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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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02/05/2026
( 694 letture )
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Sessant'anni di storia, tredici album in studio, tredici brani, tredici minuti per la traccia più lunga, e una data di uscita -13 marzo 2026- che sembra il frutto di un piano cosmico piuttosto che di una coincidenza. Ma c'è di più: Daevid Allen, cofondatore della band, era nato il 13 gennaio ed è morto il 13 marzo 2015. Pubblicare l'album esattamente undici anni dopo la sua scomparsa trasforma il numero tredici da gioco numerologico in gesto deliberatamente commemorativo. I Soft Machine non fanno le cose a caso e Thirteen non fa eccezione: ogni tredici è stato scelto con la stessa cura certosina con cui la band ha costruito la propria musica nel corso di sei decenni di esistenza turbolenta e affascinante. Nati a Canterbury nel 1966 da Robert Wyatt, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Daevid Allen, i Soft Machine sono stati tra i fondatori di quella Canterbury Scene che mescolava psichedelia, jazz e avanguardia in un modo del tutto originale. Da allora la formazione è cambiata innumerevoli volte, fino all'attuale quartetto composto da John Etheridge alla chitarra, Theo Travis a sax, flauti, tastiere e duduk, Fred Thelonious Baker al basso e Asaf Sirkis alla batteria. Un ensemble di musicisti di rara raffinatezza, capaci di far dialogare jazz-rock, progressive e improvvisazione libera con una naturalezza disarmante.
Thirteen è esattamente quello che ci si aspetta dai Soft Machine del 2026: un album completamente strumentale, privo di qualsiasi concessione alla fruibilità pop, immerso in atmosfere cangianti che spaziano dal jazz più meditativo alle esplosioni di energia free-form. L'apertura con Lemon Poem Song -scritta dal batterista Sirkis- stabilisce subito le coordinate: chitarra melodica di Etheridge che "canta" piuttosto che "parlare", ritmica solida, un clima jazzistico caldo e invitante. Open Road si sposta verso il progressive strumentale, con una melodia lunga e sinuosa che resta impressa; Seven Hours abbandona ogni calore per un jazz da camera. Il cuore pulsante del disco è The Longest Night, tredici (!!) minuti di prog epico che mettono in campo rock, jazz, improvvisazione libera, looping e un magnifico assolo di chitarra di Etheridge che vale da solo il prezzo del biglietto. Altrove, Waltz For Robert è un omaggio toccante al fondatore Robert Wyatt, con il flauto di Travis che introduce un tema di sapore orientale su una melodia di basso solitario. Green Books irrompe con ritmi più pesanti e un sax sibilante, mentre Turmoil -primo contributo compositivo di Baker- porta con sé un'inquietudine quasi crimsoniana. L'album si chiude con Daevid's Special Cuppa, tributo postumo a Daevid Allen -cofondatore dei Soft Machine e anima dei Gong- attraverso una registrazione della sua chitarra catturata da Travis nel 2001, durante la comune militanza nei Gong, avvolta nel suono evocativo del duduk: un congedo fantasmagorico e bellissimo, con la chitarra di Allen che si dissolve nell'etere a sessant'anni dalla fondazione della band.
La qualità musicale è indiscutibile: Etheridge suona con una libertà ritrovata, Baker è inventivo e solido, Sirkis -alla sua prima prova in studio con i Soft Machine- porta una fluidità ritmica che arricchisce ogni traccia, e Travis orchestra il tutto con la sapienza di chi conosce profondamente il DNA della band. Con quasi 74 minuti di durata e un'attitudine deliberatamente refrattaria a qualsiasi elemento di immediata presa sull'ascoltatore, Thirteen rimane un disco difficile da digerire. La natura totalmente strumentale e la propensione verso strutture aperte e lunghe sezioni solistiche richiedono tempo, attenzione e una predisposizione specifica. Chi non è già sintonizzato sulla frequenza dei Soft Machine troverà l'ascolto impegnativo; chi lo è, troverà un album di notevole spessore artistico. Thirteen è un disco onesto, orgogliosamente anticommerciale, che dimostra come una band con molte primavere sulle proprie spalle possa ancora muoversi con grazia e coraggio nel proprio universo sonoro senza cedere alla nostalgia.
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I Soft Machine sono stati per me, l\'unica band uscita dalla scena di Canterbury con un senso e una direzione precisa: il jazz. Un jazz contaminato da molte influenze ma fondamentalmente jazz. Qui, quello che rimane dei Soft Machine, tira fuori un album piacevole e con alcuni spunti interessanti, tipo l\'assolo di chitarra su The Longest Night e il pezzo dedicato a Wyatt. Inutile sottolineare che sono musicisti eccellenti e hanno un ottimo amalgama tra di loro e danno senz\'altro degno riscontro al nome della band. Mi dispiace per qualcuno ma per me non è di \"difficile digestione\". Trovo il termine \"piacevole\" che ho già usato, il migliore per descrivere l\'album. Au revoir. |
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INFORMAZIONI |
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MoonJune Records / Dyad Records
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Tracklist
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1. Lemon Poem Song 2. Open Road 3. Seven Hours 4. Waltz For Robert 5. The Longest Night 6. Disappear 7. Green Books 8. Beledo Balado 9. Pens To The Foal Mode 10. Time Station 11. Which Bridge Did You Cross 12. Turmoil 13. Daevid's Special Cuppa
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Line Up
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John Etheridge (Chitarra) Theo Travis (Sax, Flauto, Tastiera, Duduk) Fred Thelonious Baker (Basso) Asaf Sirkis (Batteria)
Ospiti: Pete Whittaker (Tastiera, Mellotron) Daevid Allen (Chitarra glissando, postumo)
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RECENSIONI |
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