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The Georgia Satellites - Georgia Satellites
31/01/2026
( 369 letture )
Chi segue in maniera assidua la nostra musica può pensare che si ecceda nella glorificazione dei dischi del passato, in contrapposizione con una smodata sottovalutazione di quanto prodotto ora, da parte di band giovani o meno giovani. In effetti è vero che si tende ad avere un certo grado di benevolenza “a prescindere” verso i grandi, e anche i meno grandi, gruppi del passato; ma la ragione, a nostro avviso, principale di questo atteggiamento più o meno voluto va ricercata nel “fattore tempo”.
Mi spiego meglio: a distanza di due, tre o quattro decenni è molto più facile valutare quali sono gli artisti e gli album che meglio hanno saputo, per qualità intrinseche ed indiscutibili, resistere al passare del tempo; normalmente, è proprio verso questi che il rispetto e l’ammirazione è magnificata e portata alle stelle.
Ciò tuttavia non deve portare ad idolatrare a prescindere ciò che è passato, appunto per il solo fatto che è passato. Anche nei decenni d’oro della nostra musica non era proprio tutto ora ciò che luccicava, e oltre ai capolavori sono stati generati fior di album null’altro che discreti, se non peggio.
Il disco qui presente può essere un valido esempio di quanto appena descritto: primo album del quartetto di Atlanta (Georgia, come si intuisce dal nome), ottenne subito un successo lusinghiero di pubblico (certificato disco d'oro nel febbraio 1987 e poi disco di platino nell'agosto dello stesso anno); ma riascoltato oggi, sinceramente, non appare nulla di più di un buon disco hard rock, semplice ed essenziale, ma non certo un capolavoro della musica.
In effetti, il disco appare un po’ “fuori dal tempo”: nel periodo delle pop star da copertina, delle megaproduzioni platinate ed artefatte i quattro americani se ne fregano delle “regole del mercato” (dell’epoca, va da sé) e suonano rock vero e puro, quello fatto con le chitarre e con il cuore.
Se avessero sfornato un disco così dieci o anche solo cinque anni prima, sarebbero stati “uno dei tanti”; ma nel 1986 non erano in molti a farlo e questi pochi non avevano un grande successo e, forse, proprio per questo la loro proposta è sembrata a molti una “boccata di aria fresca” in un periodo che stava portando la musica verso tutt’altri lidi.

Nati dalla fusione di due “bar boogie bands” di Atlanta, i nostri propongono un sano rock di chiara impronta sudista. Dopo un primo EP di discreto successo, i nostri danno alle stampe il primo loro album dal titolo omonimo, sotto etichetta major, nel 1986. La loro musica è scarna e essenziale: rock ad altra gradazione di ottani, batteria che pesta come da copione, chitarre urlanti e tanta, tanta energia: i modelli cui si ispirano sono quelli più classici, vale a dire Stones, Lynyrd Skynyrd, Faces.
Il singolo apripista è l’opener Keep Your Hands to Yourself centrata sulla forza d’urto delle chitarre e della sezione ritmica, mentre la voce non riesce sempre a dare il tiro che ci vorrebbe. Assoli taglienti, buona melodia e una sana voglia di divertirsi e divertire sono la miscela di tutte le dieci canzoni contenute in questo album.
Particolarmente riuscita risulta essere Railroad Steel un rock n’ roll dai forti richiami southern in cui spicca un torrenziale assolo di chitarra. Battleship Chains richiama alcuni aspetti dei primi Motley Crue, quelli più grezzi, ossia batteria in grande evidenza, grandi melodie e cori, una manna per gli amanti di queste sonorità. La successiva Red Light è decisamente più hard, i qui il punto di paragone sono i primi Def Leppard, contaminati dal sound sudista. Il richiamo ai Lynyrd Skynyrd è assai forte nella successiva The Myth of Love mentre Can’t Stand the Pain è un sano e super adrenalinico hard rock melodico da stadio. Golden Light è una buona ballad dotata di grande melodia e un ritornello tutto da cantare. Over and Over sprizza nuovamente southern rock da tutti i pori con riff taglienti come rasoi, grandi cori e un bel tiro complessivo.
Nights of Mystery, col suo inizio di chitarra acustica, mette in mostra tutte le forti radici blues della band mentre la conclusiva Every Picture Tells a Story è una cover di Rod Stewart che i nostri rileggono in chiave decisamente più energica southern.

Un bel disco? Di sicuro. Un capolavoro immortale? Assolutamente no. Il suo stile molto peculiare per l’epoca e per certi versi in antitesi con il classic rock tipico degli anni ’80 può caratterizzarlo e dargli una patina di "originalità vintage"; ma, pur riconoscendone in pieno il valore storico, rimane un disco imperdibile solo chi vuole avere “di tutto, di più”. Altrimenti, si può passare pure oltre senza troppi rimpianti: gli autentici capolavori rock del decennio sono da altre parti.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
80 su 7 voti [ VOTA]
Barfly
Sabato 31 Gennaio 2026, 18.58.10
7
Concordo con tutti i commenti, 80 pieno anche per me. Ci sono almeno 4 pezzoni, di cui un paio sono dei classici, e per il resto sano rock \'n roll. Ho ancora gli Lp di questo e il successivo comprati a fine anni\'80. E poi ci sarebbe anche il terzo album che è molto bello, e che contiene la ballatona All over but the cryin\', da lacrime, appunto
Duke
Sabato 31 Gennaio 2026, 18.11.25
6
...gran bel disco.....
Rob Fleming
Sabato 31 Gennaio 2026, 16.40.56
5
Sono onestamente molto perplesso su questa recensione. Perché tra il capolavoro (diciamo dal 9 in su?) al disco discreto (il 7 in questione) c\'è molto altro. Questo non è un capolavoro e siam d\'accordo, ma è sicuramente un signor disco di rock and roll (hard rock, southern; r\'n\'r...). La doppietta iniziale Keep Your Hands to Yourself e Railroad Steel se la possono permettere in pochi. Mettiamoci i rimandi evidenti agli Stones e ai Faces, ma mettiamoci anche Creedence, Dylan (Golden Light) e...Cramps che coverizzano Fogerty (mi prendo le mie responsabilità, ma Red Light la vedo girare lì intorno) e ridurlo a un \"si può passare anche oltre\" lo trovo decisamente ingeneroso. D\'accordissimo con @Shock e @ Galilee: visti certi altri voti, questo è un 80 pieno (anche perché di lì a poco arrivarono i Quireboys, i Black Crowes, i Cinderella che fecero uscire la propria vocazione rootsy)
Galilee
Sabato 31 Gennaio 2026, 16.04.18
4
Se piace il genere il disco può tranquillamente essere un must have. Non sarà il capolavoro del secolo, non saranno i Lynyrd Skynyrd , ma i primi tre album della band sono decisamente validi e i pezzi ci sono. Per me scendere sotto l\'80 è un po\' criminoso. Poi basta dare voti altisonanti a band derivative e poi castrare gli originali. Soprattutto nell\' hard rock. E che cazzo..
Shock
Sabato 31 Gennaio 2026, 13.11.12
3
Non sono per niente d\'accordo con la recensione. Il primo album dei georgiani, come pure il terzo, sono ottimi lavori di puro hard southern rock, anche non essendo capolavori la qualità è decisamente alta, ed il successo (relativo soprattutto negli Usa) è più che giusto. Non solo un singolo fantastico, Keep your hands to yourself, ma tutta una serie di ottime canzoni che puzzano di southern lontano un miglio, che non c\'entrano niente con i gruppi hair metal (glam, sleaze, street o come li volete definire) del tempo, un look adeguato, semplice come deve essere, una voce subito riconoscibile. Insomma un gran bel lavoro, da rivalutare altro che passare oltre.
Fabio
Sabato 31 Gennaio 2026, 13.04.27
2
Voto un po\' basso per i miei gusti, sto Anch io sugli 80; i primi 3 di questa band sono tutti validi e questo forse è proprio il migliore
Graziano
Sabato 31 Gennaio 2026, 11.26.54
1
Piccolo gioiello di hard rock sanguigno. Keep your hands to yourself è spettacolare con un divertentissimo video autoironico.
INFORMAZIONI
1986
Elektra Records
Hard Rock
Tracklist
1. Keep Your Hands to Yourself
2. Railroad Steel
3. Battleship Chains
4. Red Light
5. The Myth of Love
6. Can't Stand the Pain
7. Golden Light
8. Over and Over
9. Nights of Mystery
10. Every Picture Tells a Story
Line Up
Dan Baird (Voce, Chitarra)
Rick Richards (Chitarra, Voce)
Rick Price (Basso)
Mauro Magellan (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Randy DeLay (Batteria nella traccia 1)
Dave Hewitt (basso nella traccia 1)
 
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