Nato artisticamente negli anni Ottanta come chitarrista dei Dokken, George Lynch ha plasmato uno stile riconoscibile sia a livello di sound tecnico, caldo, bluesy e allo stesso tempo moderno, sia a livello di pose plastiche e tipicamente Eighties. Con la nascita dei Lynch Mob, Lynch si è imposto tra i veri paladini del class metal americano, firmando nei primi Nineties due album fondamentali come Wicked Sensation e l’omonimo Lynch Mob, pietre miliari che hanno definito un’intera stagione dell’hard & heavy statunitense. Nel corso del tempo la band ha ospitato vocalist come Oni Logan e Robert Mason, mantenendo una linea stilistica precisa anche attraverso i tanti progetti paralleli di Lynch, dai KXM a Sweet & Lynch. Oggi, con Dancing with the Devil, la band mette un punto fermo e Lynch sceglie di chiudere il capitolo Lynch Mob con maturità e piena consapevolezza.
La title-track
Dancing with the Devil apre il disco con riff taglienti e un refrain strutturato alla perfezione, mostrando immediatamente la produzione moderna e potente di
Chris Collier.
Pictures of the Dead e
Saints and Sinners mantengono il tiro con un hard rock solido, arricchito da un
Gabriel Colón, singer di origini portoricani dalla timbrica tagliente e versatile, ispirato e perfettamente a suo agio sulle trame costruite dalla sei corde di
Lynch.
Lift Up Your Soul aggiunge un respiro più atmosferico in un mid tempo in stile
Dokken, mentre
Love in Denial e
Machine Bone riportano il disco su binari più graffianti, con la sezione ritmica
Gulino /
d’Anda ben affiatata e dal tiro quadrato e un songwriting che mixa le sonorità hard rock degli anni Novanta, proprio quelle di
Extreme e
Mr. Big. La seconda parte del lavoro mostra un lato più melodico e ragionato:
Follow Me Down e
Sea of Stones offrono pennellate bluesy e un songwriting maturo, senza rinunciare al trademark chitarristico di
Lynch, offrendo i picchi qualitativi dell’album. La conclusiva
The Stranger, dalle note
Dokken e
Skid Row e, per l’edizione europea, la bonus track
Somewhere, chiudono il disco con un tono quasi malinconico, perfetto per un capitolo finale che ha tutta l’aria di essere un saluto ai fan storici.
Dancing with the Devil è a conti fatti un lavoro che non tenta di rincorrere i picchi creativi degli esordi, inarrivabili e scolpiti nella storia del genere, ma offre una prova solida, calda, per larghi tratti ancora ispirata. Sicuramente superiore a certi episodi recenti tanto dei
Lynch Mob quanto dei
Dokken, il disco rappresenta una chiusura dignitosa, consapevole e rispettosa di quanto costruito. Un canto del cigno firmato con classe e senza forzature da uno dei chitarristi più influenti dell’hard rock americano. End of an Era….