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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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The Devil`s Trade - Nincs Szennyezetlen Szép
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12/11/2025
( 2323 letture )
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“Non esiste bellezza incontaminata.”
E' questa forse l’affermazione corretta da utilizzare per riassumere al meglio ciò che ci accingiamo ad affrontare ed ascoltare. Nei dischi precedenti, The Devils Trade ha sempre trattato il dolore come un eco lontano, descrivendo un qualcosa che probabilmente non gli apparteneva, che sentiva sulla sua pelle. In What Happened to the Little Blind Crow (2016), la sofferenza era ancora mito: un racconto antico, sospeso tra il folklore ungherese e le ballate appalachiane, dove la voce di Dávid Makó sembrava provenire da un tempo che non esiste più. In The Call of the Iron Peak (2020), quell’eco si è trasformato in un sentiero intricato di montagna: un pellegrinaggio solitario verso una redenzione che non arriva mai. Lì, Makó era l’eremita del suono, un uomo che cercava di raggiungere la vetta per capire se esiste ancora qualcosa da salvare. Con Nincs Szennyezetlen Szép, la ricerca finisce. Il dolore non è più distanza: è carne, respiro, realtà. Non c’è più spazio per il mito o per la metafora, questo è un disco che nasce dal sangue e vi ritorna. Makó ha perso la madre e ha accolto un figlio, a sole due settimane di distanza. È lì, in quell’abisso che separa la morte dalla nascita, che ha trovato il suono di questo album, una musica che non riesce a consolare, non può illuminare, ma accetta la cruda e spietata realtà. Accetta che ogni bellezza sia sporcata, contaminata, dalla vita. E proprio in quella contaminazione, nell’imperfezione assoluta, risiede la sola forma possibile di verità.
The Sleep That Dragged You Away apre l’album ed è un colpo al petto. Una confessione disfatta, costruita su una voce che sembra sgretolarsi sotto il proprio peso. Makó ha definito questa canzone “la più dura e liberatoria della mia vita”, è un canto che non cerca armonia, ma liberazione. Il sonno del titolo non è riferito al riposo, ma alla perdita, è la mano fredda che trascina via chi amavamo, lasciandoci nella solitudine a vegliare. Ogni respiro è una scissione, ogni parola una scheggia che ferisce chi la pronuncia. È qui che inizia la discesa, e non c’è promessa di risalita. Weltschmerz, “Dolore del mondo”, racchiude l’intera filosofia del disco. Qui l’oscurità si fa cosmica, le chitarre si aprono in distese cupe, e la voce si allunga come un grido che il vento non restituisce. Makó guarda il mondo con gli occhi di chi ha capito troppo, di chi non può più fingere che esista purezza. Il dolore non è solo personale, è collettivo, universale, inevitabile. Eppure, nel suo fondo, pulsa ancora un’ombra di bellezza, quella bellezza contaminata che dà senso al titolo dell’album. La canzone è un abbraccio disperato al mondo che ci delude, ma che continua, ostinatamente, a esistere. All This Sadness, unico brano ambient, sembra il tentativo di rimettere insieme un corpo fatto solo di crepe. Sono frammenti di noi stessi sparsi nel tempo che inesorabilmente scivola via. La musica si muove come un passo incerto nel buio, è lenta, fragile, ma inesorabile. “Non c’è progresso nel dolore”, non si guarisce, si impara solo a convivere con la ferita. Una meditazione fragile che stende un tappeto nero alla prossima traccia All This Sadness Will Be Gone che sembra offrire un flebile barlume di speranza, anche se la luce è rarefatta e incerta. Non è un invito alla guarigione, ma piuttosto un accettare che il dolore, per quanto persistente, non è eterno in senso assoluto. La musica scivola tra melodie dilatate e droni profondi, come un respiro che tenta di farsi più leggero. È qui che il disco ricorda che convivere con la ferita non significa essere sopraffatti, ma imparare a camminare anche con essa.
Il viaggio prosegue con Your Pieces Scattered. Questa canzone sembra incarnare la sensazione di frammentazione emotiva che l’album descrive, l’io del protagonista è rotto in mille pezzi, e ogni pezzo ha il proprio peso. Musicalmente, le chitarre si muovono come schegge taglienti e la voce di Makó è spezzata, talvolta sussurrata, talvolta urlata, come a sottolineare la difficoltà di rimettere insieme ciò che la vita ha disgregato. Il tema della perdita si fonde con quello della memoria, ogni pezzo sparso racconta un ricordo, un dolore, un legame spezzato.
Da questa sofferenza si arriva al cuore concettuale dell’album dove la filosofia si cristallizza in suono e parola. In Nincs Szennyezetlen Szép la bellezza contaminata diventa quasi palpabile: il titolo (“Non esiste bellezza incontaminata”) non è più solo un’idea, ma un’esperienza sonora. Le chitarre possono essere abrasive, il canto profondo e avvolgente, quasi liturgico, mentre Makó accetta la dualità vita/morte, gioia/tristezza, perdita/creazione. È un pezzo denso, che richiede di essere ascoltato più volte per afferrare tutte le sue infinite sfumature emotive. La chiusura dell’album si affida ad una riflessione sull’alienazione e sulla distanza dal mondo. Idegen Minden, che in ungherese vuol dire “tutto è straniero”, si presenta come una preghiera composta da ampi spazi sonori, quasi freddi, lasciando un senso di sospensione. È un finale che non conforta, ma che lascia spazio alla contemplazione: Makó ci accompagna fuori dal buio, senza promettere redenzione, ma suggerendo che nell’estraneità stessa possiamo riconoscere la vita.
Nincs Szennyezetlen Szép non è un disco da ascoltare: è un luogo in cui entrare e restare intrappolati. È il suono della carne che diventa spirito, del lutto che si trasforma in linguaggio. Makó è alla continua ricerca della verità. E la verità che trova è semplice, spietata, e definitiva: la vita è contaminata, e proprio per questo è reale. In un mondo che finge purezza, The Devil`s Trade ci ricorda che la bellezza più sincera nasce dalla decomposizione, dalla memoria, dal dolore che non si risolve. Ogni nota di questo album è una crepa, e in quella crepa, come in un fiore che cresce nel cemento, si cela il miracolo dell’esistere.
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5
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Primi quattro pezzi sono da paura, poi un po\' cala. Comunque ottimo. |
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4
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Spesso nei dischi recensiti in \"low gain\" ci sono commenti del tipo \"cosa ci fa questo album in un sito metal etc etc\". Questa volta mi viene da scrivere \"che diavolo ci fa questo album in low gain\". Questo album è un macigno doom folk, sorretto da una gran voce. Le prime tracce soprattutto sono quelle più potenti, poi prevale il folk più lento e secondo me qui si arranca un po\', ma ci sta, David Makó non vuole farci stare comodi. Poi dalla recensione leggo che l\'album nasce in un periodo particolare per l\'artista, ed è qualcosa che mi riguarda proprio in questo periodo. Bella scoperta, mi ascolterò anche qualche disco precedente. |
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3
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Album stupendo degno del suo predecessore che tanto mi ha stupito. Makó è un\'artista straordinario, puro, sincero, che scrive ciò che sente con una potenza commovente e devastante. |
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2
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Faticoso arrivare alla fine. Noioso e deprimente. |
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1
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Davvero uno dei picchi musicali di questo 2025. Songwriting di livello e finalmente un Artista che scrive e compone ciò che vuole senza seguire mode o generi. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. The Sleep That Dragged You Away 2. Weltschmerz 3. All This Sadness 4. All This Sadness Will Be Gone 5. Your Pieces Scattered 6. Nincs Szennyezetlen Szép 7. Idegen Minden
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Line Up
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Dávid Makó (Voce, Chitarra acustica) Alessandro Rossi (Chitarra) Marco Bianchi (Pianoforte, Tastiera) Giorgio Verdi (Basso) Luca Neri (Batteria, Percussioni)
Musicisti Ospiti: Anna Kovács (Violino nelle tracce 2, 5, 7) Péter Horváth (Clarinetto nella traccia 4)
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RECENSIONI |
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