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17/11/26
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Draconian - In Somnolent Ruin
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31/05/2026
( 896 letture )
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I Draconian arrivano all’ottavo album in studio dopo un’attesa lunga ben sei anni, un intervallo insolito persino per una formazione che ha sempre costruito la propria musica con lentezza e attenzione quasi maniacale all’atmosfera. In Somnolent Ruin nasce infatti in un periodo di trasformazione importante per il gruppo svedese, segnato dal ritorno di Lisa Johansson dietro al microfono e dall’ingresso stabile di nuovi elementi nella line-up, ma soprattutto da una fase personale particolarmente intensa vissuta da Anders Jacobsson, principale autore lirico della band. Il risultato è un disco che non cerca deviazioni improvvise, ma lavora in profondità sulle sembianze che hanno reso gli svedesi una delle realtà più riconoscibili dell’intero panorama gothic doom moderno. La sensazione, sin dai primi minuti, è quella di trovarsi davanti a un’opera più spirituale rispetto al passato recente, meno focalizzata sulla linea tragica di Under a Godless Veil e più interessata a evocare stati emotivi sospesi, immagini oniriche e un senso di alienazione quasi contemplativo.
L’apertura affidata a I Welcome Thy Arrow chiarisce immediatamente il tono del lavoro. Campane lontane, melodie dilatate e chitarre dal peso quasi liturgico introducono un brano che cresce lentamente, alternando passaggi eterei a improvvise accelerazioni emotive. Lisa Johansson rientra in scena con una prova misurata ma estremamente coinvolgente, scegliendo interpretazioni fragili e malinconiche invece di puntare sulla sola eleganza melodica. Anders Jacobsson, dal canto suo, mantiene il classico growl abrasivo e cavernoso, ma appare meno rabbioso rispetto al passato, più meditativo, quasi consumato da una stanchezza esistenziale che attraversa tutto il disco. Musicalmente, i Draconian continuano a muoversi lungo quel sentiero tra doom/death, gothic metal e atmosfere post-metal che ormai rappresenta il loro marchio di fabbrica. Le chitarre di Johan Ericson e Niklas Nord costruiscono muri sonori imponenti ma mai eccessivamente aggressivi, privilegiando linee melodiche solenni e aperture cinematiche. La produzione, estremamente pulita ma anche molto corposa, riesce a valorizzare ogni sfumatura senza impoverire il peso delle ritmiche. The Monochrome Blade è probabilmente il momento più duro dell’intero lotto, con riff più taglienti e un andamento quasi tempestoso che riporta alla mente alcune soluzioni di Swallow the Sun e Paradise Lost. Il pezzo convince soprattutto grazie al contrasto continuo tra violenza e delicatezza, elemento che la band continua a gestire con una naturalezza impressionante. Più atmosferica e intimista è invece Anima, impreziosita dalla partecipazione di Daniel Änghede, già collaboratore della band in passato. Qui il gruppo rallenta ulteriormente i tempi e costruisce un episodio sospeso, quasi sognante, nel quale le melodie vocali assumono un ruolo centrale. La struttura resta volutamente rarefatta, ma l’emotività che emerge dal dialogo tra le voci rende il pezzo uno dei più riusciti dell’album. Nella parte centrale del disco emerge forse il principale limite di In Somnolent Ruin. Alcuni brani tendono infatti a prolungare eccessivamente determinate soluzioni atmosferiche, insistendo su schemi compositivi già ben conosciuti ai fan della band. The Face of God e I Gave You Wings mantengono elevata la qualità generale, ma non introducono elementi realmente nuovi all’interno della formula. È un problema relativo, perché il livello medio resta alto, ma la sensazione di familiarità diventa talvolta evidente. L’interludio Asteria Beneath the Tranquil Sea accompagna verso la seconda parte dell’album con toni quasi ambientali, preparando il terreno per Cold Heavens, probabilmente il brano più immediato e incisivo del disco. Qui i Draconian recuperano maggiore dinamismo, costruendo un crescendo emotivo molto efficace nel quale Lisa Johansson offre una delle interpretazioni migliori dell’intero lavoro. Ancora più riuscita è Misanthrope River, autentico cuore emotivo dell’album. Lunga, stratificata e immersa in un’atmosfera malinconica quasi irreale, la composizione riesce a fondere doom, shoegaze e post-rock senza perdere identità. La progressione finale possiede una forza evocativa notevole e rappresenta uno dei momenti più ispirati scritti dalla band negli ultimi anni. La conclusiva Lethe, ispirata al fiume dell’oblio della mitologia greca, chiude il disco in maniera coerente e meditativa. Il brano cresce lentamente tra arpeggi delicati, tastiere atmosferiche e improvvise aperture emotive, lasciando l’ascoltatore immerso in una dimensione sospesa tra memoria e dissoluzione. È un finale elegante, forse meno devastante rispetto ad altre chiusure del passato, ma perfettamente in linea con il carattere introspettivo dell’intero lavoro.
Pur senza raggiungere l’impatto emotivo o la monumentalità degli anni più brillanti, questo nuovo capitolo conferma ancora una volta la straordinaria coerenza artistica dei Draconian. La band non reinventa il proprio linguaggio, ma riesce comunque a scrivere musica intensa, elegante e profondamente sincera, dimostrando come il gothic doom possa ancora risultare vitale senza bisogno di inseguire modernismi forzati o contaminazioni artificiose. In Somnolent Ruin è un disco che richiede tempo, attenzione e il giusto stato d’animo, ma proprio per questo riesce a lasciare tracce profonde dopo ascolti ripetuti. Un’opera malinconica, raffinata e possente che consolida ulteriormente il prestigio di una formazione ormai diventata un punto di riferimento assoluto per il genere.
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7
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Il capolavoro gothic doom del 2026. |
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6
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Concordo con le Marquis: lunico difetto è il periodo in cui è uscito. Album clamoroso. |
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5
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I Draconian si riconfermano una grandissima band che fa della musica veramente emozionante. Forse un disco come questo era meglio se usciva in autunno o inizio inverno per il particolare colore dei pezzi. Si sente che fanno album \"meditati\" e che aspettano di avere del materiale all\'altezza prima di pubblicarlo, probabilmente non pressati dalla casa discografica.
Misanthrope River è un bellissimo brano molto evocativo e coinvolgente. Mi è piaciuto anche Anima. Tra le uscite dell\'anno, almeno finora. Au revoir.
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4
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Bellissimo lavoro: atmosfere profonde e una voce femminile che cattura. Ogni tanto si allunga troppo, ma l’effetto complessivo è potente e malinconico. Perfetto per le cuffie nelle ore tarde. Alcuni pezzi sono meravigliosi: l\'opener e poi Misanthrope river e Lethe. Per me 84 |
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3
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90, bellissimo lo ascolto tutti i giorni e andrò a vederli a Milano al legend |
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2
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Lo sto consumando. Tra l\'altro trovo indovinata la scaletta dei brani che in prodotti di questo genere può fare la differenza. Una altalena di stati d\'animo che si conclude in maniera sognante. Voto 80 |
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1
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Voto 90. Possibile disco dell\'anno o comunque top 3 quasi assicurata. |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. I Welcome Thy Arrow 2. The Monochrome Blade 3. Anima 4. The Face of God 5. I Gave You Wings 6. Asteria Beneath the Tranquil Sea 7. Cold Heavens 8. Misanthrope River 9. Lethe
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Line Up
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Anders Jacobsson (Voce) Lisa Johansson (Voce) Johan Ericson (Chitarra, voce, tastiere) Niklas Nord (Chitarra) Daniel Arvidsson (Basso) Daniel Johansson (Batteria)
Musicisti Ospiti: Daniel Änghede (Voce pulita nella traccia 3) Simon Bibby (Voce narrante nella traccia 8)
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