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23/05/26
THE GATHERING
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Grant Lee Buffalo - Mighty Joe Moon
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31/01/2026
( 331 letture )
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La prima metà degli anni Novanta si è caratterizzata per un cambio radicale nelle preferenze mainstream degli ascoltatori di musica rock a trecentosessanta gradi. Ma, come spesso succede, il cambio nei gusti del pubblico non è avvenuto da un giorno a un altro. Se si considera che i primi vagiti di quello che sarebbe stato l’alternative degli anni Novanta sono arrivati già nella seconda metà degli anni Ottanta alle prime pubblicazioni ufficiali, ci si rende conto che l’onda lunga di quello che viene spesso descritto come un uragano subitaneo, ha in realtà radici profonde. Questo è il caso anche dei Grant Lee Buffalo: attivi già dalla fine degli anni Ottanta col nome Shiva Burlesque, sotto il quale pubblicheranno il debutto autointolato nel 1987 e Mercury Blues nel 1990, cambieranno nome l’anno successivo, con l’arrivo al basso di Paul Kimble. Per l’occasione, anche la proposta musicale viene rivista e aggiornata, con quello che diventerà il caratteristico trademark del gruppo: una fusione di alternative rock, folk, country, psichedelia e cantautorato americano. Il debutto della nuova formazione, Fuzzy, del 1993, attira assolutamente l’attenzione sul gruppo, tanto che Michael Stype degli R.E.M. lo definisce di gran lunga il miglior disco dell’anno. E’ così che le aspettative della casa discografica per il successore, Mighty Joe Moon, schizzano alle stelle e la band comincia a sentire la pressione di dovercela fare. In effetti, da un punto di vista artistico, si può dire che i Grant Lee Buffalo abbiano assolutamente fatto centro.
Mighty Joe Moon è il classico disco che se ascoltato distrattamente potrebbe anche non colpire così a fondo, a parte la straniante sensazione che proviene dall’accostamento tra l’alternative rock novantiano fatto da chitarre sferraglianti e cariche di fuzz e il background tipicamente “americano” delle canzoni, figlie della tradizione statunitense e arricchite da testi decisamente più interessanti e profondi della media. La permanente malinconia, arricchita dalla voce baritonale di Grant Lee Phillips, che può risultare sia aspra e carismatica, quanto dolce e melodica, pervade letteralmente il disco, facendone un album che esplode con gli ascolti, quando le difese si abbassano e finalmente si entra nel mondo della band. Un mondo ricco di suggestioni e influenze, con brani che celano una profondità da cogliere e scoprire e che li rende particolarmente resistenti al tempo. La prima traccia è anche quella che lascia più profondamente il segno sin dal primo momento: il rutilante riff di chitarra distorta, doppiato dal violino, è di quelli che penetrano sotto pelle immediatamente e non lasciano scampo. Ma tutto è perfetto in questo brano, dall’interpretazione di Phillips, così carica di tensione, al testo, ispirato al massacro di Wacko, che diventa paradigma per una società violenta e senza speranza, all’acido assolo di armonica, alle schitarrate che sembrano fondere le casse, alle parti vocali sovrapposte, alla fisarmonica in sottofondo, che rende il tutto così folk e peculiare. Capolavoro da riscoprire e fusione tra rock e folk da applausi. Non da meno, la successiva Mockingbirds, primo singolo e maggior successo della band, che invece si rivela brano dolce nella parte musicale quanto disperato in quella lirica, con il ritornello in falsetto che lo caratterizza e lo rende indimenticabile, assieme alla chitarra acustica e al violoncello e a quell’andamento “storto” e peculiare. Piccolo momento di rilassamento con It’s the Life, brano acustico che rompe la tensione fin qui accumulata, senza perdere in significatività lirica. Sing Along riporta in auge lo scontro tra chitarra elettrica e violino, ritrovando ancora quella tensione che già era esplosa nell’opener, con stavolta il piano a stemperare la rovente ritmica e l’ottimo Kimble a riempire ogni anfratto col suo basso. Perfetto il contrasto tra le voci nel refrain. La titletrack torna sul sentiero dell’acustico, con ancora la fisarmonica in sottofondo e un testo che per certi versi esalta la semplicità della vita bucolica e le sue libertà e dall’altra ne sottolinea la profonda ignoranza e l’indifferenza rispetto a quanto accade al di sopra, che ne muove i fili senza che lo stesso Mighty Joe se ne renda conto. Demon Called Deception è un nuovo salto di tensione e, ancora, ritornano chitarra e violino e lo scontro tra i due fa nuovamente faville ed è un vero peccato che il brano non duri qualcosa in più, perché è di quelli che abradono la pelle. Lady Godiva and Me lambisce le soglie del country, con tanto di pedal steel guitar e la voce di Phillips sembra davvero quella di Neil Young in Harvest, finché a metà brano l’elettrica si incendia di nuovo, spezzando l’idillio e riportandoci sulla Terra. Un contrasto che ritroviamo anche in Drag, guidata dal basso e dalla batteria, con la chitarra che interviene spezzando e violando il brano, uno dei più belli del disco, proprio per la tensione continua e rilanciata. Last Days of Tecumseh è un breve frammento acustico country che ci conduce direttamente a un altro peso massimo: Happiness è una ballata acustica tesa e carica di drammaticità, in pieno contrasto -ancora- col titolo, Phillips domina con la sua voce, sul perfetto e languido accompagnamento. Brano dalla disperazione percepibile. Honey Don’t Think resta sull’acustico e stavolta si tinge di maggiore dolcezza, seppure alla fine il testo parli comunque di un uomo che chiede a una donna di rimanere con lui per curare le sue ferite, perché si fida di lei nonostante sia chiaro che tra i due non possa esserci niente e la implora quasi di non pensare troppo a questo. Side By Side è il brano più lungo del disco, retto da acustica e piano, con il consueto tono profondo e dominante di Phillips, fino all’accelerazione del refrain, che si tinge di alternative rock, in un’alternanza che regge la canzone fino alla lunga coda strumentale. Chiude Rock of Ages, nuovamente una ballata acustica con un tocco country, che ci congeda dall’album con la costante malinconia che ci accolti fin dalla prima nota.
L’accostamento tra alternative rock, folk, country e psichedelia non è certo unico nel panorama degli anni Novanta, ma il secondo album dei Grant Lee Buffalo si erge in mezzo a tanti altri per la qualità assoluta delle composizioni e per la naturalezza con la quale il connubio viene portato a termine. Nessuna forzatura, nessun apparente azzardo, tutto scorre e si piega alla volontà della band, validissima in tutti i suoi elementi, con chiaramente Phillips a guidare autorevolmente le danze. Le aspettative della casa discografica saranno ripagate solo in parte con un sedicesimo posto negli States e con piazzamenti onorevoli quasi ovunque, che non porteranno però alle vendite auspicate. Un vero peccato, ma tutto sommato un pronostico facile: le canzoni dei Grant Lee Buffalo non sono fatte per sfondare classifiche e neanche per regalare certezze. La loro musica è sospesa, tesa, piena di contrasti e irrisoluzioni. E’ qua che il suo fascino risiede, nel baratro evocato e mai raggiunto, nell’oscurità che tinge ogni cosa senza possederla fino in fondo. Nella notte che sembra pronta a imperare e si mostra però ancora sognante. Un disco per menti e cuori inquieti, che cercano qualcosa senza sapere esattamente cosa. Un piccolo gioiello mai dimenticato, uscito in anni di grandi cambiamenti e speranze destinate a crollare.
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4
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fuzzy migliore, il successivo copperopolis nulla di che. |
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3
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Copia/incolla con il Commento 2. |
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2
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Mi ero completamente scordato di questo gruppo, non mi ricordo niente se non che l\'album al tempo mi era piaciuto parecchio. Vedo di riascoltarlo. |
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INFORMAZIONI |
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Slash / London / Reprise / Liberation
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Tracklist
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1. Lone Star Song 2. Mockingbirds 3. It’s the Life 4. Sing Along 5. Mighty Joe Moon 6. Demon Called Deception 7. Lady Godiva and Me 8. Drag 9. Last Days of Tecumseh 10. Happiness 11. Honey Don’t Think 12. Side by Syde 13. Rock of Ages
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Line Up
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Grant Lee Phillips (Voce, Chitarra elettrica e acustica, Banjo, Dobro, Mandolino, Armonica) Paul Kimble (Basso, Piano, Organo, Organo elettrico, Cori) Joey Peters (Batteria, Tumbuk, Tamburello, Tablas. Maracas, Marimba, Shakers, “acquired hunks of metal”)
Musicisti Ospiti Greg Adamson (Violencello su traccia 2) Greg Leisz (Pedal steel guitar su traccia 7)
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RECENSIONI |
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