al pezzo tra un blast beat e l’altro. Ma si inizia a fare sul serio con le successive Radiant Ascension ed Embrace Oblivion, un duo a dir poco fenomenale per tecnica, songwriting ed eleganza. Riff mostruosamente intricati non perdono mai la loro comprensibilità già nei primissimi approcci al disco, seguendo poi le eccellenti linee melodiche di scuola The Flesh Prevails. Embrace Oblivion prosegue il viaggio puntando sul medesimo leitmotiv chitarristico del brano precedente, condendolo però con leggeri cori femminili affidati a Katie Thompson le cui carezze servono come palliativo all’incombente esplosione finale: il godimento è totale, e la band non ha ancora finito le carte da giocare. Feroce l’attacco di Into The Eventide, anche se nel suo minutaggio si intravede l’affacciarsi di sapori più catchy e “core” già noti agli ascoltatori delle ultime release. Il corpus, però, è intelligentemente tagliente e tecnico, tale da obnubilare eventuali nei compositivi attraverso pilastri armonici di tutto rispetto. Brutalità ed eleganza danzano infatti armoniosamente: accordi ambientali, tapping, linee di basso funamboliche, blast beat spietati e cori femminili conducono l’ascoltatore per mano fino a lasciarlo ammaliato sino al ritorno del riff principale, vero e proprio marchio e leitmotiv del platter. Il ritmo rallenta ma si appesantisce con Elden’s Lament, in cui riffoni quadrati e growl cavernosi prendono il posto dei virtuosismi da autovelox dei pezzi precedenti. Eppure, questi Fallujah, amano esplorare sino ai confini della loro formula musicale, inserendo una variazione in clean tra le più poetiche della loro discografia. Ovviamente, ça va sans dire, questo momento di quiete era un sapiente tranello per nascondere la conclusiva tempesta in arrivo e soddisfare gli ascoltatori più avidi di violenza uditiva.
Soulbreaker è di sicuro la composizione più ingenua, un piccolo inciampo causato da un songwriting troppo simile a sé stesso e a quanto sentito sino ad ora, non recuperato dal clean di Schaefer, che mal compete con il suo ottimo growl graffiante. Duality Of Intent rispecchia il suo nome grazie allo scambio vocalico e al riffing colorato, specialmente nelle raffiche in picking alternato. Mindless Omnipotent Master, sulla stessa linea della precedente, punta invece sull’impianto melodico e sull’inaspettata incursione black delle linee vocali acide. Un trittico interessante, non perfetto, ma che tiene su l’attenzione. Proprio quando un pizzico di pesantezza e ripetitività rischiava di prendere il sopravvento e l’offerta complessiva sembrava in fase discendente, la band gioca il suo ultimo asso nella manica con la mozzafiato Celestial Resonance. Se già l’attacco non bastasse -ascoltare per credere- i sentori introspettivi degli arpeggi chitarristici e le raffiche tribali su tom e piatti creano un viaggio che, pur mantenendo l’identità dei Fallujah, propongono un percorso rinfrescato e del tutto inaspettato. Ma, a rendere questo brano il migliore del lotto, è senza dubbio il solo di Carstairs sul finale, di diritto tra i migliori assoli metal dell’annata. Si arriva dunque alla conclusione estasiati, rilassandosi -per così dire- tra i melodismi riflessivi di Artifacts, almeno quelli precedenti agli ultimissimi sprazzi di virtuosismo che chiudono il disco.
A fronte di un’avventura così ricca, Empyrean dimostra di inciampare poco, di rado, e di saper mantenere saldamente l’equilibrio, concludendo un gioiello del death progressivo moderno. Aggiungiamoci la produzione ottimamente calibrata, un’elettronica inserita con il contagocce e una copertina allo stato dell’arte, ed ecco che il ritorno dei Fallujah sugli scaffali non solo risulta una piacevolissima sorpresa, capace di donare nuovamente credibilità a una band data ormai per spacciata, ma anche un nerboruto concorrente per il podio di miglior release 2022.
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1
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Copertina meravigliosa. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. The Bitter Taste Of Clarity 2. Radiant Ascension 3. Embrace Oblivion 4. Into The Eventide 5. Eden’s Lament 6. Soulbreaker 7. Duality Of Intent 8. Mindless Omnipotent Master 9. Celestial Resonance 10. Artifacts
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Line Up
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Kyle Schaefer (Voce) Scott Carstairs (Chitarra) Even Brewer (Basso) Andrew Baird (Batteria)
Musicisti ospiti:
Tori Letlzer (Voce nelle tracce 2 e 10) Katie Thompson (Voce nelle tracce 3 e 4) David Wu (Voce nella traccia 7) Chaney Crabb (Voce nella traccia 8)
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