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Coronatus - Dreadful Waters
01/02/2026
( 537 letture )
I Coronatus sono arrivati a un punto della loro carriera in cui non è più possibile fingere che il tempo non sia passato. Dreadful Waters ci porta lì: nel territorio della maturità, dove le scelte pesano di più, le aspettative si alzano e il margine di indulgenza si restringe. Non è più il momento della sorpresa o della sperimentazione istintiva, ma quello della consapevolezza, della misura e — inevitabilmente — anche del confronto con i propri limiti, ormai conclamati nel DNA del gruppo.

Il disco prosegue senza deviazioni improvvise il percorso sinfonico della band tedesca, ribadendo un approccio riconoscibile, costruito su un impianto orchestrale ampio, una forte componente narrativa e un uso molto marcato delle voci. Il mare, elemento centrale dell’immaginario di Dreadful Waters, viene trattato come metafora emotiva: vasto, ambiguo, affascinante e potenzialmente ostile. È un concept che funziona a livello atmosferico, anche se non sempre riesce a tradursi in una reale tensione musicale.
Dal punto di vista compositivo, l’album mostra una scrittura più ponderata rispetto ad alcuni capitoli precedenti. I brani sono generalmente ben strutturati, con uno sviluppo chiaro e un’attenzione costante all’equilibrio tra melodia e impatto. I Coronatus puntano su una progressione controllata, spesso solenne, che privilegia la costruzione dell’atmosfera. Questo approccio, se da un lato conferisce coerenza all’ascolto, dall’altro espone il disco al rischio della prevedibilità.
Uno degli elementi centrali resta la gestione delle voci. Anche qui la band insiste su una metodologia tecnica ben definita, quasi offensiva nella sua insistenza: le linee vocali sono onnipresenti, stratificate, spesso chiamate a dialogare o a sovrapporsi. È una scelta che dimostra sicurezza, ma che talvolta finisce per appesantire il flusso dei brani, soprattutto quando la componente strumentale avrebbe bisogno di maggiore spazio per respirare. Non tutto colpisce allo stesso modo, e in alcuni passaggi si avverte chiaramente una certa pesantezza espressiva.
Le orchestrazioni giocano un ruolo fondamentale nell’economia del disco. Tastiere, archi e inserti folk contribuiscono a definire un paesaggio sonoro ricco e dettagliato, ma non sempre perfettamente integrato con la sezione metal. Le chitarre tendono spesso a svolgere un ruolo di sostegno più che di guida, sacrificando parte del loro potenziale incisivo in favore di un impianto sinfonico che rimane costantemente in primo piano. È una scelta stilistica coerente con l’identità della band, ma che limita l’impatto complessivo in termini di dinamica, almeno nell’impressione globale e d’insieme del disco.
Dreadful Waters è un album che alterna momenti riusciti ad altri più opachi, ecco, e proprio per questo la sua valutazione prende una strada complessiva piuttosto che traccia per traccia. Ci sono passaggi in cui l’intreccio tra atmosfera, melodia e narrazione funziona con più naturalezza, regalando un ascolto coinvolgente e ben calibrato. In altri casi, invece, la sensazione è quella di un disco che si trattiene, che evita di spingersi davvero oltre una zona di comfort ormai consolidata. È qui che emergono gli alti e bassi che caratterizzano l’intero lavoro.
Va detto che, nonostante tutto, l’album si lascia ascoltare con una certa facilità. Non è un disco ostico né particolarmente impegnativo, ma richiede comunque attenzione per coglierne le sfumature migliori. La maturità dei Coronatus si riflette proprio in questa capacità di costruire un lavoro razionale, pensato, che non vive di singoli exploit ma di una continuità stilistica ben definita.
Il problema, semmai, è che questa stessa razionalità finisce per smorzare l’impatto emotivo. Laddove ci si aspetterebbe un vero slancio, una scelta più coraggiosa o un momento davvero memorabile, il disco preferisce mantenere il controllo. È una strategia che garantisce solidità, ma che rende Dreadful Waters un album più scontato che realmente ispirato nel suo totale.

In definitiva, Dreadful Waters continua il sofisticato approccio al metal sinfonico dei Coronatus, mostrando una band ormai pienamente consapevole dei propri mezzi. Non mancano i passaggi a vuoto e, considerando l’età artistica raggiunta, le aspettative dell’ascoltatore vengono talvolta disattese. Eppure, tra alti e bassi, ci troviamo davanti a un lavoro che supera la sufficienza e che, malgrado tutto, si ascolta con piacere. Non è un punto di svolta o di crescita esponenziale nella carriera della band, ma un capitolo dignitoso, scelto con la consueta coerenza come parola d’ordine da proporre all’ascoltatore. Chissà suonato dal vivo come sarà…



VOTO RECENSORE
68
VOTO LETTORI
55.5 su 2 voti [ VOTA]
INFORMAZIONI
2026
Massacre Records
Symphonic Metal
Tracklist
1. The Maelstrom
2. Through the Brightest Blue
3. To the Reef
4. The Ship’s Cook
5. Southern Cross
6. The Siren
7. A Seaman’s Yarn
8. Dark Ice
9. Die Hexe und der Teufel
Line Up
Nemesis (Voce)
Leni (Voce)
Sabine (Voce)
Harry Zeidler (Chitarra)
Michael Hecker (Basso)
Mats Kurth (Batteria)
 
RECENSIONI
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