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17/11/26
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Neurosis - An Undying Love for a Burning World
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05/04/2026
( 2198 letture )
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La storia dei Neurosis inizia nel lontano 1985 a Oakland. Considerati come pionieri del genere post-metal, la loro storia è un viaggio di trasformazione radicale, sia sonora che artistica. All’inizio il loro suono è fortemente radicato nell’hardcore punk, sulla scia di gruppi come i Black Flag. A partire da The Word as Law e soprattutto Souls at Zero, i Neurosis iniziano a cambiare pelle. I ritmi diventano più lenti e pesanti, con influenze industrial condite da atmosfere apocalittiche. Da qui in avanti nasce il loro stile distintivo: musica lenta, opprimente e profondamente emotiva. L’età dell’oro giunge negli anni Novanta, quando sfornano, in appena sei anni (dal 1993 al 1999), una serie di album considerati veri e propri capolavori che definiscono il post-metal. È negli anni Duemila, però, che la band raggiunge una certa maturità artistica, riuscendo a raffinare il proprio stile e rendendolo più atmosferico e introspettivo. La violenza sonora lascia spazio a dinamiche più profonde e malinconiche.
Purtroppo, per tutti i loro fan e non solo, gli anni recenti sono stati contraddistinti da un drastico rallentamento della loro attività. Nel 2022 è infatti emersa una controversia legata a Scott Kelly, che ha portato a una pausa indefinita del gruppo. Gli altri membri hanno preso le distanze, lasciando nel limbo più profondo il futuro della band. Ma eccoci giunti nel 2026, con l’uscita di An Undying Love for a Burning World.
Da subito, la copertina presenta un’impostazione visiva coerente con l’identità della band: essenziale, scura e priva di elementi decorativi superflui. L’immagine centrale si colloca in una dimensione che richiama il concetto di indeterminazione. Ciò che si osserva non è qualcosa di dato una volta per tutte, ma qualcosa che si costruisce nel momento stesso in cui viene guardato. L’osservatore è costretto a cercare un senso in una forma che non lo offre esplicitamente. Questo richiama un approccio fenomenologico: l’immagine non è un oggetto chiuso, ma un’esperienza che prende forma attraverso lo sguardo. Da un punto di vista esistenziale, si può leggere questa immagine come una rappresentazione della difficoltà di attribuire significato a ciò che non ha contorni definiti. Non c’è un messaggio chiaro, ma una condizione: quella di trovarsi davanti a qualcosa che resiste a un’interpretazione immediata. Un altro elemento rilevante è la staticità. Non c’è movimento visibile, ma una sorta di sospensione. Questo può essere interpretato come una riflessione sul tempo. In sintesi, la copertina fa emergere una questione che non riguarda tanto cosa si sta osservando, ma quanto si è disposti ad accettare un’immagine che non si lascia ridurre a un significato univoco. La superficie appare granulosa, quasi sporca, come se fosse stata trattata per perdere nitidezza. Questo effetto contribuisce a creare una sensazione visiva uniforme, senza punti focali netti. I contorni sono sfumati e le transizioni tra luce e ombra sono graduali, senza stacchi marcati. Il titolo stesso, An Undying Love for a Burning World, introduce una tensione concettuale: qualcosa che non muore contrapposto a qualcosa che si consuma. In otto tracce, dalla durata totale di un’ora e quattro minuti, andiamo lentamente sciogliendoci sotto i colpi mortali che quest’album ha la capacità di infliggere.
An Undying Love for a Burning World dei Neurosis è uno dei loro lavori più esplicitamente esistenziali e contemporanei: i testi non sono più simbolici o naturali come in A Sun That Never Sets, ma parlano di crollo umano, colpa, fine e resistenza emotiva. We Are Torn Wide Open è un’intro brevissima, ma devastante: un minuto di caos, urla distorte e dissonanza. Ha tutte le caratteristiche di uno shock iniziale, una sorta di manifesto di alienazione e rottura interiore, con il compito di aprire le porte a Mirror Deep, brano più strutturato che alterna momenti eterei e pesanti. Il “mirror” è chiaramente introspettivo: guardarsi dentro e non riconoscersi. Immediatamente si capisce quale sia l’essenza dell’album: un classico crescendo in stile Neurosis, ma più psichedelico. Le accordature ribassate permettono di ottenere un suono più profondo, mentre l’uso del feedback e della distorsione crea un effetto continuo, senza stacchi netti. Non ci sono assoli né virtuosismi: tutto è funzionale alla costruzione di un blocco sonoro uniforme. La batteria segue un’impostazione lineare. I pattern sono semplici, con un uso frequente di tempi lenti e medi. I cambi sono rari e avvengono in modo graduale, senza rotture improvvise. Il ruolo principale è quello di sostenere la ripetizione dei riff, mantenendo una stabilità ritmica costante. Il basso lavora spesso in parallelo con le chitarre, rinforzando le frequenze basse e contribuendo alla sensazione di peso complessivo. In alcuni passaggi si distingue maggiormente, soprattutto nelle sezioni più rarefatte, dove diventa uno degli elementi principali. Le parti vocali alternano due registri: uno più aggressivo, basato su urla controllate, e uno più basso e parlato. Le linee vocali sono costruite su frasi brevi, spesso ripetute, e seguono il ritmo degli strumenti senza sovrapporsi in modo dominante. First Red Rays è uno dei brani più evocativi: parte lento e rituale, poi si espande in una massa sonora luminosa ma inquietante. Le “prime luci rosse” danno un senso ambiguo: alba o incendio? Rinascita o collasso? Non c’è più distinzione tra fine e inizio, tutto è contaminato.
In Blind emerge una cecità non solo fisica, ma anche un rifiuto consapevole della verità. Il suono torna cupo e opprimente, preparando il terreno per uno dei pezzi più moderni e sperimentali del disco: Seething and Scattered, dinamico, che parte come una trance elettronica (synth e loop) per poi esplodere in una sezione rumoristica. Untethered è relativamente breve, ma intenso. Ha una struttura quasi da canzone, con una tensione compressa. Il tema centrale non è solo la solitudine, ma l’impossibilità di connettersi davvero, anche con chi ti è vicino. Questo stato porta a un’attesa continua in cui non succede nulla, ma tutto sembra sul punto di accadere: una fine imminente che non arriva mai, tipica dell’ansia contemporanea. In the Waiting Hours è molto atmosferico all’inizio, poi cresce fino a una tempesta sludge. È uno dei pezzi più emotivi e stratificati, che ci accompagna verso l’uscita con l’ultimo brano: Last Light. È un finale monumentale (17 minuti): una vera suite, con un inizio industriale e oscuro, una sezione centrale pesantissima e una lunga coda catartica. È la fine inevitabile, la mortalità accompagnata da un senso spietato di accettazione. È il culmine dell’album, sia emotivo che sonoro.
Noi amiamo un mondo che sta morendo. Non è speranza ingenua, ma qualcosa di più duro: amare nonostante tutto, cercando un significato nella rovina. Soffocando e respirando a malapena, riusciamo a continuare a sentire, anche quando sarebbe più facile spegnersi. In conclusione, i Neurosis non sono solo una band metal: hanno trasformato l’hardcore in qualcosa di epico e atmosferico, creato un linguaggio musicale unico e influenzato un’intera generazione. A questo punto, la domanda è diretta: siamo già di fronte a una delle migliori uscite discografiche del 2026? Beh, giudicate voi… io l’ho già fatto.
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Forse non è il mio genere, noia mortale. |
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Togliete Kelly almeno dai! |
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Mi chiedo come si faccia a scrivere una recensione di questo disco(ne) senza nemmeno citare Turner. Nemmeno in formazione, tra l’altro. Mah. |
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11
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Grande Luigi, ottima recensione. Ancora non ho avuto modo di ascoltare questo disco, appena lo farò ti dirò cosa ne penso. |
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10
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@6 a me piace com\'è impaginato il sito, in un attimo zoommi nell\'area di interesse e hai tutto sotto controllo... tranne lo storico degli ultimi commenti che ritengo fondamentale per poter interloquire tra utenti. Mi spiace solo che a fronte di diverse mie richieste a chi gestisce il sito in merito non abbia mai risposto nessuno, anche solo per dire: \"no, non si può fare \" |
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9
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A me della tecnologia di comunicazione frega nulla; a dire la verità è anche troppa in generale. Venendo al sodo invece mancano rece importanti, come il nuovo Monstrosity e a me piaceva sapere cosa ne pensate |
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@6 se è per quello quando visito altri siti \"concorrenti\" ottimizzati per mobile a momenti trovo più pubblicità lì che su Aliexpress.
Per non andare OT, rece ottima, voto un filino alto per i miei gusti, per quanto sia molto meglio di Honor e Fires, siamo ancora lontani dai classiconi della band, mi fermerei sull\'80-82 |
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7
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#6 è per quello che a me, mi piace. Sul disco, messo in wishlist ascolti e ne approfitto per un ripasso. Non li ascolto da anni. |
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6
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Siete consapevoli che a differenza di qualsiasi sito nel 2026 il vostro non è ottimizzato per vederlo da smartphone e non si vede un cazzo tanto è piccolo ??? |
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Bella sorpresa! Anche se personalmente parlerei di Neur-Isis.... Sono fuori tempo massimo per essere, come sono stati, a capo di un fenomeno tellurico-musicale; voglio dire non poteva essere un \'A Sun That Never Sets\' 66/100 |
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Nella formazione avete scritto Scott Kelly... Ma al suo posto c\'è aaron turner |
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Concordo con il voto, grandissimo album, sa di paesaggi post apocalittici e di spazio siderale allo stesso tempo. masterpiece! |
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Meravigliosi Neurosis, grandissima sorpresa e ritorno, bravo Luigi |
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Recensione stupenda. Ascolterò sicuramente. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. We Are Torn Wide Open 2. Mirror Deep 3. First Red Rays 4. Blind 5. Seething and Scattered 6. Untethered 7. In the Waiting Hours 8. Last Light
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Line Up
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Aaron Turner (Voce, Chitarra) Steve Von Till (Voce, Chitarra) Noah Landis (Tastiere, Campionamenti) Dave Edwardson (Basso) Jason Roeder (Batteria)
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