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Poison the Well - Peace in Place
30/03/2026
( 671 letture )
Fa un certo effetto parlare di un nuovo album dei Poison the Well, un moniker di assoluta rilevanza nella storia delle numerose e complicate derivazioni hardcore. Chi ama tracciare gli snodi fondamentali di questo preciso ambito stilistico avrà dunque un brivido nel risentire il loro nome, protagonista a cavallo del Millennio di un’autentica rivoluzione i cui frutti perdurano ancora oggi a dispetto degli anni e le mode intercorse.

Un impatto difficile da quantificare, un illuminante ruolo da precursori, una musica in grado di fissare standard apicali quando la materia era ancora al principio della sua traiettoria evolutiva: qualunque band della corrente, in maniera diretta o trasversale, ha dovuto confrontarsi e accettare l’influenza del supremo The Opposite of December… A Season of Separation (1999), punto di non ritorno e crocevia obbligatorio nella sequenza di quello che diventerà il -core dal 2000 in avanti. Gli allora giovani americani, facendo seguito all’Ep Distance Only Makes the Heart Grow Fonder, scrissero infatti una bibbia laica dove metallic hardcore, post-hc ed emo-core si congiungevano in ventotto laceranti minuti che avrebbero segnato il percorso di un intero decennio e oltre.

Codificare un macro-sottogenere al debutto e rinforzare la leadership nei due album seguenti (Tear from the Red; You Come Before You) non è comunque bastato al gruppo, desideroso di oltrepassare i traguardi raggiunti cercando vie alternative foriere di un post-hardcore atipico in Versions (2007) e di una inclassificabile vena sperimentale in The Tropic Rot (2009), ostico allora come oggi. Dopo aver giocato forse in maniera eccessiva sul filo del rasoio, la line-up è entrata in un lungo periodo di ibernazione rotto da una saltuaria attività live e solo nel 2025 il singolo di rientro Trembling Level ha dato una speranza concreta in vista di un altro capitolo discografico.

Tramite Sharptone Records l’ipotesi diventa infine realtà nel primo trimestre del 2026 e Peace in Place, con una formazione rinnovata alla chitarra e al basso (le new-entry Vadim Taver / Noah Harmon), vede i Poison the Well cambiare ancora una volta le pedine sulla scacchiera. Non si torna al metalcore su larga scala del debutto né all’emo-core del 2002-2003 e tantomeno agli esperimenti della seconda metà dei Duemila poiché il sesto disco approda ad una forma di post-hardcore “adulto”, riflessivo e specchio dell’ampio divario temporale delimitante le due fasi della carriera.

I’ll change my colors and show myself out

Basato sul mutamento delle relazioni nel corso della vita e sulla necessità di espellere gli umori negativi (the only way you can truly reach a state of clarity is by allowing the chaos to unfold first), il comparto lirico non intende celare la rabbia accumulata ma punta a stabilire un’idea di connessione la quale, pur nascendo da circostanze avverse, funge da valvola di sfogo tramutante il “brutto” in sincero e proprio questa consapevolezza riesce a creare una sorta di pace da gestire nella vita di ogni giorno.

La loro visione si esplicita in un dinamismo ritmico incrementato da notevoli affondi metallici, come da tradizione alternati a segmenti più morbidi e arpeggi utili a placare l’urto e la focosa irruenza. L’esperta mano di Will Putney sa come valorizzare al meglio tali contrasti producendo un suono organico e “reale”, spinoso nell’incalzante natura post-hc e inquieto nell’ombroso tratteggio di melodie disinteressate all’hook o al motivo di facile presa. Nel bagaglio di Jeffrey Moreira le tirate e le rappresaglie in yelling di scuola hardcore si affiancano ad un timbro pulito ricercato, lontano dalle adolescenziali scorie emo e qui propenso a veicolare la dualità dei sentimenti ricorrendo anche a parti declamate o in spoken word.

Una cangiante performance vocale, un tessuto chitarristico altrettanto multiforme, la presenza decisa della sezione ritmica e il ripudio della convenzionalità mainstream sono i fattori comuni alla tracklist, aperta dal graffiante ardore di Wax Mask e dall’intensa Primal Bloom, bruciata da stomp, acri dissonanze e ruvidi breakdown. Gli stacchi e i cambi di tempo donano imprevedibilità e gli switch canori non si adagiano su schemi prefissati dando corpo ad un moto instabile che aziona i dirompenti sali-scendi di Thoroughbreds, i feroci raptus della matura ricalibrazione emo-core di Everything Hurts o le continue variabili della policroma Weeping Tones.

I want a different you, I want a different me

La cesura mediana viene oltrepassata da Wake of Vultures, rotonda e fresca nel perimetro melodico, carismatica nell’imprinting harsh ed evocativa nel sospeso fade-out allungato. Interviene a spezzarne l’aura la veemente Bad Bodies, uno dei migliori episodi qui proposti grazie alla sinergia tra l’acrimonioso yelling e la foggia melodica del ritornello, puro ossigeno atto a bilanciare la tensione scaturita dai riff post-core metallizzati e dall’erompere del breakdown sulla tre quarti.
Drifting Without End invece pare quasi fluttuare in uno spazio etereo dove gli arpeggi e il garbo strumentale vanno a saldarsi alla camaleontica trasformazione di Moreira, sognante nel dispiego di una raffinata timbrica priva di asperità. Le sue urla energiche, sempre abbinate alla ricchezza della melodia, tornano a solcare l’irregolare superficie dell’abrasiva Melted e Plague Them the Most, un riassunto dello yin e yang in chiave post-hardcore durante il quale si susseguono potenti accelerazioni, tratti declamatori, harsh autoritarie e linee angeliche, il tutto silenziato da un vuoto di tre minuti a cui fa seguito una ghost track intitolata Mercedes, talmente dolce ed eufonica da risultare quasi irreale se paragonata al turbinio emotivo degli altri brani.

I only feel for one thing
The life that flows inside of you
If I could crawl beneath your skin
I'd die afraid of what's inside of you


Non era nei piani della band ripresentarsi per una mera comparsata nostalgica e difatti Peace in Place ha il pregio di suonare libero da paragoni con il passato e da limitanti vincoli odierni. Immune nella sua “atemporalità”, l’album reca tuttavia ben impressi a fuoco l’attitudine e il marchio del quintetto americano, modello indiscusso della prima ora dell’emo/post-hc 3.0.
Le tracce, dotate di una forte identità e di un sorprendente livello qualitativo, raccontano al meglio l’attuale volto dei Poison the Well, ancora solidi e brutalmente emozionali nonostante la voragine ultra-decennale che pareva averli relegati all’onere/onore di memoria storica; d’altronde, quando sono i maestri a parlare, bisognerebbe sempre ascoltarli e ricavare il massimo dai loro preziosi insegnamenti.

I live in you, you live in me
I die in you, you die in me



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
79.28 su 7 voti [ VOTA]
Indigo
Mercoledì 1 Aprile 2026, 12.54.50
2
@Ash, hai assolutamente ragione a segnalare la necessità di recuperare i primi tre album del gruppo. Purtroppo non dipende da me l\'organizzazione dei calendari dei rispolverati ma, se sarà possibile, io sono pronto a recensirli tutti, dal capolavoro The Opposite of December a YCBY e arriverei pure a Versions, invece The Tropic Rot proprio non fa per me... Nel frattempo ascoltiamoci questo bellissimo (e inaspettato) ritorno; poi come detto vediamo se si riuscirà a trattare anche i lavori storici.
Ash
Martedì 31 Marzo 2026, 19.21.53
1
Davvero un gradito ritorno con un album di buon livello, promosso ampiamente. Osservazione a parte: vedo che però mancano tutte le recensioni dei precedenti album, i primi tre sono pietre miliari che non possono assolutamente mancare, soprattutto il primo Opposite from december per le sonorità più ruvide post-hardcore e il terzo You come before you che è il loro album definitivo, per me uno dei migliori lavori degli anni 2000 di questo genere, dove evolvono le loro sonorità su lidi alternative e shoegaze come già fecero i Deftones o più sconosciuti Hopesfall. Spero che dopo questa recensione le altre vengano recuperate quanto prima nell\'apposita rubrica settimanale, ancora una volta bravo Indigo che ha recensito un gruppo che 20 anni fa sarebbe stato bistrattato dai metallari più ottusi.
INFORMAZIONI
2026
SharpTone Records
Post Core
Tracklist
1. Wax Mask
2. Primal Bloom
3. Thoroughbreds
4. Everything Hurts
5. Weeping Tones
6. A Wake of Vultures
7. Bad Bodies
8. Drifting Without End
9. Melted
10. Plague Them the Most (+ ghost track Mercedes)
Line Up
Jeffrey Moreira (Voce)
Ryan Primack (Chitarra)
Vadim Taver (Chitarra)
Noah Harmon (Basso)
Chris Hornbrook (Batteria)
 
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