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Blue Murder - Nothin’ But Trouble
04/07/2026
( 614 letture )
Come anticipato nella precedente recensione, ci sono album che nascono nel contesto storico perfetto, e che sono destinati a diventare spartiacque di genere, e altri che, per una serie di circostanze storiche, sembrano arrivare quando il mondo musicale ha già iniziato a guardare altrove. Nothin’ But Trouble, secondo e ultimo album in studio dei Blue Murder, appartiene proprio a questa seconda categoria. Pubblicato il 31 agosto 1993 dalla Geffen Records, il disco arriva in un periodo profondamente diverso rispetto all’esordio omonimo del 1989, in quanto il vento dell’hard rock patinato degli anni ’80 era ormai stato spazzato via dal ciclone grunge, movimento che al tempo, come ben sappiamo, aveva modificato radicalmente gli equilibri del mercato discografico.
Eppure, sarebbe un errore leggere questo album soltanto attraverso il filtro del suo periodo storico. Nothin’ But Trouble non è il tentativo disperato di una band fuori tempo massimo, ma il lavoro di un musicista, John Sykes, che decide consapevolmente di rimanere fedele alla propria identità, continuando a proporre un hard rock elegante, melodico e ricco di arrangiamenti. Una scelta che nel 1993 poteva sembrare anacronistica, ma che oggi permette al disco di essere rivalutato per quello che realmente è: un album solido, professionale e costruito con grande attenzione, con almeno un paio di gioielli sonori dal valore assoluto.
Il primo disco dei Blue Murder aveva presentato una formazione stellare con John Sykes, Tony Franklin e Carmine Appice, un trio di altissimo livello che aveva dato vita a un lavoro ambizioso, fortemente legato alle atmosfere che Sykes aveva contribuito a definire con i Whitesnake di 1987. Dopo il debutto, però, la situazione interna cambiò: Franklin e Appice lasciarono il progetto e Sykes dovette ricostruire la band attorno a nuovi musicisti, coinvolgendo Marco Mendoza al basso e Tommy O’ Steen alla batteria, con il contributo di Nik green alle tastiere.
Questa trasformazione inevitabilmente modifica anche il suono del gruppo. Se il primo album aveva un’impronta più monumentale e muscolare, Nothin’ But Trouble appare leggermente più melodico, più aperto e in alcuni momenti persino più vicino a un hard rock classico contaminato da elementi blues e AOR. La firma di Sykes, però, rimane immediatamente riconoscibile: riff potenti, assoli dal gusto impeccabile e una scrittura che punta sempre alla canzone, mai al semplice esercizio tecnico.

Il disco parte subito in quarta, attaccando frontalmente l’ascoltatore con We All Fall Down, probabilmente il brano più rappresentativo dell’intero lavoro e uno dei momenti migliori della carriera dei Blue Murder. È un’apertura aggressiva, potente, quasi una dichiarazione d’intenti. Il riff iniziale, ispirato fortemente per costruzione e progressione sonora ai mai troppo lodati Thin Lizzy di Lynott, mostra subito che il biondo chitarrista non ha perso nulla del suo caratteristico senso del groove, mentre il ritornello mantiene quella capacità melodica che aveva reso memorabili molte composizioni precedenti. È un brano costruito con grande mestiere, dove ogni elemento è al posto giusto.
Tra i vertici assoluti del disco troviamo anche Cry For Love, brano che rappresenta forse il collegamento più evidente con il passato della band. L’atmosfera richiama le grandi ballad hard rock della fine degli anni ’80, ma senza scadere nella semplice nostalgia. La costruzione lenta e progressiva, l’interpretazione vocale intensa e il lavoro chitarristico di Sykes trasformano il pezzo in uno degli episodi più riusciti dell’album.
Molto convincente è anche Runaway, che al di là di un titolo iper-abusato nel genere, risulta essere probabilmente uno dei brani più equilibrati del disco, riuscendo a far convivere energia rock e sensibilità melodica; il pezzo parte con una struttura più contenuta per poi svilupparsi attraverso un crescendo ben costruito.
Un discorso particolare merita Dance, traccia più dinamica e ritmata, dove la band mostra il lato più brillante e immediato del proprio repertorio. Il brano possiede quella tipica atmosfera hard rock anni ’80, fatta di groove, cori e arrangiamenti curati, ma riesce comunque a evitare una sensazione di semplice copia del passato.
I’m On Fire è invece un episodio interessante anche per la presenza di Kelly Keeling dei Baton Rouge alla voce solista, unica traccia dell’album cantata da un interprete diverso da John Sykes. Keeling porta una tonalità vocale differente, più vicina a certe sfumature AOR, contribuendo a dare varietà al disco.
Tra i brani più raffinati troviamo Save My Love, una composizione che vive soprattutto di atmosfera, costruendo il proprio fascino attraverso melodie morbide e un arrangiamento elegante, e dimostrando nei fatti come John Sykes abbia sempre avuto una sensibilità compositiva superiore alla semplice dimensione del chitarrista virtuoso.
Love Child, nata probabilmente nelle session del precedente album, ci mostra la band nella sua area di confort, ovvero alle prese con un approccio più classico e un forte richiamo al blues rock. La chitarra rimane protagonista, sempre al servizio della canzone, mentre basso e batteria offrono dinamica e movimento.
Apprezzabili, anche se volendo meno significativi rispetto ai brani analizzati finora, sono i pezzi rimanenti, ovvero I Need An Angel, Shouldn’t Have Let You Go e She Knows, rispettivamente una bella power ballad di mestiere la prima, un brano dalla buona dinamica, anch’esso ripescato dalle session del disco di esordio il secondo, ed una bella ballad crepuscolare l’ultima, costruita su chitarra acustica, basso e arrangiamenti di tastiera, perfetta chiusura di un grande lavoro.

In definitiva, Nothin’ But Trouble non è il capolavoro che avrebbe potuto consacrare definitivamente i Blue Murder, in quanto è un disco arrivato fuori tempo massimo, in un momento storico sfavorevole e forse penalizzato da aspettative troppo alte dopo l’ottimo debutto, ma resta comunque un album di ottima fattura, scritto e arrangiato con gusto, capace di regalare numerosi momenti di grande hard rock melodico. Non possiede l’impatto monumentale del primo lavoro, ma mantiene intatta quella classe che ha sempre contraddistinto John Sykes.
Non si tratta di un disco destinato a passare alla storia, ma sicuramente di un tassello importante nella carriera di una band che avrebbe meritato una maggiore continuità e una sorte migliore. Da riscoprire assolutamente!



VOTO RECENSORE
80
VOTO LETTORI
92.16 su 6 voti [ VOTA]
Vittorio
Martedì 7 Luglio 2026, 15.22.11
6
Un debut album capolavoro assoluto e poi quest\'ottima seconda uscita.
Shock
Martedì 7 Luglio 2026, 8.21.16
5
Un esordio straordinario e un secondo ottimo album, non al livello del precedente, ma che contiene grandi canzoni. Forse in questo album si sente di più l\'influenza dei Thin Lizzy, soprattutto nei cori, ed è relativamente più melodico, ma l\'apertura We all fall down è una bomba nucleare come pochi sanno scrivere. Peccato sia uscito fuori tempo massimo e non abbia avuto nessun seguito. Gruppo enorme ma sfortunatissimo.
Adrian Smith
Martedì 7 Luglio 2026, 6.28.31
4
Mamma mia Fabio…Shotgun Symphony e Red Dawn, che ricordi pazzeschi
Aceshigh
Lunedì 6 Luglio 2026, 20.05.15
3
Come avevo scritto sotto la rece del grandioso debut, per i miei gusti questo secondo album - sicuramente uscito nel periodo più sbagliato per il genere - non ha nulla da invidiare al precedente. Grandi pezzi lì, come pure qua : Cry For Love, Runaway, Lovechild (con un Sykes strepitoso), I Need An Angel… e mi fermo. Comunque, malgrado la line up ufficiale fosse quella con Mendoza e O’Steen, sulla stragrande maggioranza dei pezzi a suonare sono ancora Franklin e Appice (Cry For Love per fare un esempio è marchiata dal loro stile inconfondibile), insomma un po’ più che ospiti come riporta il booklet. Voto 90
Epic
Domenica 5 Luglio 2026, 11.16.36
2
Ottimo album, leggermente inferiore al primo. A questo darei un 75, al primo 80
Fabio
Sabato 4 Luglio 2026, 14.26.00
1
Sono d\'accordo con Matteo sia sul voto sia nel dire che questo è un album dalle timbriche leggermente più morbide del debutto, anche perché in origine l\'album doveva essere interamente cantato dal Baton Rouge Kelly Keeling che appunto fini\' solo sulla bella I M On Fire. Peccato che uscì con la band praticamente già morta. 80, tra gli highlights per il genere di quell\'anno con Shotgun Symphomy ( la band dell\'attuale tastierista degli Angel ) e Red Dawn
INFORMAZIONI
1993
Geffen Records
Hard Rock
Tracklist
1. We All Fall Down
2. Itchycoo Park
3. Cry for Love
4. Runaway
5. Dance
6. I’m on Fire
7. Save My Love
8. Love Child
9. Shouldn’t Have Let You Go
10. I Need an Angel
11. She Knows
Line Up
John Sykes (Voce, Chitarra)
Nik Green (Tastiera)
Marco Mendoza (Basso)
Tommy O’Steen (Batteria)

Musicisti Ospiti:
Kelly Keeling (voce solista traccia 6, Cori)
Tony Franklin (Basso, Voce)
Carmine Appice (Batteria)
 
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