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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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27/04/2026
( 671 letture )
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The Dear Hunter nascono nel 2006 a Providence, Rhode Island, come progetto solista di Casey Crescenzo, all'epoca ancora chitarrista dei The Receiving End of Sirens. Da subito il progetto si caratterizza per una visione narrativa e musicale fuori dal comune: la cosiddetta "Act Series" -cinque album concept pubblicati tra il 2006 e il 2016- racconta una storia unica che attraversa generi diversissimi, dal pop al jazz, dal vaudeville al metal, dal disco al prog sinfonico, con una disinvoltura stilistica che diventa in breve il marchio di fabbrica della band. Act IV: Rebirth in Reprise (2015) e Act V: Hymns with the Devil in Confessional (2016) vengono universalmente considerati i vertici assoluti di quella saga. Dopo il più accessibile Migrant (2013) e l'interlocutorio The Fox & the Hunt (2020), i The Dear Hunter aprono nel 2022 un nuovo ciclo narrativo con Antimai, concept album ambientato in un futuro distopico in una città-stato divisa in anelli concentrici che rispecchiano la stratificazione sociale, il collasso ambientale, il controllo autoritario. Quel disco è accolto come una delle loro opere più riuscite: la sintesi quasi perfetta tra funk, jazz e prog rock in un universo sonoro dalla coerenza rara.
Sunya, pubblicato il 20 marzo 2026 per la propria etichetta Cave and Canary Goods, è il seguito diretto e il secondo capitolo di Antimai. Il titolo -che in sanscrito significa "nulla", "vuoto"- è anche, involontariamente, una descrizione parzialmente accurata del problema centrale del disco: la sensazione, mai del tutto sopita, che dietro l'ambizione formale si celi un contenuto meno sostanzioso di quanto la confezione prometta. Il disco segue un singolo protagonista che abbandona le mura della città per addentrarsi nelle terre desolate, alla ricerca di risposte che forse non esistono. Dove Antimai parlava con la voce collettiva di una società costruendo un mondo credibile e vibrante, Sunya è un viaggio interiore che fatica a tradursi in musica con la stessa naturalezza. Sul piano sonoro, il disco porta alle conseguenze estreme la direzione intrapresa con il predecessore: synth stratificati, groove funky e jazz-fusion convivono con archi e ottoni che sono da sempre uno degli assi nella manica di Casey Crescenzo. Rispetto al ciclo degli Acts -dove le sezioni più muscolose e il rock più aspro erano elementi strutturali- Sunya abbandona quasi del tutto quella componente in favore di un sound dominato da jazz-fusion, funk e texture elettroniche elaborate: un cambio di rotta netto, già avviato con Antimai, che qui viene portato alle sue conseguenze più radicali. La produzione è densa e curata, le backing vocals costruiscono architetture armoniche elaborate, e la sezione ritmica è precisa e funzionale. Eppure qualcosa non torna del tutto. Là dove Antimai sembrava fluire con una logica interna inevitabile -ogni scelta stilistica al servizio di un'idea più grande- Sunya si avverte spesso come un disco che chiama i propri effetti troppo apertamente, che ripete i temi perché il concept lo impone più che perché la musica lo richieda. È la differenza tra una storia che si racconta e una storia che viene raccontata. I momenti riusciti ci sono, e vale la pena nominarli: Marauders è il picco del disco, un rocker fenetico con uso intelligente del talkbox e un breakdown finale retrò e sorprendente; The Glass Desert I – Giants ha la qualità del singolo perfetto, immediato e denso insieme; la title track conclusiva chiude con dignità grazie a un assolo di sassofono che convoca l'intera sezione di fiati come un ultimo respiro. Ma il trittico del Glass Desert nel suo complesso non mantiene le promesse dell'apertura, e The Bazaareteria -funk dichiarato e ipnotico- esaurisce la propria idea prima di concludersi. La brevità complessiva del disco, quarantadue minuti, non è un pregio ma una limitazione: alcuni sviluppi vengono abbandonati prima di aver esaurito il loro potenziale, e l'impressione finale è quella di un album che avrebbe avuto bisogno di più coraggio -o più tempo- per essere pienamente ciò che voleva essere.
Sunya non è un brutto disco e chi ama i The Dear Hunter troverà pane per i propri denti. Ma al confronto con Antimai -già pubblicato solo quattro anni prima- la distanza è evidente, e il rischio di essere percepito come un passo laterale più che in avanti è reale. Una prova di una band che rimane tra le più originali del prog contemporaneo, ma che questa volta non è riuscita a trasformare l'ambizione in compiutezza.
Tracce imperdibili: Marauders - The Glass Desert I – Giants - Sunya
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2
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Nemmeno io sono d\' accordo con il recensore, per me ennesimo ottimo album di una band dalle infinite risorse., di una prolificità senza eguali . Che, a mio modesto parere, con Motorpsycho e Leprous forma la triade dei gruppi più sottovalutati del rock moderno. A differenza di questi ultimi, i Dear Hunter hanno saputo comporre pezzi con un appeal commerciale e ritornelli catchy che non hanno nulla da invidiare a gruppi più blasonati. La sola \"King of sword\" (pescata a caso dalla lore celebre pentalogia)meriterebbe di essere suonata all\' infinito da ogni radio sulla faccia della terra. Ma non se li caga nessuno. Non capisco. |
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1
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Non concordo con la recensione, per me un signor disco prog che continua la striscia di ottimi album prodotti da questa band, a mio avviso, molto sottovalutata. 85/100 pieno |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. The Wasteland 2. Marauders 3. The Bazaareteria 4. The Glass Desert I – Giants 5. The Glass Desert II – Cliffs & Stormlands 6. The Glass Desert III – The Plains 7. Sunya
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Line Up
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Casey Crescenzo (Voce, Talkbox, Chitarra, Sintetizzatore, Piano Rhodes, Organo, Percussioni) Rob Parr (Chitarra) Max Tousseau (Chitarra) Nick Sollecito (Basso, Sintetizzatore) Aiden Earley (Percussioni, Sintetizzatore) Nick Crescenzo (Batteria)
Musicisti Ospiti: Ross Garren (Armonica) Gavin Castleton (Tastiera) Dima Faustov (Sassofono) Lev Borovskiy (Tromba, Trombone) Kaska Records String Group (Quartetto d'archi)
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RECENSIONI |
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