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17/11/26
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At the Gates - The Ghost of a Future Dead
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25/04/2026
( 2264 letture )
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In pochi hanno impresso il proprio nome in maniera così indelebile nella storia del melodeath come Tomas “Tompa” Lindberg, la cui prematura scomparsa lo scorso settembre ha lasciato inesorabilmente un vuoto incolmabile nel cuore di innumerevoli appassionati. The Ghost of a Future Dead non è quindi solo l’ultima (forse di sempre?) fatica dei suoi At the Gates, ma un vero e proprio testamento postumo del compianto artista svedese. Un disco attraversato nelle sue corde più intime da un imminente presagio di morte, il ritratto di un uomo che davanti ai cancelli del vuoto non può far altro che lasciare un segno, un’ultima volta, anche dopo la sua dipartita, nel modo che l’ha meglio contraddistinto in vita.
Per l’occasione si è riunito alla band anche Anders Björler, ricostituendo la line-up di Slaughter of the Soul e affiancando nuovamente il fratello Jonas in sede compositiva: i due, quasi in sintonia emotiva con il cantante, compongono materiale cupo, nero e senza speranze come il notturno paesaggio marino in copertina. Al contempo però la band, dopo le digressioni a tratti avant-garde dell’ottimo The Nightmare of Being, torna a rifugiarsi in uno stile più classico e consolidato, più compatto e quadrato che mai: le composizioni sono semplici e i riff particolarmente orecchiabili, seppure mantengano quell’alone epico che caratterizza buona parte della recente produzione del gruppo. Si torna quindi nei territori tradizionalmente calcati dai Nostri, ma stavolta vi si trovano solo rabbia, tristezza, ma anche, a volte, placida rassegnazione al destino. Tutte emozioni tanto evidenti nella musica quanto nascoste nei testi, in pieno stile Tompa, dietro immagini criptiche e simboli, trame liriche opprimenti, in cui prevalgono sensazioni di abbandono e vuotezza: il malessere che pervadeva il frontman non si manifesta in forme evidenti, ma si incanala in metafore nichiliste dal tipico sapore filosofico e visioni di morte e devastazione. Agli ormai fidati Fascination Street Studios di Jens Bogren non spetta solo il compito di mantenere un ormai indissolubile trait d’union con la produzione precedente, ma anche di colmare le lacune causate da un processo di produzione inevitabilmente complicato. Infatti, se dal lato strumentale il comparto sonoro si dimostra come sempre nitido, potente e capace di valorizzare tutte le componenti, la sezione vocale ha seguito un iter più travagliato. Tompa infatti pare abbia registrato tutte le parti vocali in un solo giorno ai Welfare Sounds di Gothenburg, immediatamente prima di essere operato, purtroppo, senza esiti particolarmente positivi. La prestazione del frontman non si distanzia molto da quanto udito su The Nightmare of Being, che già aveva visto un comprensibile spostamento verso una sorta di urlato piuttosto che un growl/scream vero e proprio; ciononostante viene da pensare se il massiccio impiego di riverbero sulla voce non sia proprio un modo di mascherare alcuni difetti di registrazione che possono essere emersi poi in fase di missaggio.
I brani, poi, come detto, suonano cento per cento At the Gates, in un ritorno in chiave moderna alle sonorità dei dischi immediatamente prima dello scioglimento che risulta forse persino più riuscito dei precedenti tentativi, At War with Reality e To Drink from the Night Itself. L’opener The Fever Mask, accompagnata da un videoclip tributo alla vita e alla carriera del cantante, attacca con un incipit indiavolato e thrashy che fa sentire immediatamente a casa, insieme ai ritornelli immediatamente riconoscibili e il classico apparato solistico. Anche canzoni ad un primo impatto estremamente immediate come In Dark Distortion e The Dissonant Void, anch’esse non a caso rivelate in anteprima, svelano, ascolto dopo ascolto, la loro anima più buia e malinconica, tra inquietanti arpeggi puliti, dissonanze e ritmiche serrate. Qui, attraverso allegorie che paiono terribili allucinazioni, emerge tutto il pessimismo di cui si carica l’intera opera:
Reverberating pulse of doom The unspeakable darkness, blind
In treacherous slumber Oblivion crowned
The legion of creeping death In ravenous lust
In a phosphorous light The dissonant void
Una pulsazione di sventura che riverbera L’indicibile oscurità, cieca
Nel sonno infido L’oblio è incoronato
La legione della morte inesorabile In una brama insaziabile
In una luce fosforescente Il vuoto dissonante
Det oerhörda, primo brano cantato in lingua madre nell’intera discografia del combo, ci permette ancora di viaggiare tra paesaggi di morte e oscurità, stavolta recuperando parte dello spirito più ardito del disco precedente, tra groove decisi e peculiari armonie in modi maggiori che amplificano il senso di malinconia e desolazione. A richiamare gli stilemi di The Nightmare of Being ci sono anche le epiche orchestrazioni che introducono Tomb of Heaven, che pure non rinuncia ad un ritornello “facile” ma riuscito e all’ottimo lavoro solistico. Incedere dinamico e refrain piuttosto catchy caaratterizzano Of Interstellar Death, mentre si presentano più malevole A Ritual of Waste, prima velocissima e poi più posata, in cui emerge anche l’incedere profondo del basso, e The Unfathomable, brano granitico guidato dalla sapiente alternanza tra tremolo e palm muting. Parasitical Hive e The Phantom Gospel si concentrano su tempi medi con risultati però diversi: la prima si segnala infatti come un leggero, probabilmente l’unico, calo di tensione della tracklist, mentre la seconda, risulta riuscitissima nel combinare parti più cattive e altre di atmosfera in cui ancora una volta emergono i ben ricamati assoli di chitarra. Convincente anche il piacevolissimo intermezzo strumentale Förgängligheten, tra archi e chitarre acustiche ed elettriche che delineano un ultimo scenario di calma quasi inaspettata prima del finale di Black Hole Emission, che trasla in una dimensione cosmica la miseria della condizione umana, in un brano aggressivo e allo stesso tempo intimista, costruito su tempi moderati e su un triste melodismo che chiude l’opera lasciando un inevitabile vuoto mentre il riverbero degli strumenti svanisce.
Il testamento di Tompa non è dunque solo un disco che trasuda emozione da ogni nota, ma anche un’opera estremamente valida dal punto di vista musicale, che riporta la proposta più classica degli At the Gates su livelli ottimi, al contempo mostrandone il lato più diretto e lineare, ma anche quello più riflessivo, oscuro e d’atmosfera. Un disco che ricorderà anche ai posteri il valore di questo artista, e dei suoi compagni, dimostrato anche ben oltre i dischi più memorabili degli anni Novanta. Nonostante le aspettative alla vigilia fossero altissime, sarà difficile rimanere delusi dalla qualità di questo The Ghost of a Future Dead, con cui una figura così importante per il genere si congeda per sempre dal mondo della musica e da quello terreno.
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7
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Album veramente ottimo. Calcolando anche che la sua realizzazione debba esser stata tutt’altro che facile, direi che il risultato è anche sopra le aspettative. I primi due album della reunion non mi avevano fatto impazzire, viceversa il precedente - con cui si erano un po’ allontanati dallo stile classico - mi aveva sorpreso molto positivamente. Qui sono tornati “a casa”, ma con un lotto di pezzi veramente di gran livello, a partire dalla fantastica The Fever Mask. Concordo col voto della recensione. |
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6
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Il melodeath non è mai stato tra i miei ascolti tipici, ma gli ATG hanno da sempre rappresentato una eccezione, anche perché \"Slaughter...\" fu uno degli album che mi avvicinarono al DM perciò il legame affettivo col gruppo è naturale. Questo ultimo mi sta piacendo, l\'ho già ascoltato varie volte e per me è un gran bell\'album. |
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5
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Ascoltai in presa diretta The Gallery, The Mind\'I I, Jester Race, Whoracle ma conobbi più tardi gli At The Gates. Pur apprezzandoli molto ammetto che non mi hanno mai regalato le stesse emozioni dei primi Dark Tranquillity o dei primi In Flames. Il fatto che questo ultimo disco riceva pochi commenti conferma la mia sensazione che siano una band meno seguita. Detto questo apprezzo l\'immediatezza di questa uscita e apprezzo che dopo la reunion abbiano mantenuto uno stile più diretto e coerente con le loro prime uscite. Questo è un bell\'album compatto ma con linee vocali che lasciano per forza di cose un po\" a desiderare. Complessivamente un bel 70 |
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4
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Che album da brividi, davvero aldilà dei difetti che ci possono fare, qui c\'è la grinta e la potenza che ha reso gli At the Gates quello che sono, e come è giusto che sia, il canto del cigno, senza Tompa non so se loro sarebbero gli stessi, difficile scegliere una traccia bella perché qua c\'è stato anche il coraggio di voler ritornare a quelli che erano ma senza dimenticarsi di quello che hanno fatto negli ultimi anni. Album dell\'anno? Improbabile ma a livello emotivo sì, ne vale la pena. Che la terra ti sia lieve Tompa |
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3
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Qui ci vorrebbe il senza voto.
Addio Tompa, sei stato una delle voci della mia rabbia adolescenziale. Semplicemente grazie. |
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2
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Ci ha lasciato un vero fratello della musica... Tompa è morto, lunga vita a Tompa.
Possa la terra esserti lieve e grazie per tutte le emozioni che ci hai urlato.. |
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1
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Non riesco a parlare male e criticare questo album nonostante i motivi obiettivamente sarebbero parecchi, penso solo a Tompa che nonostante la malattia e la voce che non c\'era più, abbia voluto completare le registrazioni per lasciare un suo ultimo testamento con il gruppo con cui ha fatto la storia del melodic death |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. The Fever Mask 2. The Dissonant Void 3. Det oerhörda 4. A Ritual of Waste 5. In Dark Distortion 6. Of Interstellar Death 7. Tomb of Heaven 8. Parasitical Hive 9. The Unfathomable 10. The Phantom Gospel 11. Förgängligheten 12. Black Hole Emission
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Line Up
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Tomas Lindberg (Voce) Anders Björler (Chitarra) Martin Larsson (Chitarra) Jonas Björler (Basso) Adrian Erlandsson (Batteria)
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