|
|
17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
|
|
Winterfylleth - The Unyielding Season
|
03/04/2026
( 785 letture )
|
Con The Unyielding Season, i Winterfylleth non cercano di reinventarsi né di inseguire derive contemporanee del black metal atmosferico. Gli inglesi scelgono piuttosto una strada che negli anni è diventata la loro vera identità: scolpire paesaggi sonori che sembrano emergere direttamente dalla terra inglese, tra vento, pietra e memoria. Ma stavolta c’è qualcosa in più: un’urgenza tematica più esplicita, quasi dichiarata. Il disco nasce infatti come prosecuzione ideale di The Imperious Horizon (2024), ma ne ribalta la prospettiva: se lì la minaccia era distante, fredda e latente, qui diventa concreta, presente, inevitabile. La tensione glaciale del predecessore si trasforma in incendio, in qualcosa di attivo e distruttivo. Non più un’ombra all’orizzonte, ma un incendio in atto. The Unyielding Season si muove così come una forma di commento sociale filtrato attraverso il loro linguaggio tipico, fatto di simbolismo, paesaggio e memoria storica, ma attraversato da una rabbia più evidente e da un senso di pressione costante. Questo nuovo lavoro si inserisce con naturalezza nella traiettoria più recente del gruppo, assumendo però i contorni di un vero e proprio manifesto in dieci brani, quella che ha progressivamente attenuato l’aggressività pura degli esordi in favore di una dimensione più contemplativa. A rafforzare questo cambio di prospettiva interviene anche un elemento visivo fortemente simbolico: l’artwork, che per la prima volta abbandona la rappresentazione di una natura incontaminata per mostrare una foresta in fiamme. Una scelta tutt’altro che estetica, ma profondamente concettuale, che traduce in immagine l’idea di un mondo percepito come instabile, frammentato e sotto pressione. La natura, da sempre rifugio e radice identitaria per il quintetto inglese, diventa qui il veicolo di una metafora più inquieta e contemporanea. Ma attenzione: non si tratta di un ammorbidimento, bensì di una trasformazione. Qui la tensione non è solo atmosferica, ma anche emotiva e politica, un riflesso di un mondo percepito come instabile e soffocante. La furia è ancora presente, solo che ora è incastonata in strutture più ampie, più evocative, più “respirate”. Fin dai primi brani si percepisce chiaramente questa impostazione. L’apertura con “Heroes of a Hundred Fields” introduce immediatamente il tono del disco: una chiamata alla resistenza, quasi un manifesto, in cui l’idea di comunità e opposizione a una forza oppressiva prende forma sia a livello lirico che musicale. Le chitarre tessono trame lunghe e stratificate, costruendo un senso di continuità che privilegia l’atmosfera rispetto all’impatto immediato. I riff non cercano la memorabilità a tutti i costi, ma lavorano per immersione, come correnti sotterranee che emergono poco a poco. Uno degli elementi più riusciti dell’album è proprio il modo in cui la band gestisce il tempo. Le composizioni si sviluppano con pazienza, evitando accelerazioni forzate e lasciando che ogni sezione trovi il proprio spazio. Questo approccio dona al disco una qualità quasi narrativa, come se ogni traccia fosse un capitolo di un racconto più ampio legato al paesaggio, alla storia e a un senso di appartenenza profondamente radicato. Le componenti folk e acustiche, ormai parte integrante del linguaggio degli inglesi, non vengono mai usate come semplice ornamento. Brani come “Unspoken Elegy” incarnano perfettamente questa funzione: un momento sospeso, guidato da chitarre acustiche e arrangiamenti più delicati, che introduce una dimensione quasi elegiaca e profondamente ambivalente tra speranza e inquietudine. Al contrario, funzionano come veri e propri punti di equilibrio all’interno delle strutture, creando contrasti efficaci con le parti più dense e distorte. È in questi momenti che l’album respira davvero, mostrando il suo lato più malinconico e riflessivo. Anche la produzione segue questa filosofia. Non è un caso che la band continui ad affidarsi a Chris Fielding, figura ormai imprescindibile nel loro percorso: più che un semplice produttore, una presenza stabile che ha contribuito a definire e affinare il suono del gruppo nel corso degli anni. La continuità si percepisce chiaramente: ogni elemento trova il proprio spazio con naturalezza, senza forzature, come risultato di una collaborazione ormai rodata. Il suono è pieno ma non sovraccarico, sufficientemente pulito da valorizzare ogni dettaglio senza perdere quella leggera ruvidità che mantiene il legame con le radici black metal della band. Tutto è calibrato per sostenere l’atmosfera, mai per sovrastarla. Alcuni episodi spiccano anche per il loro legame con elementi extra-musicali. “Echoes in the After”, ad esempio, rielabora un testo ispirato alla tradizione letteraria inglese (Sir Philip Sidney) e si carica di un valore simbolico contemporaneo, trasformando un evento reale in una riflessione più ampia sulla perdita e sulla resistenza. Se c’è un possibile limite, è proprio nella coerenza estrema dell’insieme. The Unyielding Season è un disco che non cerca picchi evidenti, né momenti di rottura netta. Questo lo rende compatto e immersivo, ma potrebbe risultare meno immediato per chi cerca dinamiche più marcate o brani dal forte impatto individuale. Tuttavia, è evidente che non è questo l’obiettivo della band. Interessante anche la scelta di chiudere il disco con una rilettura di “Enchantment” dei Paradise Lost. Più che una semplice cover, si tratta di una vera e propria reinterpretazione: rallentata, appesantita e trasfigurata in chiave quasi death-doom, diventa un omaggio sentito ma anche un modo per ribadire una delle anime meno evidenti, ma sempre presenti, del loro suono. La band continua a muoversi in una dimensione in cui il valore dell’opera sta nella sua interezza, più che nei singoli frammenti. È un ascolto che richiede tempo e attenzione, ma che restituisce molto a chi è disposto a lasciarsi trasportare. In definitiva, The Unyielding Season conferma la maturità di una band che ha trovato una voce personale e coerente, ma soprattutto la volontà di usarla per reagire a ciò che la circonda. Non è un disco che urla per farsi notare, ma uno che brucia sotto la superficie e cresce lentamente, stagione dopo stagione, come un incendio che non accenna a spegnersi.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
3
|
|
Dopo qualche ascolto, lo reputo sulla falsariga del Precedente.. Partenza a razzo ma Brani \"copia/incolla\".. Parte centrale più interessante.. Però, rispetto a The Imperious..., ho percepito più intensità e ritmi intriganti, quindi secondo Me, questo è un Lavoro valido. |
|
|
|
|
|
|
2
|
|
Noto che la recensione si dilunga molto sulla copertina e sui significati intrinsechi e comunicativi dei concetti e dei testi presenti nel disco e meno sull\'aspetto musicale. Avevo già commentato nella sezione notizie e qui riporto il mio commento: come il precedente ha il difetto che tutti i brani sono con una omogeneità di fondo. Pour moi, si distinguono la notevole In Ashen Wake e il pezzo finale Enchantment cantato in pulito, del resto, una cover dei Paradise Lost. Interessanti anche gli inserti strumentali Unspoken Elegy e Where Dreams Once Grew. Dopo vari ascolti, rimango dello stesso parere. Hanno fatto di molto mehglio. Au revoir. |
|
|
|
|
|
|
1
|
|
Come per il precedente, faccio fatica a \"individuare\" le canzoni. Se lo ascolto solo come sottofondo mi piace pure abbastanza l\'impatto, però per come sono io ho bisogno di altro, dopo un po\' mi annoio così. Pezzo migliore \"In Ashen Wake\", che guarda caso ha una melodia chitarristica che rimane più impressa |
|
|
|
|
|
INFORMAZIONI |
 |
 |
|
|
|
|
|
|
|
Tracklist
|
1. Heroes of a Hundred Fields 2. Echoes in the After 3. A Hollow Existence 4. Perdition's Flame 5. The Unyielding Season 6. Unspoken Elegy 7. In Ashen Wake 8. Towards Elysium 9. Where Dreams Once Grew 10. Enchantment
|
|
|
Line Up
|
Chris Naughton (voce, chitarra) Russell Dobson (cori, chitarra) Mark Deeks (cori, synth, tastiere) Mark Doyle (cori, basso) Simon Lucas (batteria)
|
|
|
| |
RECENSIONI |
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|