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TAD - 8 Way Santa
28/02/2026
( 475 letture )
Thomas Andrew Doyle nasce negli anni Sessanta a Boise, Idaho, e fin dall’adolescenza dimostra una spiccata inclinazione per la musica, in particolare per le percussioni. Dopo aver approfondito gli studi di composizione e performance alla Boise State University, emerge già un tratto distintivo della sua figura: Tad Doyle era probabilmente l’unico, o comunque uno dei pochissimi, musicisti della scena grunge con una formazione accademica alle spalle. I primi passi li muove come batterista in diverse formazioni jazz locali, ma è il 1986 l’anno della svolta, quando si trasferisce a Seattle con la sua band, gli H-Hour, che abbandonerà due anni più tardi. Nel frattempo trova impiego in un’azienda che produce musica per ascensori: un dettaglio quasi ironico, se si pensa alla potenza sonora che lo renderà celebre. Proprio lì conosce Bruce Pavitt, figura chiave per l’avvio della sua carriera discografica.
Grazie al suo supporto, nel gennaio del 1988 Doyle registra da solo i suoi primi due brani, Ritual Device e Daisy, presso il Reciprocal Recording Studio con Jack Endino, lo stesso produttore che l’anno successivo darà forma a Bleach dei Nirvana. È un debutto dal suono grezzo e massiccio, chiaramente debitore delle atmosfere dei Melvins e dei Green River e rappresenta il primo passo verso la nascita dei TAD, fondati insieme al buon amico Kurt Danielson, bassista di una band chiamata Bundle of Hiss a cui si aggiunsero Steve Wied batterista dei Death & Taxes e Gary Thorstensen che suonava la chitarra nella band Tree Climbers con Jonathan Poneman, coofondatore della Sub Pop con Pavitt. Il 1989 fu l'anno in cui i TAD pubblicarono il loro primo LP God's Balls.
Il 29 giugno la band si esibì con i Nirvana e i Mudhoney al primo Lame Fest organizzato dalla Sub Pop al Moore Theater di Seattle; furono proprio i Nirvana di Kurt Cobain a supportarli nel loro primo tour in Inghilterra, il cui debutto si tenne il 20 ottobre 1989 a Newcastle. Pare sia stata un’esperienza magica, per l’inaspettata quantità di pubblico presente, ma anche un viaggio altrettanto orribile: le due band furono costrette a condividere un furgone Fiat da nove posti, accalcandosi in undici con gli strumenti stipati nel portabagagli. Senza dimenticare i centotrenta chili di Tad Doyle e i due metri di altezza di Krist Novoselic. Il tutto per trentasei concerti in quarantadue giorni, con cento dollari a serata ciascuno, che permettevano appena di coprire le spese di viaggio. Inoltre, quasi sempre i concerti finivano con i Nirvana che distruggevano gli strumenti, tanto che a fine tour le band dovettero arrivare a condividerli. Quello fu anche il primo tour che vide Kurt Cobain esibirsi in Italia: il 26 novembre al Bloom di Mezzago. Quella sera Tad si sentì male e Kurt salì sul palco per cantare con lui High On the Hog e Loser; pare che a fine concerto qualcuno tentò perfino di rubare le scarpe a Krist. Assurdo. La sera dopo, al Piper di Roma, Kurt, ormai stremato, senza soldi e con gli strumenti distrutti, salì su una trave a lato del palco, minacciando di buttarsi giù dopo lo show. Poneman, presente nel locale con Pavitt per verificare le condizioni del tour, cercò di tranquillizzarlo promettendogli una chitarra nuova non appena fossero arrivati in Svizzera. L’ultima data si tenne all’Astoria di Londra, in occasione del secondo Sub Pop Lame Fest a cui si aggiunsero nuovamente anche i Mudhoney. Nonostante la strumentazione fosse ormai in pessime condizioni, il concerto non andò male, considerando che le registrazioni di Polly e Breed di quella sera sarebbero poi apparse nel live From The Muddy Banks of the Wishkah. Lo show finì con Kurt e Krist che giocavano a baseball con le chitarre e con Tad Doyle che barcollava davanti al palco minacciando di tuffarsi sulla folla. E non conveniva a nessuno…Tornati a Seattle, i TAD, su consiglio di Pavitt, volarono a Chicago per registrare con Albini l’EP Salt Lick, pubblicato nel 1991. La band iniziava a trovare il proprio suono, inconfondibilmente TAD, puntando fin da subito, nelle liriche, su quell’umorismo e quell’ironia che li avrebbero caratterizzati per tutta la carriera. Tuttavia la Sub Pop spinse molto sulla fisicità burbera di Doyle, costruendone l’immagine di rozzo e zoticone e inventando probabilmente, a scopo di marketing, alcuni suoi presunti lavori precedenti come taglialegna o macellaio. Tad, con le sue camicie di flanella e il carattere introverso e spigoloso, si prestò al gioco e alimentò questa narrazione nella speranza di ottenere popolarità che ritenevano di meritare ma i media, in effetti, avevano iniziato a prenderli fin troppo sul serio, dichiarandoli poco vendibili; ma al frontman, in fondo, non importava nulla: odiava le gare di popolarità. Di lì a poco la band si trasferì a Madison, piccola città universitaria del Wisconsin piena di hippie, dove si appassionò a una delle realtà noise rock locali, i Killdozer.

Negli Smart Studios di Butch Vig prese forma Jinx, il brano che aprirà il loro album più rappresentativo, 8-Way Santa, disco in cui i TAD tentarono di introdurre una componente melodica più marcata, riuscendoci in modo naturale e spontaneo, senza comprimere né addomesticare la propria creatività. È un lavoro che affonda nel punk rock sporco e fangoso, sconfinando talvolta in territori prossimi allo sludge metal, alternando atmosfere cupe ad altre dissacranti e ironicamente irriverenti. L’essenzialità della scrittura si riflette in riff “groovy” e ipnotici che si ripetono in modo ossessivo, costruendo una tensione circolare su cui si innesta la voce lamentosa di Tad Doyle: più aggressiva e abrasiva che mai, graffiante ma paradossalmente controllata, capace di incanalare il caos in una forma sorprendentemente compatta, un timbro che si eleva sopra la massa sonora e diventa il punto d’incontro ideale tra la forza bruta delle prime produzioni e l’intensità più controllata, talvolta meno incisiva, dei lavori successivi. In questo equilibrio tra pesantezza e apertura melodica risiede la vera maturità del disco. Avrebbe dovuto essere l’album della consacrazione: i presupposti c’erano tutti. Tuttavia, le discutibili scelte di marketing della Sub Pop e alcune vicende legali ne limitarono fortemente il potenziale. Una controversia riguardò la copertina originale, che presentava una fotografia Polaroid di una certa Patricia Rogers insieme al suo ex marito Kimball Weber, scattata oltre dieci anni prima, quando i due erano ancora sposati. L’immagine, recuperata da un amico della band in una vendita di garage o in un negozio dell’usato, venne utilizzata senza che i soggetti ritratti ne fossero a conoscenza. Nel frattempo la donna era diventata una cantante cristiana e, accortasi della copertina sfogliando un numero di Spin, non reagì affatto con entusiasmo. Decise quindi di intraprendere un’azione legale che si concluse con un risarcimento economico e il conseguente ritiro della prima tiratura del disco. 8-Way Santa fu ristampato con una nuova copertina raffigurante i membri del gruppo, ma l’episodio contribuì a rallentarne la diffusione proprio nel momento in cui avrebbe potuto cavalcare l’onda crescente del grunge. Oggi il vinile con la copertina originaria è divenuto un cimelio per collezionisti.
Il lato più selvaggio di 8-Way Santa si manifesta fin dalle prime battute di Jinx: un punk rock’n’roll ruvido e vorticoso, costruito su un riff circolare e su una sezione ritmica martellante, che sembra fatto apposta per fare da colonna sonora ad una festa destinata a degenerare in un’inevitabile sbornia collettiva. Giant Killer vira verso territori più marcatamente garage: l’andatura è cadenzata, quasi marziale e l’atmosfera si fa torbida e minacciosa, con chitarre che sembrano avanzare a ondate dense e sabbiose. Wired God spinge invece sull’acceleratore metallico: riff più spigolosi, suono più compatto e una tensione che si accumula strofa dopo strofa, fino ad esplodere in un ritornello dal piglio quasi ossessivo. Delinquent rappresenta l’anima grunge per eccellenza del disco: lenta, pachidermica, dominata da una pesantezza che non è solo sonora ma quasi fisica. L’incedere è soffocante e l’eco dei Melvins si avverte nella scelta di rallentare fino al limite della frattura, trasformando il groove in una colata lavica. È uno dei momenti in cui la band dimostra di saper essere monolitica senza risultare statica. Jack Pepsi, titolo poi abbreviato in Jack per ragioni legali, riprende le tematiche alcoliche dell’opener, ma le declina in chiave narrativa e ironica. Il brano racconta di Doyle e dell’amico Jack Helton che, dopo aver preso in prestito il camion del padre di quest’ultimo, decidono di avventurarsi su un lago ghiacciato sorseggiando un improbabile mix di Jack Daniel’s e Pepsi. L’impresa, prevedibilmente, prende una piega disastrosa quando il ghiaccio si rivela troppo sottile e il mezzo finisce per schiantarsi. Musicalmente, il pezzo alterna strofe serrate ad un ritornello quasi beffardo, enfatizzando il tono tragicomico del racconto. La vicenda si complica quando l’utilizzo del logo Pepsi come copertina del singolo scatena un’altra azione legale: infastidita dall’associazione tra la propria bevanda e una storia di guida spericolata sotto effetto combinato di alcol e zuccheri, la multinazionale costringe la band a modificare il titolo. Un episodio emblematico del rapporto conflittuale tra spirito underground e logiche industriali di cui i TAD hanno pagato il prezzo. Stumblin’ Man è ruggente e forsennata nella ritmica, ma al tempo stesso, paludosa nel suono e nella lentezza: un contrasto riuscito tra impulso e peso, con la batteria che spinge in avanti mentre le chitarre sembrano trattenere il brano in una morsa vischiosa. Flame Tavern contiene uno dei ritornelli più memorabili dell’album, dimostrando come i TAD, pur restando ancorati ad una poetica sporca e abrasiva, sappiano costruire linee vocali sorprendentemente orecchiabili. La vena melodica riaffiora anche in Plague Years e 3-D Witch Hunt, dove le aperture armoniche si fanno più evidenti senza intaccare la densità sonora. Trash Truck è una sfuriata punk’n’roll diretta e rumorosa, identificata simbolicamente con l’immagine di un imperturbabile camion della spazzatura che avanza inesorabile: un brano breve, essenziale, quasi iconico nella sua semplicità. Candi chiude il disco con un tono nebbioso, lamentoso e tormentato; qui la voce di Doyle si fa più vulnerabile, lasciando emergere una malinconia che attenua la brutalità precedente e suggella l’album con un senso di sospensione inquieta. Nel lato B del singolo Jinx merita una menzione Pig Iron, il cui riff di basso richiama esplicitamente School dei Nirvana, pur divagando poi nel tipico stile TAD fatto di ripetizioni ossessive e improvvise impennate rumorose. A completare il quadro, Eddie Hook, incluso soltanto nella versione Deluxe, aggiunge un ulteriore tassello alla comprensione di una fase creativa particolarmente fertile per la band.

Pubblicato nel 1991, 8-Way Santa si inserisce in uno degli anni più cruciali della storia del rock: vedono la luce Out of Time dei R.E.M., Innuendo dei Queen, il “The Black Album” dei Metallica e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers. Il grunge è al suo apice e, grazie ai Nirvana, l’alternative rock conquista le classifiche mondiali, ridefinendo gli equilibri dell’industria musicale. Band come i Pearl Jam e i Soundgarden ricevono una spinta decisiva verso il mainstream. In questo contesto, i TAD restano paradossalmente ai margini, frenati da scelte di marketing discutibili e da controversie legali che ne limitano la diffusione. Eppure 8-Way Santa si attesta tra gli album fondamentali non solo di quell’anno, ma dell’intero movimento, al pari di lavori firmati da Mudhoney, The Jesus Lizard e Screaming Trees. La musica sorprendente e vitale dei TAD ha contribuito in modo decisivo a sostenere e definire la prima scena di Seattle, quando ancora era un fenomeno sotterraneo e viscerale. Per chi ama il genere, 8-Way Santa rimane ancora oggi, ad oltre trent’anni dalla sua uscita, un ascolto imprescindibile: un disco che non chiede di essere riscoperto per nostalgia, ma perché continua a suonare urgente, sporco, vivo. Fondamentale, ieri come oggi.



VOTO RECENSORE
85
VOTO LETTORI
78.28 su 14 voti [ VOTA]
Duke
Domenica 1 Marzo 2026, 8.07.10
1
...tra le bands grunge... più interessanti...per chi ama il genere... è un disco da avere assolutamente...
INFORMAZIONI
1991
Sub Pop
Grunge
Tracklist
1. Jinx
2. Giant Killer
3. Wired God
4. Delinquent
5. Hedge Hog
6. Flame Tavern
7. Trash Truck
8. Stumblin' Man
9. Jack Pepsi
10. Candi
11. 3-D Witch Hunt
12. Crane's Cafe
13. Plague Years
Line Up
Tad Doyle (Voce, Chitarra)
Gary Thorstensen (Chitarra)
Kurt Danielson (Basso)
Steve Wied (Batteria)
 
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