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Skinlab - Disembody: The New Flesh
04/04/2026
( 398 letture )
You don't have the love it takes to give it all anyway, I'm through shedding skin. Sick of running thin, are you so called friends? Are you there in the end?…

1999, Travis Smith alla direzione artistica, mister Robb Flynn come promotore e Big Mama Century Media alle spalle. Un packaging completo e succoso per quello che diventa subito un album importantissimo in casa Skinlab: Disembody: The New Flesh, seguito di Bound, Gagged and Blindfolded (1997) si palesa come un monolite rugginoso di (im)puro groove metal anni ’90.

Scorie radioattive del thrash che fu, l’incombenza delirante del nu metal e un’aurea oscura e horririfica si prende la scena senza permessi. Ed è subito massacro deragliante per il combo di ‘Frisco, Bay Area. Ma non sono tutti complimenti a piovere sulla band: sin dai grezzi albori dello split-tape con gli Exodus , gli Skinlab sono andati incontro a feroci critiche per la compattezza eccessiva del loro sound, accostato troppo spesso alle furie discografiche di The More Things Change… (1997, Machine Head ) e Roots (1996, Sepultura ). In verità, come spesso accade, la situazione è parzialmente differente: certo, ci sono molti richiami ai pesi massimi del genere (e non) e -oltre ai succitati- ci muoviamo su coordinate non dissimili dai semi dimenticati Disbelief e dagli Exhorder di The Law (1992). In un mega-mosh di influenze e sotto influenze più o meno letali, si muove poco sinuosamente il fan-favorite Disembody: The New Flesh, con la formazione “classica” degli Skinlab, che vede l’onnipresente Steven “Steev” Esquivel (Defiance) alla voce/basso; il misterioso Snake alla chitarra; Scott Lee Sergeant (ex-Laaz Rockit) alla seconda chitarra e il bravo Paul Hopkins alla batteria.

Nonostante il “peso”, So Far from the Truth si muove piuttosto agilmente a suon di doppia-cassa, riff semplici e aperti e un buon Esquivel che non esita a distruggere il basso e a fare il verso a Flynn e Phil Anselmo. Una buona prova obliquamente melodica si alterna ad harsh e growl, mentre l’accelerazione centrale a cura di Paul Hopkins è assolutamente godereccia. Un incipit bruciante che, collocato nel 1999, suona perfettamente in quadro, ma dannatamente convincente. Certo, i cliché del momento sono tutti presenti (e si sente), e la povertà di assoli non fa che rendere il tutto più monolitico, immobile e trendy. Maggiori aperture e fantasie chitarristiche avrebbero giovato non poco a brani quali So Far from the Truth, No Sympathy (for the Devil) e Second Skin. Una boccata d’aria fresca durante l’intro punk di Know Your Enemies ci lancia verso un vortice ignorante, teletrasportandoci in un lurido scantinato della ‘Frisco metal, ribollente e affamata di nuovi talenti. Non siamo più negli anni ’80 e l’ossatura ritmica muta e si conforma al periodo musicale, rilasciando versioni esemplificate dell’heavy metal duro e puro. Non per questo meno meritevole, il primo singolo/video è un piccolo cult-classic amato da fan e addetti ai lavori.
No Sympathy (for the Devil) mantiene alta tensione e adrenalina contenendo il minutaggio. Senza strafare, con le note stridenti di Snake e i riff slabbrati di Scott L. Sergeant, si viaggia su binari “sicuri” ma convincenti. Clamorosamente, sound a parte, la produzione risulta ancora potente e vigorosa nel 2026. Senza eccessive sovra-incisioni, piuttosto diretta e limpida, riesce a valorizzare ogni sfumatura umana degli Skinlab che, diciamocelo, si prendono il podio degli “underdogs” del periodo, con un pizzico di malizia e strafottenza (l’estratto narrato di No Sympathy (for the Devil) è palese e quasi ironico). La lunga e serpeggiante Scapegoat suona minacciosa ed effettata durante l’intro ipnotico. Un Esquivel ancora sugli scudi viene degnamente accompagnato dalla sezione ritmica e dalle chitarre compatte, tra riff squadrati e arpeggi nerissimi. Una timida solista si fa strada tra una strofa e l’altra, colorando un po’ il brano. Fading obbligatorio che si collega al ronzio nu della saltellante Breathe, breve e intensa bolla sonora che anticipa di qualche anno le sonorità industrial/nu di Revolting Room (2002), mettendoci in mezzo un acido assolo di Scott Sergeant. Velleità? Forse, ma l’efficacia da Bulldozer di Disembody: The New Flesh non è solo apparente, ma intensa e -spesso- gratificante.

Qualsiasi accenno di claustrofobia causato dall’evitabile litania Name My Pain viene spazzato via dalla breve e nevrotica Excellerate, thrash industrializzato che si insinua sottopelle prima dell’ultimo atto, costruito sul trittico Coward, Second Skin e Looks can be Deceiving - tris forse prevedibile ma decisamente incalzante. Coward ci appare come una Breathe parte 2 (assolo compreso) e degenera nel caotico calderone nu senza stupire. Il super-singolo/video Second Skin: New Flesh ci catapulta ai tempi di MTV con piglio nostalgico. Uno di quei momenti retrò dove veniamo immediatamente riportati nel contesto senza nemmeno rendercene conto. Magia? È solo il potere della nostra musica preferita: e poco importa se ce la ricordavamo migliore o peggiore, perché quello che conta è essere intrappolati nelle maglie del tempo con un piccolo pezzo di storia musicale. La semi title-track convince evocando ogni divintà pre e post Groove esistente, esemplificando tecnica e scrittura. Nonostante il minutaggio tutt’altro che ridotto, la canzone prende facilmente il volo comandata da un ferale Steve Esquivel. Un buon centro che si congeda nella languida Looks can be Deceiving, chiusura doomeggiante che rallenta rabbia, toni, riff e velocità per concentrarsi sull’ossessività e su una drammatica indole grunge.

Gli stessi Skinlab faranno di meglio con il buonissimo Venomous (2019), ma Disembody: The New Flesh rimane un buon esempio di metallo con compromessi, che nasce a cavallo delle cyber-follie del nuovo millennio. Strisciante e perverso, un po’ ridondante e decisamente troppo ancorato ai Padrini che tutti conosciamo, l’album è un mini-must di serie “B”. Un buon film horror con effetti pratici che si insinua in territori hi-tech con passo curioso e timido. Una formazione super che -al netto dei 5 album in studio registrati in 30 anni (!)- avrebbe sicuramente potuto e dovuto fare di meglio. In attesa del paventato successore di Venomous, andiamo a riscoprire i vecchi fasti che, come sappiamo ma tendiamo a dimenticare, non sono sempre dorati e intoccabili.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
70.31 su 16 voti [ VOTA]
Nu Metal Head
Domenica 5 Aprile 2026, 21.26.46
3
Infatti io questi li conosco per una canzone che c\'era su un sampler di Rock Sound del 2002, \"Purify\" dall\'album \"Revolting room\", e facevano nu metal... Però a quanto pare nascono come gruppo groove...
Hellion
Domenica 5 Aprile 2026, 10.53.30
2
Li vidi nel 1997 di spalla agli Exodus. Ho avuto Gary Holt a fianco per tutto il loro concerto, ma con i capelli corti non lo riconobbi.
azaghtoth84
Domenica 5 Aprile 2026, 7.59.37
1
Gli Skinlab non saranno grandi innovatori, ma sono riconoscibili dopo pochi secondi. Io possiedo anche la compilation \"nerve damage\" che considero come iL perfetto riassunto di quello che può offrire e ha offerto la band. Le loro canzoni sono dirette e senza fronzoli, inoltre coinvolgono in maniera più che sufficente l\' ascoltatore e questo è un merito che va dato alla band.
INFORMAZIONI
1999
Century Media Records
Groove
Tracklist
1. So Far from the Truth
2. Know Your Enemies
3. No Sympathy (for the Devil)
4. Scapegoat
5. Breathe
6. I Name My Pain
7. Excellerate
8. Coward
9. Second Skin: New Flesh
10. Looks can be Deceiving
Line Up
Steven “Steev” Esquivel (Voce, Basso)
Snake (Chitarra)
Scott Lee Sergeant (Chitarra)
Paul Hopkins (Batteria)
 
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