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Poppy - Empty Hands
26/01/2026
( 1206 letture )
Nata sotto l’egida del bubblegum pop nelle bizzarre vesti di una figura a cavallo tra la content-creator, la barbie kawaii e l’androide, Moriah Rose Pereira col tempo ha saputo guadagnarsi il credito e la stima degli addetti ai lavori al fianco di una sempre crescente platea di fan o semplici curiosi.

Dopo le avvisaglie contenute in Am I A Girl? e Choke (2018-2019), la ragazza si è infatti trovata al centro dell’attenzione mediatica per colpa di I Disagree (2020), crossover “bipolare” nei cui meandri si agitavano fattori scomposti e particelle chimicamente instabili di nu metal, industrial, metalcore, pop, elettronica e varie altre diavolerie. Trattata dalle frange reazionarie della comunità metal alla stregua di un alieno e un oggetto estraneo, la divisiva e sfacciata Poppy ha tuttavia scelto di proseguire il suo cammino non badando alle critiche piovute su un disco invero ben riuscito nell’ottica del mainstream alternativo e “fluido” targato anni ’20.
Così, nel ricalcare il trasformismo dei camaleonti, l’ex-youtuber si è divertita a mutare di continuo stile e abito cromatico, indifferente e piuttosto annoiata dalle regole non scritte degli obblighi mono-genere: questa volontà, unita ad un ritmo serrato di pubblicazioni, l’ha condotta a sperimentare l’alternative metal nell’extended-play Eat (2021), a rileggere il novantiano rock alternativo in Flux (2021) e ad inciampare nel dark/electro-pop di Zig (2023) prima di elevarsi nel trionfale Negative Spaces (2024), l’album della maturità legato ad un concetto fresco e attuale di pop metalcore.

Durante il percorso non sono certo mancate situazioni difficili (il rapporto turbolento con Titanic Sinclair, il momentaneo abbandono della Sumerian Records), ma l’instancabile miss Pereira ha dimostrato di poter abbattere gli ostacoli e i pregiudizi fino ad ottenere notevoli riscontri (slot nei festival, nomination ai Grammy) e featuring con nomi importanti della scena come i Knocked Loose (Suffocate), i Bad Omens (V.A.N.) e le prezzemoline Babymetal (from me to u) oltre al top-single End of You in compagnia di Amy Lee e Courtney LaPlante.

Toccato un nuovo vertice stilistico nel 2024, ora Poppy sceglie innanzitutto di riaffidare il timone a Jordan Fish, il produttore che più di ogni altro ha riscritto i canoni del metalcore negli ultimi anni spostandone il baricentro verso marcate influenze elettroniche ed alternative pop. Il fu diarca dei Bring Me The Horizon, nome di punta e assoluta garanzia, si è rivelato l’uomo giusto per esaltare il talento della frontwoman, sospinto in Negative Spaces da brani potenti e modaioli ottimamente equilibrati fra individualità e amorevole saccheggio dei modelli di riferimento (Oli Sykes, Amy Lee, Chino Moreno, Noah Sebastian, Courtney LaPlante, Bryan Garris, Sara “Chibi” Taylor).

In aggiunta all’ovvia conferma di Fish, Empty Hands può contare su una squadra di musicisti e collaboratori esterni abili nel seguire in maniera fedele il copione da portare in scena; tutto sembrerebbe dunque portare ad un risultato vincente in linea con gli alti standard del sesto album, eppure l’ascolto finale non ripaga le attese tanto da far pensare all’inceppamento di alcuni meccanismi operativi.
Piaccia o meno, la cantante non si era mai ripetuta pedissequamente da un lavoro all’altro e invece lungo la scaletta del full-length la si nota muoversi nella comfort-zone elaborata dal producer, tanto che all’innovazione subentra la conferma, alle brusche derapate in curva il rettilineo. Da eccentrica si fa prevedibile, le sue mosse davvero possono venire anticipate e il sound intagliato in cabina di regia da solo non ha la forza di valorizzare appieno un contenuto troppo vicino alla replica.

Il disco, in forte sudditanza nei confronti del predecessore, vive di alti e bassi, alterna pezzi molto validi ad episodi innocui o tutt’al più dimenticabili non riuscendo a trasmettere quell’indole “freak” che rendeva Poppy un elemento distintivo e sì, in qualche modo originale all’interno di una corrente a forte rischio omologazione nei suoni e nel processo di scrittura.
38 minuti, tredici brani, un paio di interludi. Rapida e lineare, la settima uscita del catalogo si macchia di una falsa partenza nel simil-industrial/alternative di Public Domain (offuscata dalla vocetta robotica usata anni orsono dal “personaggio”) riprendendosi in fretta grazie allo stampo del pop-metalcore declinato in tre varianti: quello spiritboxiano di Bruised Sky venato di echi nu metal, il modello romantico/emozionale della protettiva Guardian (la miglior performance melodica qui registrata) e l’interpretazione dolce e vulnerabile della scioglievole Unravel.

Ad alzare i decibel irrompe la sorprendente violenza di Dying to Forget, abrasivo metallic hardcore alla Knocked Loose (partecipa in effetti il loro chitarrista Isaac Hale) dove il luminoso ritornello viene sepolto dal fervore degli up-tempo, dallo scream acuto e pungente e da una serie di trituranti breakdown che inceneriscono anche i più scettici. Questa Poppy “extra-heavy” funziona alla grande ed è quindi spiacevole non ritrovarla nell’alternative rock di Eat the Hate (refuso di Flux avulso dal contesto), nel pur stiloso electro-pop di The Wait e nei due by-passabili interludi Constantly Nowhere/Blink, mentre nella levigata Time Will Tell e nell’atmosfera inquieta di If We’re Following the Light questa sua attitudine emerge ad intermittenza nei brevi strappi infuriati della prima e nei consistenti breakdown della seconda. Ben realizzate, entrambe superano con facilità Ribs, positiva nell’arrangiamento elettronico liquido e nell’effettistica dell’outro ma sin troppo spostata in una direzione pop. Giusto allora chiudere il discorso nel segno della title-track, una Dying to Forget 2.0 volendo ancora più feroce e aggressiva nell’urgenza di un hardcore metallizzato (di nuovo alla Knocked Loose) in cui prendono il controllo ritmiche accelerate e irregolari, harsh vocals irreprimibili, breakdown da schianto contro il muro e perfino un “bree” di vecchia scuola deathcore.

Apparendo come un sequel diretto di Negative Spaces, Empty Hands paga l’inevitabile scotto del confronto e denuncia un gap evidente in quanto a ispirazione, audacia e personalità. Nel voler restare all’interno del sicuro alveo dell’ormai inflazionato pop-metalcore, il settimo tassello della carriera non aggiunge elementi innovativi e si limita a ricalcare in modo assai meno brillante la formula del 2024, non un peccato in sé quanto un semplice rammarico nell’osservare come la versatilità di Poppy abbia qui lasciato spazio all’idea di non rischiare per ottenere il massimo risultato (commerciale) tramite il minimo sforzo (artistico).

Un album pertanto discreto dal quale era tuttavia lecito aspettarsi di più: due pezzi super (Dying to Forget, Empty Hands) e altri quattro/cinque di buona fattura consentono di non rimanere a mani vuote, ma la sensazione di un “addomesticamento sonoro” tarda ad allontanarsi e lascia in dote il pensiero di un’occasione in parte sprecata.



VOTO RECENSORE
69
VOTO LETTORI
66.87 su 8 voti [ VOTA]
Sicktadone
Mercoledì 4 Febbraio 2026, 15.55.32
1
Per quanto possa essere un c.d. \"industry plant\" Poppy secondo me dimostra piena continuità con il lavoro precedente che purtroppo non è stato recensito e che secondo me è stato un progetto molto valido. Questo praticamente è un sequel e secondo me c\'è un netto miglioramento sulle parti più violente, sebbene molto omogenee. E\' pure molto migliorata con il growl. Per me assolutamente promosso.
INFORMAZIONI
2026
Sumerian Records
Metal Core
Tracklist
1. Public Domain
2. Bruised Sky
3. Guardian
4. Constantly Nowhere
5. Unravel
6. Dying to Forget
7. Time Will Tell
8. Eat the Hate
9. The Wait
10. If We’re Following the Light
11. Blink
12. Ribs
13. Empty Hands
Line Up
Poppy (Voce)
Jordan Fish (Chitarra, Tastiere su tracce 1-3, 5-10, 12-13)
Johnuel Hasney (Chitarra su tracce 1-3, 5-7, 10, 13; Basso su tracce 1-3, 5-10, 12-13)
Ralph Alexander (Batteria su tracce 1-3, 5-10, 13)

Musicisti ospiti:
Julian Gargiulo (Chitarra su tracce 6, 10, 12; Basso su traccia 6)
Isaac Hale (Chitarra su traccia 6)
Stephen Harrison (Chitarra su tracce 6, 13)
 
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