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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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04/04/2026
( 481 letture )
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Belfagor, in origine, non era un demone. Nell’Antico Testamento egli era infatti la divinità a cui si rivolgeva il popolo dei Moabiti e, dunque, antagonista del dio di Israele: questo è bastato, nella successiva tradizione demonologica cristiana, a farlo assurgere ad uno dei sette principi dell’inferno. Una figura tanto antica quanto maledetta non poteva che associarsi agli eponimi Belphegor, che ne recuperano tutto il potente e malevolo significato affibbiatogli dalla teologia: il combo austriaco è infatti una delle band che meglio incarna in musica il male, la perversione, il disprezzo per i dogmi cristiani. Il satanismo evocato da Helmuth e compagni non è quello secolarizzato di LaVey e i rituali non sono delle bizzarre, ma innocue messinscene: con i Belphegor si entra nella crudeltà e nella follia più estreme, tra pratiche sanguinolente e torture cerimoniali. Descrizioni e scenari non adatti ai più deboli di stomaco, che si traducono in una proposta musicale del tutto consequenziale, fatta di un death feroce ed essenziale venato dal black più oltranzista: una gerarchia, all’interno della proposta dei Nostri, che il mastermind ha sempre tenuto a specificare.
In questo senso il debutto della band, The Last Supper è forse il disco che incorporava meno suggestioni black, perché a fronte di pochi brani come Engulfed in Eternal Frost, la maggior parte del disco manteneva una struttura fondamentalmente death, con ritmiche nervose e riff contratti, truculenti e una prevalenza di growl. Con Blutsabbath invece prende forma in maniera più definita l’alchimia perfetta tra le due anime che diventerà il marchio di fabbrica del monicker, nonché l’atmosfera ritualistico / satanica che diventa subito evidente dalla copertina. I riff si caricano di maggiore dinamicità, tecnica e varietà, ma anche di una tensione sempre più palpabile che satura ogni nota, ogni passaggio. Il male non è più rappresentato in maniera astratta, ma si materializza, apparentemente insensato, ma guidato in realtà da una logica cinica e terrificante.
L’incipit di Abschwörung ha un piglio quasi epico, come se ci ponesse di fronte ai cancelli dell’inferno, prima che una raffica di riff articolati e taglienti e blast-beat si scateni nella sua furia distruttiva. Rispetto al passato c’è più spazio per incorporare melodia, che si fa alleata del gruppo nel tessere trame ancor più maligne e sulfuree, sia quando il tremolo si fa più disperato, sia nei rallentamenti accompagnati da fugaci accordi in clean. L’atmosfera diventa ancor più soffocante con Blackest Ecstasy, il cui riffing, tiratissimo e drammatico, amplifica la componente black, che torna a farsi sentire prepotentemente con Purity Through Fire, che ricorda a tratti i Dark Funeral dei primissimi lavori. Quest’ultima traccia e No Resurrection mostrano la particolare predilezione del loro autore, il lead guitarist Sigurd, per questo tipo di sonorità. Behind the Black Moon e Blutsabbath propongono invece la commistione che tanto bene riesce alla band, tra riff più melodici e blast beat, sezioni più thrasheggianti e assoli infuriati. The Requiem of Hell è una delle poche composizioni che punta su delle sezioni in mid-tempo, con continui armonici artificiali quasi in stile Morbid Angel, prima di riprendere a perpetrare il consueto assalto. Piglio aggressivo e toni oscuri caratterizzano invece Untergang der Gekreuzigten, un brano in cui ancora una volta armonie black incontrano l’impianto death, mentre Path of Sin chiude con il più classico approccio feroce e l’atmosfera oscura e demoniaca, mentre i riff continuano a penetrare nella carne e la batteria pesta crudele per un’ultima volta.
Blutsabbath non rappresentò dunque solo un passo in avanti rispetto al predecessore, ma fu anche il disco che cristallizzò l’iconografia satanica e cruenta e lo stile estremo e spietato che avrebbero reso noti i Belphegor. Tuttavia, gli austriaci si trovavano nel pieno di una parabola ascendente che li avrebbe portati a quello che è probabilmente l’apice della loro carriera, ovvero Lucifer Incestus. I dischi successivi avrebbero infatti progressivamente affinato la proposta e soprattutto migliorato gli aspetti legati alla produzione, che invece risultava il punto debole del disco analizzato oggi, con la batteria particolarmente penalizzata in termini di incisività. Le produzioni seguenti avrebbero dimostrato come un comparto sonoro più potente e definito avrebbe decisamente giovato alla proposta dei Nostri, che gioca proprio su un particolare equilibrio tra violenza e oscurità. Blutsabbath, fedele riproduzione musicale dei più selvaggi sabba, rimane però un album brutale, blasfemo e senza compromessi, e una delle prime e più riuscite interpretazioni del blackened death metal. Un disco ideale per farsi annichilire da mezz’ora abbondante di odio e lasciarsi inghiottire dalle tenebre, mentre l’odore acre del sangue impregna l’olfatto e i fuochi delle torce svaniscono.
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4
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Non mi dispiace, però li preferisco dal successivo, l\'ecclesiastico Necrodaemon Terrorsathan. Da lì in poi sono migliorati tecnicamente e anche nei suoni. |
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2
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...pensavo che il loro nome...derivava dallo sceneggiato rai...il fantasma del Louvre... 😂 |
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1
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Ottimo album per il duo austriaco. Voto 83. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Abschwörung 2. Blackest Ecstasy 3. Purity Through Fire 4. Behind the Black Moon 5. Blutsabbath 6. No Resurrection 7. The Requiem of Hell 8. Untergang der Gekreuzigten 9. Path of Sin
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Line Up
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Helmuth (Voce, Chitarra) Sigurd (Chitarra)
Musicisti ospiti Marius (Basso) Man (Batteria)
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