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Firebird - N°.3
04/04/2026
( 315 letture )
Un uomo a piedi nudi e la sua chitarra. Un semplice tratteggio a penna su sfondo bianco. Semplice, ma questo non gli impedisce di raccontare una storia. Bill Steer, chitarrista dei Napalm Death e fondatore dei Carcass, due dei gruppi simbolo della musica estrema mondiale, è solo. Come Michael Amott e, forse, anche più di lui, appassionato di musica blues e hard rock delle origini, Steer arrivò qualche anno dopo rispetto all’ex compagno di band a formare un proprio gruppo, dedicandosi alla riscoperta di quelle sonorità. Forse anche meno fortunato, in questo senso, addossandosi tutta la responsabilità del progetto e diventando anche il cantante dei suoi Firebird, Steer dimostrò tutta la propria versatilità con due grandi album, Firebird e Deluxe, nei quali era coadiuvato da Leo Smee e Ludwig Witt, veri e propri membri di una band che sembrava dovesse durare a lungo. Ottenuta la firma con la SPV/Steamhammer, dopo il primo periodo con la Rise Above del sempre magnifico Lee Dorrian, però, il gruppo di fatto si sciolse. Eccoci, quindi, al punto di partenza: un uomo solo, con la sua chitarra. Reclutati due “comprimari” di lusso come Roger Nilsson e George “Jolle” Atlagic dai mai troppo lodati The Quill, Steer si rialza in piedi e porta avanti la propria musica e la propria ricerca, buttando fuori quello che è probabilmente il miglior disco rilasciato dai Firebird, N°.3.

Nessun reale cambiamento di rotta rispetto ai primi due album: blues, hard rock delle origini, lievi accenni di psichedelia. Se la distorsione fosse stata più satura, slabbrata e fuzzosa avremmo parlato di stoner, ma così non è. Il passo è breve, ma non viene mai compiuto. In questa uscita, si segnala semmai una presenza stabile e organica di tastiera e organo, suonati dall’ospite Tomas Pettersson e un suono caldo, potente e naturale, figlio della collaborazione con Berno Paulsson, produttore dal tocco inconfondibile e già all’opera proprio con gli Spiritual Beggars, in un colloquio/confronto con l’opera di Michael Amott che non si è mai interrotto. Il risultato di questi ingredienti è un disco praticamente perfetto. Sappiamo che la voce di Bill Steer è il vero e unico punto debole dei Firebird: la timbrica flebile, pulita, quasi sottovoce del chitarrista non rende merito alle composizioni, adagiandosi su esse piuttosto che guidarle ed esaltarle. Eppure, al terzo disco ormai queste considerazioni sono superate: Steer è il solitario capitano al comando e la sua vocalità è ormai tratto distintivo dei suoi dischi, come i suoi riff, ispirati a Free, Hendrix, Humble Pie, Traffic e in generale al meglio del blues hard rock settantiano. Sin dall’apertura di Cross the Line si viene accolti dal calore inconfondibile di un sound antico e che pure non ha mai cessato di affascinare e avvolgere. Non c’è un solo brano che non sia ottimo in questo disco e l’asticella posta subito in altissimo dalla prima traccia lo conferma immediatamente: pezzo da urlo, con un riffone enorme, saltellante, dinamico ed energico a mille e un grandissimo bridge/ritornello. Se non vi viene voglia di alzare lo stereo al massimo livello consentito dalle casse, vuol dire che lo avete già fatto prima di leggere queste parole. Tumbling Down è un classico hard rock settantiano accompagnato dall’organo e dal piano, trasmette fin da subito ritmo e buone vibrazioni e lo spettacolare assolo non fa che lanciare in orbita un brano già molto divertente, con un monumentale Atlagic. Stone Believer è il perfetto compendio dei primi due brani: riff monumentale, ma dinamica altissima, con tanto di slide guitar e un refrain che fa presa immediata. Anche in questo caso, si nota come la grandissima dinamica imposta dalla sezione ritmica faccia davvero la differenza. Eccoci quindi al brano forse più bello del disco e uno dei più belli in assoluto del gruppo: Station fa fede al proprio titolo ed eccoci catapultati in una indolente stazione del Sud degli States, con organo a fare da contraltare alla chitarra e una costruzione del brano spettacolare, che rimanda alla tradizione Southern, ma cambia totalmente faccia nella seconda parte, lanciandosi in una emozionante cavalcata psichedelica che ci conduce come un treno verso splendide praterie cosmiche. Impossibile, letteralmente impossibile, non innamorarsi di questi riff e di questo brano. Qua il livello è talmente alto che siamo davvero alle soglie del capolavoro e la sezione ritmica non vuole certo essere da meno. Difficile mantenere l’intensità raggiunta, quindi, ecco che un bel blues ritmato spezza perfettamente il ritmo preparandoci al rilancio. Hard Hearted, però, non è il classico filler strategico: basti sentire ancora il lavoro della sezione ritmica e del piano rhodes, come l’ottimo incastro melodico, per rendersi conto che ancora una volta il livello è altissimo e Steer non rinuncia ad alzarlo ancora con un ottimo assolo di armonica. E cosa può mandare un brano in stratosfera? Esatto: more cowbell!! Ed ecco anche quella, puntuale. End of the Day riparte a razzo con un ritmo fumigante e il band leader a condurre il gioco, ottimamente rilanciato dal potentissimo Jolle Atlagic, autore di una delle sue migliori prestazioni in assoluto su questo disco, assieme al fido Nilsson. Assoli ovunque e la sensazione che anche questo non possa davvero essere derubricato come brano secondario. Ma ecco, ancora, un cambio di ritmo: Long Gone rallenta e riporta in cattedra il blues e non c’è dubbio alcuno che i tre sappiano come coniugare il suo verbo, con un brano che sembra uscire direttamente dalla penna di Kossof e Rodgers e un assolo che dire clamoroso è poco. Un omaggio dalla prima all’ultima nota, ma con che gusto e con quale classe. Off the Leash resta su ritmi blandi e carichi di feeling, ancora una volta senza perdere un colpo di tensione, pur con una costruzione apparentemente fatta di niente e che invece si trascina indolente ed irresistibile per oltre sei minuti e mezzo. Solo i grandi riescono in questo e se poi Steer piazza un altro assolo da urlo, non resta che goderne. Dream Ride è bollente e puzza di saloon e cantine proibite ai più e ci prepara alacremente alla chiusura del disco, con la splendida Friend. Partenza lenta e dimessa, ma ormai il gioco è chiaro e sappiamo che la dinamica può solo aumentare in mano a questi splendidi interpreti ed ecco puntuale che il crescendo ci conduce magicamente già al terzo minuto come non ci fossimo neanche accorti. Carezzati dalla solista e dall’arpeggio restiamo incollati al brano fino all’ultimo, sperando quasi che duri un altro po’.

Un uomo scalzo e solo, con la sua chitarra. Ma è di Bill Steer che stiamo parlando e questo fa la differenza. Trovati due compagni di strada di spessore, il chitarrista e cantante dimostra a tutti che la sua vena compositiva è ancora al massimo e la sua volontà indefettibile. N°.3 è un disco perfetto, grandioso nella sua semplicità: power trio blues hard rock, con aggiunta di tastiera, la più classica delle formule. Eppure, mai come stavolta i Firebird tirano fuori un album clamoroso, dalla prima all’ultima nota, confermando come nel 2003 ci fosse ancora spazio per queste sonorità quando a proporle sono musicisti di questo spessore e livello. Poco da dire e molto di cui godere anche se per il gruppo sarà un altro stop, subito dopo la sua pubblicazione. Poco importa: chi non lo ha capito allora, ha tempo oggi per recuperare questa meraviglia e goderne ogni secondo. Nel frattempo, venga ricordato come Bill Steer resti uno dei più grandi e sottovalutati chitarristi della sua generazione. Un gigante che non strepita, non scalpita, non si fa strada con i gomiti e gli scoop. E proprio per questo va rispettato e ammirato. Possibilmente, proprio per questo va rispolverato e riscoperto.



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
75 su 2 voti [ VOTA]
Duke
Domenica 5 Aprile 2026, 19.56.33
3
...anche se preferisco gli spiritual beggars.... non sono niente male...un chitarrista che si e\' distinto...in due generi cosi diversi....con buoni risultati....
Rob Fleming
Sabato 4 Aprile 2026, 20.22.18
2
Buona conferma per un bel gruppo. Station, Friend e Tumbling Down (in odore di Cream o Gary Moore) su tutte. Gli Spiritual Beggars mi piacciono di più, ma con i Firebird non si resta delusi. 75
Diego75
Sabato 4 Aprile 2026, 18.14.01
1
Mai piaciuti... Band modaiola di fine anni 90 famosa solo perché composta da un elemento dei carcass...ma nulla di speciale...insipidi.
INFORMAZIONI
2003
SPV/Steamhammer
Hard Rock
Tracklist
1. Cross the Line
2. Tumbling Down
3. Stoned Believer
4. Station
5. Hard Hearted
6. End of the Day
7. Long Gone
8. Off the Leash
9. Dream Ride
10. Friend
Line Up
Bill Steer (Voce, Chitarra, Armonica)
Roger Nilsson (Basso)
George “Jolle” Atlagic (Batteria)

Musicisti Ospiti
Tomas Pettersson (Organo Hammond, Tastiera)
 
RECENSIONI
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