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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Biohazard - Means to an End
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30/05/2026
( 918 letture )
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I live life like a warrior / Taking control of everything and everyone / Who stands in front of me weakly / Unafraid to stand my ground / I don't fuck around / Get in my face and I'll knock you down / Pound for pound the undisputed king of these streets / I never ran taking shit from no man / I've fought ‘em all, win or lose, do or die / I'll never give up till I'm asleep in the sky…
Vivere da guerrieri è sempre stata una priorità per i Biohazard, che non hanno mai nascosto il loro amore per la vita di strada, per Brooklyn, la fratellanza e il credo hardcore. Il tutto filtrato attraverso la personale lente della band, tra scorie thrash, hip-hop e punk.
Sirene e un minaccioso riff di Billy Graziadei aprono le danze di questo Means to an End senza mostrare né paura né voglia di sperimentare. Era piuttosto difficile fare peggio dello scialbo e fuori focus Kill or Be Killed, ma Means to an End rischia di creare lo stesso effetto déjà-vu a causa di una sequenza di canzoni decisamente sottotono. My Life, My Way, cantata principalmente da Graziadei rappresenta un esempio lampante dell’altalenante qualità dell’album il quale, ahinoi, non è il classico “sottovalutato da riscoprire” per qualsivoglia ragione retro-nostalgica. No. Il punto è che la band, orfana del mitico Bobby Hambel, gira a 3 cilindri, creando tanto fumo, ma poco arrosto. Cosa succede? Nulla di sconvolgente, ma i 33 minuti dell’album scorrono via quasi senza colpo ferire, a dimostrazione del fatto che non sempre il codice ripaga. Il nuovo entrato Scott Roberts manca di personalità sia nei riff che nei soli e, mentre Evan Senfield cerca di tenere botta, i brani in scaletta ci lasciano sovente a piedi, senza punti di riferimento. L’hardcore metallizzato di The Fire Burns Inside e della pessima Killing to Be Free non solo è prevedibile, ma assolutamente innocuo. Si cerca la cattiveria (vocale), ma nel mondo Biohazard alcune sfumature non funzionano né convincono. Da un lato, meglio le sperimentazioni trasversali di Uncivilization e, ovviamente, il ritorno in pompa magna di Divided We Fall, dove la tradizione viene ripresa e omaggiata come si deve, tramutando tutto in un lungo inno stradaiolo figlio dei tempi moderni. Tornando a noi, le sferzate Sabbathiane di Killing to Be Free non bastano a salvare il brano dall’oblio dell’insufficienza, mentre il continuum di Filled with Hate esalta le rullate di Danny Schuler e poco altro. Riff aperti e un ritmo mai veramente incendiario sciupano le potenzialità del brano, che non decolla e suona farraginoso. La produzione ruvida penalizza non poco la resa complessiva e, in definitiva, nasconde la natura aggressiva delle chitarre. La stessa batteria di Schuler ne esce minimizzata, mentre voci e basso riescono a salvarsi grazie al mix finale. L’assolo strategico e sferragliante di Filled with Hate rimane la cosa migliore di questa prima parte (ed è un po’ poco, viste le premesse). Tuttavia, per il bene della retrospettiva, è giusto completare ciò che rimane in sospeso e Means to an End rappresenta il classico “si poteva far meglio”. Le accelerazioni thrashy di Devotion ci teletrasportano sotto al ponte di Brooklyn senza troppi giri di parole. Si parte in un pogo solitario che sembra surreale dopo una sequela di brani sottotono. Giro di basso assassino e poi è la volta di un breve ma vincente assolo di Scott Roberts. Si sente la mancanza della classica alternanza tra hip-hop ed heavy metal, e la tiepida Break It Away from Me si salva in corner grazie a un bridge da massacro collettivo. Kings Never Die, neanche a dirlo, conquista la corona come brano migliore del lotto. Inserito in un contesto diverso, Kings’ sarebbe diventata una piccola hit da riproporre dal vivo, grazie alla sua rimbalzante struttura groove/thrash. Doppio-pedale, riff a cascata e una buona alternanza vocale Senfield / Graziadei creano un dialogo godereccio. Via di assolo, sedie distrutte e contorsioni casalinghe. Il finale dell’album sembra spingere sull’acceleratore e, senza remore, recupera la situazione iniziale con un’ignoranza forse prevedibile ma gradita, perché la slabbrata verve thrash di Don’t’ Stand Alone si prende il banco grazie a un all-in degno dei tempi migliori, con mosh-pit e ossa rotte. Set Me Free radicalizza il tutto chiudendo il cerchio, fossilizzando il sound su un portentoso groove/thrash che si spreca solo in coda. Incredibile come la natura sibillina di Means to an End sia inversamente proporzionale alla logica, dove la prima parte dell’album si palesa come indifendibile mentre -con timidezza- la seconda sboccia violenta, isterica e brutale, sebbene non priva di difetti, scivoloni e ovvie ripetizioni.
Con una produzione adeguata, suoni migliori e idee più fresche, il successore di Kill or Be Killed sarebbe potuto essere molto differente a livello qualitativo. Dopo quest’album, i Biohazard andranno in contro alla prima delle due lunghe pause necessarie, che riporteranno la storica band non solo in carreggiata, ma ai vertici del genere che loro stessi hanno contribuito a creare, regalandogli una seconda giovinezza stra-meritata.
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. My Life, My Way 2. The Fire Burns Inside 3. Killing to Be Free 4. Filled with Hate 5. Devotion 6. Break It Away from Me 7. Kings Never Die 8. Don’t Stand Alone 9. To the Grave 10. Set Me Free
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Line Up
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Evan Seinfeld (Voce, Basso) Billy Graziadei (Voce, Chitarra) Scott Roberts (Chitarra) Danny Schuler (Batteria)
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