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17/11/26
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Marillion - Anoraknophobia
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06/04/2026
( 695 letture )
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Il 2001 è un anno peculiare per i Marillion: il nuovo millennio porta con sé nuove sfide, nuove abitudini e un settore discografico in piena trasformazione. Il quintetto britannico, come spesso accade agli artisti di grande levatura, ha già voltato pagina con largo anticipo rispetto ai propri colleghi. Lo ha fatto abbracciando la rete quando ancora era territorio inesplorato, lo ha fatto scindendosi dalle etichette discografiche, lo ha fatto, e qui sta il salto davvero pionieristico, costruendo un modello di finanziamento partecipativo ante litteram che avrebbe fatto scuola in tutto il mondo musicale. Già per marillion.com i fan erano stati coinvolti, ma è con Anoraknophobia che il meccanismo si perfeziona: dodicimila preordini raccolti prima ancora di entrare in studio, dodicimila anorak, come vengono affettuosamente chiamati i fan più sfegatati della band, che hanno di fatto reso possibile questo dodicesimo lavoro in studio, fotografando anche il momento dei Marillion, lontani dai fasti commerciali di Misplaced Childhood e dal relativo successo mediatico. Un esperimento sociale e musicale che nessuno aveva ancora osato tentare con queste proporzioni. Menzione speciale per la copertina, che raffigura i fan come fossero usciti da South Park, chissà che Steve Hogarth e compagni non fossero ammiratori del famosissimo cartone animato dissacrante…
Il titolo stesso, crasi giocosa tra "anorak" (termine gergale britannico per il fan ossessionato, il nerd appassionato) e "fobia", è un omaggio ironico e affettuoso proprio a quel pubblico fedele che non ha abbandonato i nostri nemmeno nei momenti di minore visibilità commerciale. C'è qualcosa di genuino in questo gesto, un modo tutto personale dei Marillion di riconoscere il debito nei confronti di chi ci ha sempre creduto. E il disco stesso, nella sua essenza, sembra voler ricambiare questo affetto con una musica più intima, più carnale, più visceralmente umana rispetto ai lavori immediatamente precedenti. Rispetto ai pur validi Radiation e marillion.com, questo dodicesimo lavoro fa un passo avanti deciso: la direzione si assesta, il suono si fa più coeso, la band appare più consapevole di ciò che vuole raccontare. Non siamo ancora ai livelli del capolavoro assoluto che verrà, quel meraviglioso Marbles che rimane probabilmente l'apice della carriera del quintetto dell’era Hogarth, ma Anoraknophobia è a tutti gli effetti il trampolino di lancio necessario, la crisalide da cui quella farfalla avrebbe preso il volo tre anni dopo.
Between You and Me apre le danze come una hit radiofonica, un incipit che cresce progressivamente e introduce l'ascoltatore al mood che dominerà l'intero lavoro. Steve Hogarth è da subito protagonista assoluto, la sua voce si muove tra registri diversi con una naturalezza disarmante, capace di trasmettere vulnerabilità e forza nello stesso verso, dando quel tocco commerciale che non guasta. Arriva poi Quartz, e con i suoi oltre nove minuti è già chiaro che i nostri non hanno alcuna intenzione di concedersi al formato breve: il brano cresce lentamente, costruisce e accumula, lascia spazio a ogni singolo musicista prima di aprirsi in una seconda metà di grande impatto. Ian Mosley comincia qui a farsi sentire con quella sua capacità rara di tenere il tempo senza mai sovrastare, sempre al servizio della canzone.
È con Map of the World che l'album trova il suo primo momento di grazia assoluta: una canzone di rara bellezza emotiva, la più breve del lotto ma non per questo meno incisiva, costruita su un tappeto di tastiere impeccabili di Mark Kelly e impreziosita dal breve solo finale di Steve Rothery che, come sempre nei momenti chiave dei Marillion, arriva puntuale senza una nota di troppo. Una delle cose che più si apprezza di Rothery è proprio questa: la capacità di non eccedere mai, di scegliere le note con una parsimonia che le rende preziose, quasi fossero pietre rare incastonate nel tessuto del brano. When I Meet God introduce una vena riflessiva e quasi metafisica: con i suoi nove minuti è uno dei brani più ambiziosi della prima metà del disco, con un testo di quelli che Hogarth ama costruire a strati, criptici in superficie ma densi di significato non appena ci si immerge davvero, costruito attorno all’amore e alla religione. The Fruit of the Wild Rose, quinta traccia, porta con sé una delle melodie più riuscite dell'intero lavoro, un brano che vive di sfumature e si rivela gradualmente, trainato da una performance vocale di Hogarth particolarmente ispirata. Il basso di Pete Trewavas è protagonista insospettato, dialogando con chitarra e tastiere in modo sottile e raffinato. Arriva poi Separated Out e l'album cambia marcia: è il brano più uptempo del lotto, il più immediato, quasi un singolo radiofonico pur mantenendo tutta la complessità strutturale che ci si aspetta dal quintetto britannico. Una boccata d'aria fresca nel mezzo di un disco che sino a quel punto aveva percorso con calma i propri sentieri introspettivi, una piccola ma gradita iniezione di energia.
Ed è da qui che Anoraknophobia si consegna definitivamente alla storia con le sue due suite conclusive. This Is the 21st Century è un affresco monumentale di oltre undici minuti, il pezzo più ambizioso del disco e forse uno dei più ambiziosi dell'intera discografia Hogarth: si sviluppa lentamente, costruisce tensione su tensione, lascia spazio a ogni singolo strumento con un andamento cadenzato prima di esplodere in un finale catartico che giustifica abbondantemente l'investimento di tempo richiesto all'ascoltatore. Il nuovo secolo è qui, ed è sancito e raccontato in questo pezzo magistrale dal quintetto britannico, scolpito tramite architetture sonore di grande spessore. Chiude i giochi If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill, titolo volutamente bizzarro per una suite di oltre nove minuti che porta a compimento il percorso emotivo dell'album nel modo più elegante possibile con passaggi sonori magistrali, senza fretta, come chi sa di avere qualcosa di importante da dire e si prende tutto il tempo necessario per raccontarlo per bene.
Anoraknophobia è un disco che va ascoltato con la giusta predisposizione, non si concede facilmente né ai passaggi rapidi né alle mezze misure. Richiede attenzione, pazienza e una certa familiarità con il mondo sonoro dei Marillion e del neoprogressive in generale, ma una volta conquistato restituisce molto più di quanto chiede. Non ha la perfezione cristallina di Marbles nè la narrazione di Brave, qualche momento di flessione c'è e sarebbe disonesto negarlo, ma porta in sé quella scintilla creativa unica della band inglese. Il merito è anche e soprattutto di quei dodicimila anorak che ci hanno creduto prima di chiunque altro: come al solito, avevano ragione.
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7
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Concordo appieno Rob, quando hai la caratura musicale dei Marillion l\'appannamento rimane comunque di livello divino
Stiamo lavorando al recupero di tutta la discografia dei Marillion  |
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6
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\"appannamento per i Marillion sarebbe il vertice per decine di gruppi\"... quanta verità! A quando la recensione di \"Happiness is the road\"? |
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5
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L\'ingresso di H aveva prodotto una serie di dischi strepitosa con in vetta Brave. Poi me infilarono un periodo di appannamento (appannamento per i Marillion sarebbe il vertice per decine di gruppi) che scomparve con l\'altro capolavoro Marbles. Qua mi piacciono la gotica This Is the 21st Century, When I meet God, Quartz che ha tutti gli elementi per piacere. E Separated Out? Gli U2 con musicisti di caratura superiore. 73 (nota di colore: l\'ho messo su in rete. Lasciatolo in sottofondo ad un certo punto la mia attenzione viene attratta da un brano straordinario, eccezionale, sublime, puro pop della miglior specie: Walk with me di un artista sconosciutissimo Finally George. Tempo 30 minuti avevo già ordinato il cd. Non tutti gli algoritmi vengon per nuocere) |
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4
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Album diciamo “meno conosciuto”, perché appartenente ad una fase (quella tra This Strange Engine e Marbles), in cui i Marillion hanno rivoluzionato l’approccio al mercato discografico, come ben spiegato nella prima parte della recensione, Sono dischi che forse non hanno avuto (o non hanno potuto avere) i fari addosso quando sono usciti, è servito un album mastodontico come Marbles per mettere a posto le cose (comunque il mio preferito dell’età Hogarth rimarrà Brave); ma Marbles è comunque l’arrivo di un percorso stilistico iniziato con gli album precedenti, Anoraknophobia compreso. Album “minore” forse sì, ma gli album “minori” dei Marillion sono comunque di default ottimi: la caratura musicale e la classe di questi cinque individui sono una garanzia a prescindere. Basterebbe la sola Quartz a mettere in chiaro quanto appena detto, ma ce n’è di altra roba bella qui. A trovar un difetto, qualche brano un po’ tirato per le lunghe (cosa che in qualche caso accadrà anche negli anni successivi). Voto 80 |
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3
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Bello anche per Me questo album. \"Quartz\" sembra trip-hop. |
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2
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È considerato uno dei meno belli della band, a me invece è sempre piaciuto molto |
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Visto anche questo tour. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Between You and Me 2. Quartz 3. Map of the World 4. When I Meet God 5. The Fruit of the Wild Rose 6. Separated Out 7. This Is the 21st Century 8. If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill
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Line Up
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Steve Hogarth (Voce) Steve Rothery (Chitarra) Mark Kelly (Tastiere) Pete Trewavas (Basso) Ian Mosley (Batteria)
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RECENSIONI |
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