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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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30/05/2026
( 843 letture )
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Il debutto degli El Caco, Viva, pubblicato nel 2001 dalla Music for Nations, non era certo passato inosservato, ricevendo ampi consensi da parte della critica specializzata e degli appassionati del genere, pronti ad abbracciare nuove e accattivanti realtà musicali. Grazie ad un’attività promozionale a trecentosessanta gradi da parte della casa discografica inglese, congiuntamente ad un lungo tour europeo, la formazione norvegese si era fin da subito imposta tra le migliori nuove leve della seconda generazione di band dedite allo stoner e all’heavy psych, in risposta ai fasti degli anni Novanta, quando le formazioni d’oltreoceano avevano contribuito a definire e consacrare i canoni del genere. Il trio sembrava possedere tutte le carte in regola per compiere il definitivo salto di qualità: un debutto accolto con entusiasmo, una crescita rapida e costante e una reputazione già solidissima nell’ambiente underground europeo. Eppure, anche un esordio da sogno, quello che qualsiasi musicista vorrebbe vivere, può infrangersi contro gli imprevisti dell’industria musicale. La Music for Nations, che da alcuni anni navigava in cattive acque finanziarie, fu prima costretta a liberare gran parte degli artisti della propria scuderia e poi collassò definitivamente nel 2004. Gli El Caco si ritrovarono così in caduta libera, obbligati a reinventarsi per evitare di ripiombare nell’anonimato dopo un debutto tanto promettente. La band decise allora di giocare in casa, affidandosi alla label indipendente norvegese Black Balloon Records, scelta che rappresentò un nuovo e più stabile punto di partenza per risalire faticosamente la china. Il trio si trasferì quindi presso i Dugout Productions Studios di Uppsala sotto la guida del veterano Daniel Bergstrand e l’8 maggio 2003 pubblicò Solid Rest, successore del fortunato Viva.
Fin dall’attacco di Marionette è evidente come gli El Caco abbiano assorbito il contraccolpo della fine del rapporto con la Music for Nations trasformandolo in carburante creativo. Se Viva mostrava ancora un legame diretto con la psichedelia desertica e con certo alternative rock americano degli anni Novanta, Solid Rest ne raccoglie l’eredità più dura e corrosiva, spingendo il power trio norvegese verso territori decisamente più pesanti e rabbiosi. Determinante in questa trasformazione è anche il lavoro in cabina di regia di Daniel Bergstrand, produttore già legato a sonorità metal estreme e capace di donare al disco un impatto sonoro molto più massiccio e tagliente rispetto al debutto. Le chitarre di Anders Gjesti abbandonano così buona parte delle aperture lisergiche di Viva per caricarsi di una distorsione più cupa e compatta, spesso vicina al metal e allo sludge, mentre la sezione ritmica pesta con una violenza asciutta e nervosa che rende il suono della band più diretto, urbano e claustrofobico. Brani come H.A.H. e Blind No More procedono come enormi blocchi megalitici trascinati lungo l’asfalto, costruiti su riff monolitici e improvvise accelerazioni che sembrano riflettere perfettamente il momento difficile attraversato dalla band. Anche il cantato di Øyvind Osa perde parte della malinconia introspettiva di Viva per assumere tonalità più abrasive: le linee vocali si spezzano spesso in urla soffocate e interpretazioni sporche, vicinissime allo sludge e al post-hardcore, contribuendo ad aumentare la tensione emotiva dell’intero album. In questo senso pezzi come Mrs. Coma o Suffocate rappresentano probabilmente il lato più oscuro e aggressivo mai mostrato dagli El Caco fino a quel momento. Eppure, Solid Rest non rinuncia completamente a quelle soluzioni melodiche che aveva reso speciale il debutto. Canzoni come A Nice Day (uno dei singoli promozionali di Solid Rest) o Please Be Sad rallentano l’impatto frontale dell’album lasciando emergere un’anima più fragile e malinconica, quasi grunge nella sensibilità, dimostrando come il trio norvegese sia ormai riuscito a costruire un’identità personale lontana dall’essere semplice derivazione dello stoner californiano. Anche quando i riferimenti ai Kyuss, ai Fu Manchu o di riflesso ai Soundgarden riaffiorano tra le pieghe dei riff, gli El Caco riescono a reinterpretarli con una freddezza nordica e una cupa malinconia che appartengono unicamente alla loro poetica, sospesa in perfetto equilibrio tra l’indomita irruenza dell’animo guerriero e la taciturna e riflessiva introspezione dell’artista. Ciò che colpisce maggiormente di Solid Rest è proprio questa sensazione di urgenza continua: ogni brano sembra nato dalla necessità di reagire alle difficoltà, di dimostrare qualcosa prima di tutto a sé stessi. Il trio suona con maggiore consapevolezza tecnica rispetto a Viva, ma senza perdere quell’immediatezza istintiva e “in your face” che rappresenta ancora il cuore pulsante della propria musica. Il risultato è un album più duro, più teso e meno desertico del predecessore, ma anche più maturo e personale, capace di ampliare ed arricchire ulteriormente il linguaggio degli El Caco senza tradirne l’identità.
Ci sono artisti che, posti sotto pressione, non riescono a reagire alle tensioni e alle avversità, sprofondando in una stasi creativa che si traduce in composizioni non all’altezza delle aspettative o, nei casi peggiori, nella dissoluzione stessa del progetto. Gli El Caco, al contrario, riescono nel non facile compito di ribaltare i pronostici, vincendo una partita che sembrava persa in partenza. La sfortuna si trasforma così nel combustibile che spinge la band oltre i confini del genere: una determinazione primordiale che le consente di abbattere barriere e inutili sovrastrutture stilistiche, scavando in profondità fino a riportare in superficie un blocco granitico, grezzo e poco rifinito, ma capace di colpire con forza e senza compromessi. Solid Rest è il riflesso oscuro di quegli anni burrascosi e, pur essendo profondamente legato al contesto in cui è stato concepito, continua ancora oggi a risuonare con sorprendente attualità e vigore. Non è azzardato affermare che il secondo album della formazione norvegese rappresenti una vera e propria rifondazione: un nuovo punto di partenza dopo che il primo, promettente slancio era stato bruscamente interrotto da circostanze indipendenti dalla volontà della band. Gli El Caco escono da questa prova vittoriosi, sfoggiando nuove cicatrici come trofei di guerra e una rinnovata consapevolezza dei propri mezzi. Risposta rabbiosa alle avversità, grido feroce lanciato in faccia alla malasorte, Solid Rest è tutto questo e molto altro: l’emblema di una rinascita conquistata con ostinazione e sacrificio, la dimostrazione di come l’arte, anche quando sembra soffocata dagli eventi, possa rifiorire ancora più forte tra le macerie lasciate dal destino.
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Marionette 2. The Small Hours 3. H.A.H. 4. A Nice Day 5. Blind No More 6. Mrs. Coma 7. Get Up (On the Sidewalk) 8. Space Station 9. Please Be Sad 10. No Regrets 11. Suffocate
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Line Up
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Øyvind Osa (Voce, Basso) Anders Gjesti (Chitarra) Thomas Fredriksen (Batteria)
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RECENSIONI |
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