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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Lamb Of God - Into Oblivion
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30/03/2026
( 1943 letture )
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Lamb of God from Richmond, MF Virginia!
Premete l’interruttore del caos e frullate insieme gli aromi di Omens, New American Gospel e As The Palaces Burn per ottenere la salsa speziata di Into Oblivion! Okay, al di la delle similitudini e degli accostamenti, i veterani made in USA giungono dopo oltre trent’anni di attività al decimo album in studio. 2026 e ben quattro anni dopo lo splendido Omens, il quintetto capitanato dal sempreverde Randall Blythe si riprende forma e scena con un colpo di coda grezzo e diretto come quello di Godzilla.
In un sorpasso ad alta velocità e senza cinture di sicurezza, il nuovo arrivato Into Oblivion ci catapulta in un vortice sonoro solo apparentemente famigliare. Ci troviamo al cospetto di un album che prende ispirazione dal passato remoto e si auto-aggiorna con nuovissime sfumature, zone d’ombra e tocchi abrasivi. Credetemi, ce n’è per tutti i gusti nei 40 minuti dell’Oblio, a partire dall’artwork che pesca dalla retro-tecnologia anni ’90 ricordandoci l’immenso Chaosphere. Cambia il logo dopo una vita, ma la brutalità in seno alla band rimane inalterata, dipingendosi di colori acidi e pericolosi. Groove a iosa, sferzate thrash, sludge e sferraglianti schegge dall’animo punk si insinuano nei nostri poveri padiglioni auricolari senza sosta. In un mantra nero/verde che concede poca tregua ma che colpisce (e va a segno), Into Oblivion si riprende i complimenti di Omens suonando come una naturale prosecuzione. Non ci sono moltissimi riferimenti, ma suona tutto dannatamente famigliare. L’opener nonché title-track è squadrata e scattante. Un ritornello memorabile si gioca il difficile podio con i riff di Mark Morton e Willy Adler, mentre il buon Art Cruz distrugge il drum kit a suon di badilate e, spesso, intuizioni intelligenti. Si parte benissimo e si prosegue sui binari speed-thrash della bordata alchemica Parasocial Christ che, al netto del minutaggio ridotto, alza i giri sovralimentando il LoG -motore con un’impressionante e letale dose di riff e assoli, sfiorando la perfezione. Non parliamo di esecuzione quanto più di scrittura, verve e sensazioni da puro mosh-pit. Un altro uno/due vincente che promette fuoco e fiamme: non aspettatevi troppe somiglianze, perché il terzo brano (nonché primo singolo) Sepsis si rifà alle note dissonanti, distorte ed oleose di New American Gospel e, di richiamo, ai tempi dei Burn the Priest. In una digressione sludge-sciamanica, Randy Blythe si prende una scena come un imbonitore delle paludi, amabilmente accompagnato dal basso severo di John Campbell per una canzone isterica ed ipnotica, che si concede una brutale accelerazione sulla tre-quarti, riportandoci a casa per una manciata di secondi. Una tripletta davvero niente male quella che apre le porte di Into Oblivion: cose antiche, piccole sorprese e una colata lavica di metallo fumante. Ma, siatene certi, l’avventura è destinata a proseguire nel migliore dei mo(n)di con la vigorosa battaglia di Killing Floor, potentissima scudisciata groove/thrash che omaggia il sound a tuttotondo, con una band che gira perfettamente, senza sbavature. Un focus incredibile sulla dicotomia riff/voce ci guida verso un headbanging obbligatorio, pima che l’aurea dark/noir di El Vacio prenda il sopravvento, cambiando ancora una volta le carte in tavola. Senza strafare e senza inventare distorti esperimenti senza senso, i Lamb of God introducono una semi-pacata nota desertica con un brano in grado di far apprezzare la veste più riflessiva di Blythe. L’andamento del nuovo album diventa così apparente e omaggiante: si passa dalla violenza alla velocità, passando per i rallentamenti ipnotici e le influenze inaspettate. Ci sono tocchi di puro fan-service che profumano di Bourbon mescolati a ottimi colpi di scena che, come in un vecchio thriller, sembrano sbucare dal nulla. E con certezza quasi matematica, ecco spuntare l’agile heavy metal di St. Catherine’s Wheel, altro centro che si concede un breve intro sommesso per poi ripartire in quarta, con un buonissimo Art Cruz e un ispirato Mark Morton in fase solista. Un altro pezzo che non ha problemi a farsi spazio a suon di calci, pugni e spallate poco sportive e che ci consegna una media voti da 8 pieno. Tutte le sensazioni positive avute fino ad ora non fanno altro che aumentare a dismisura durante le seguenti Blunt Force Blues (uno dei singoli) e A Thousand Years, dove le anime contrapposte dei Lamb of God vengono perfettamente a galla in pura sintonia: spietato groove metal tinto di Pantera nella prima / atmosfere sulfuree alla Black Sabbath nella seconda. Mostruosa prova strumentale in Blunt Force Blues e ultra-convincente melodia vocale in A Thousand Years, con quel mantra oscuro e il bel solo melodico. Un brano che riprende le note ‘distanti’ di El Vacio e le potenzia a dismisura, garantendo una sorta di tregua sonora che pesca nel passato remoto del nostro genere preferito. In tutto questo, la potenza thrashy di Bully torreggia indisponente tra una canzone e l’altra, convincendoci con la sua genuina bontà senza tempo. Contenti?
Il finale della faccenda oscura prende il nome e il volto di Devise / Destroy e suona scolpita quanto destrutturata, in un’infusione pericolante e assassina di metal e punk. Indisciplinata, con cambi di tempo repentini e un finale da riff-fest assicurata, Devise / Destroy mette in cattedra un po’ tutti in 4 minuti scarsi, a riprova del fatto che non servono sempre i fuochi d’artificio per concludere degnamente un’opera. In tutto questo tempo è cambiato tutto e niente in casa dei God, eppure le trasformazioni avvenute nel corso degli anni sono evidenti, e sono servite ad assicurare benzina fresca per il serbatoio metallico, tutt’altro che arrugginito. Ovvio, non siamo tornati ai capolavori assoluti di As The Palaces Burn, Ashes of the Wake o Sacrament , ma siamo al cospetto di un altro super album che non mancherà di dar fastidio nella prossima Top list di fine anno.
Pure american metal.
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15
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Tagliategli le palle a sto bibi.subito |
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14
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Rimango francamente senza parole davanti al fatto che continui a rimanere sul Sito il Commento di una persona qualificatasi come Bibi, lancia più bombe su Gaza, per favore.. Son passati giorni e questa VERGOGNA non è stata ancora cancellata.. Rimango esterefatto.. |
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13
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IL Nome d\' arte dell\' Utente del Commento numero 11 è aberrante.. La banalità del male. |
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12
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Mi è piaciuto. Confermano lo stato di forma del precedente disco in studio. Potenza, ma anche brani che hanno un senso logico e non sono un\'accozzaglia di riff e break down. Voto 80. |
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11
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Un buon album. 75 lo merita. |
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10
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Concordo al ribasso con Bestia Assatanata.. E\' un bell\' Album, però nulla toglie, nulla aggiunge.. Come diceva Ligabue : Chi s\'accontenta gode, così così.. |
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9
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Di certo è un buon disco, quanto buono lo devo ancora capire... concordo con @metalraw quando scrive \"è cambiato tutto e niente in casa dei God, eppure le trasformazioni avvenute nel corso degli anni sono evidenti\". Si, nell\'arco della loro discografia si può parlare di ripetitività, ma non è questa uscita l\'occasione per farlo.
Nel complesso mi piace. |
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6
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Un po\' ripetitivi, soprattutto la voce nonostante sia obiettivamente incredibile, comunque sempre potenti e credibili. Per ora il precedente mi sembra migliore, ma in ogni caso per quanto siano bravi non sono una band che si prende molti rischi, l\'unico rischio a mio parere è quello di poter alla lunga diventare, come già detto, un po\' ripetitivi...! |
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5
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Bel disco, tutto al posto giusto, si ascolta molto volentieri |
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4
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Ogni album una sentenza, orgasmo puro per le mie orecchie! Industruttibili LOG! True american metal ! |
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3
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Mi è piaciuto anche più del precedente. Questa band non ne sbaglia una.
Una precisazione, L\'ultimo singolo è st. Catherine \'s wheel! |
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2
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Sempre sul pezzo… tostissimi |
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1
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Ennesimo centro pieno, si riconfermano sui livelli del precedente con un album omogeneo nella qualità ma abbastanza vario nelle soluzioni. Le prime 4 canzoni ti stendono e tutto l\'album spazia molto in termini di registro sonoro, con alcuni elementi dei brani (es. la contromelodia nella linea vocale della title track) a riprova che i LOG non si limitano a picchiare duro, ma scrivono musica con i controfiocchi. Voto 80 |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Into Oblivion 2. Parasocial Christ 3. Sepsis 4. The Killing Floor 5. El Vacio 6. St. Catherine’s Wheel 7. Blunt Force Blues 8. Bully 9. A Thousand Years 10. Devise / Destroy
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Line Up
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Randall Blythe (Voce) Mark Morton (Chitarra) Willy Adler (Chitarra, Programming) John Campbell (Basso) Art Cruz (Batteria)
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