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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
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Devin Townsend - The Moth
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18/07/2026
( 1808 letture )
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Esistono dischi che segnano una tappa all’interno della carriera di un musicista e altri che sembrano volerla riassumere, contraddire e superare in un solo movimento. The Moth appartiene senza esitazioni alla seconda categoria. Presentato dallo stesso Devin Townsend come il lavoro della propria vita, il progetto arriva dopo quasi dieci anni di gestazione e porta alle estreme conseguenze quella combinazione di gigantismo sonoro, vulnerabilità emotiva, ironia e bisogno di trasformazione che ha sempre attraversato la sua musica.
Chiarendo ogni dubbio sin dall’inizio, The Moth non è un “semplice album progressive metal”, o forse non lo è proprio. Le chitarre distorte, i blast beat e le consuete stratificazioni vocali rimangono presenti, ma vengono inseriti all’interno di un linguaggio prevalentemente orchestrale, corale e teatrale: non siamo quindi davanti a un disco metal sul quale siano stati aggiunti archi e ottoni in fase di rifinitura, ma l’orchestra costituisce la struttura portante dell’opera, mentre la band interviene come una delle numerose forze espressive a disposizione dell’autore.
Il progetto era stato annunciato già nel 2016, venne messo in pausa, ma nel frattempo, il significato dell’opera era cambiato. Quella che inizialmente sembrava una provocatoria riflessione sui meccanismi biologici e spirituali dell’esistenza si è trasformata in un’indagine molto più personale. La falena del titolo diventa così un simbolo duplice: creatura capace di mutare completamente il proprio corpo, ma anche essere irrimediabilmente attratto da una luce che potrebbe consumarlo. Trasformarsi significa avvicinarsi alla verità, ma anche rischiare di distruggere l’immagine rassicurante costruita nel corso degli anni.
La vicinanza temporale con PowerNerd potrebbe trarre in inganno. Quel disco rappresentava una reazione immediata a un periodo di smarrimento, costruita attorno a canzoni relativamente concise e a un rock metallico diretto. The Moth affronta invece le cause profonde della stessa crisi. Non cerca formule rassicuranti e non offre ritornelli da assimilare rapidamente: mette in scena un lungo processo di disgregazione e ricostruzione, lasciando che la musica segua la logica irregolare della memoria e del conflitto interiore.
Le ventiquattro tracce, distribuite lungo circa settanta minuti, non devono pertanto essere considerate come altrettante canzoni autonome. Molti episodi durano meno di due minuti e funzionano come passaggi narrativi, riprese tematiche o cambi di scena. Isolare ogni segmento finirebbe per impoverire un lavoro concepito come un flusso continuo, più vicino a un’opera teatrale o alla colonna sonora di un film inesistente che alla tradizionale successione di brani di un album rock.
La prima parte introduce il conflitto attraverso Semi-Prologue e War Beyond Words. La voce inizialmente controllata di Townsend viene progressivamente circondata da percussioni, fiati e masse corali, fino all’ingresso delle chitarre e delle sue interpretazioni più aggressive. È un’apertura che riassume immediatamente la natura dell’opera: intimità e monumentalità non vengono separate, ma costrette a convivere nello stesso spazio sonoro.
La breve title track e Ode to My Eye svolgono una funzione prevalentemente scenica, preparando l’ingresso di Enter the City. Quest’ultima è una delle composizioni più accessibili dell’intero lavoro, ma anche una delle più apertamente teatrali. Le orchestrazioni avanzano con una pomposità volutamente esagerata, mentre le voci sembrano presentare un mondo affascinante e minaccioso nel quale il protagonista è costretto a entrare. Il gusto per il musical, presente nell’educazione musicale di Townsend, emerge qui con particolare chiarezza.
Il primo vero centro di gravità è però Covered by Causes. Negli oltre otto minuti di durata, il brano attraversa esplosioni orchestrali, sezioni acustiche (con un’introduzione acustica che richiama brevemente l’atmosfera eterea e inquietante di Goodbye Blue Sky dei Pink Floyd), passaggi atmosferici e improvvise accelerazioni metalliche. Le voci di Anneke van Giersbergen e Lynn Wu non vengono utilizzate come semplici abbellimenti, ma come prospettive emotive alternative a quella del protagonista. La consueta intesa tra Townsend e Anneke van Giersbergen continua a funzionare, ma il contesto è meno melodicamente immediato rispetto a dischi come Addicted! o Epicloud: le voci galleggiano sopra una composizione in continua mutazione, più interessata alla tensione interna che alla costruzione di un ritornello riconoscibile.
Con Lexin l’opera assume invece una fisionomia più nervosa e grottesca. Pulsazioni elettroniche, cori, cambi ritmici e improvvise aperture melodiche producono uno dei momenti più tipicamente “townsendiani” del disco. È in passaggi come questo che The Mothsi avvicina maggiormente al caos controllato di Empath, pur sostituendo buona parte della frenesia strumentale di quel lavoro con una scrittura orchestrale più disciplinata.
La sequenza formata da Runaways, A Proxy for God e The Mothers agisce soprattutto sul piano narrativo. Le tre composizioni compaiono e scompaiono rapidamente, accumulando voci, dissonanze e brevi immagini sonore. È uno dei passaggi nei quali la natura teatrale del disco rischia maggiormente di escludere l’ascoltatore: separati dalla continuità dell’opera, questi frammenti possono apparire incompleti o perfino superflui. All’interno del percorso complessivo, tuttavia, contribuiscono a creare quel senso di instabilità necessario per preparare Orion.
Quest’ultimo è uno degli episodi più affascinanti dell’album. Dopo l’immancabile momento di umorismo scatologico, quasi un riflesso automatico nell’universo dell’autore, Orion si apre in una lunga progressione atmosferica dominata da ritmi processati, armonie sospese e interventi orchestrali capaci di suggerire vastità senza ricorrere alla pura potenza. Non possiede un ritornello tradizionale e non cerca una risoluzione netta, ma costruisce lentamente uno spazio nel quale inquietudine e meraviglia diventano indistinguibili.
Stay There conduce quindi a Home at Night, probabilmente il brano più vicino alla forma-canzone convenzionale. La melodia vocale è ampia, malinconica e immediatamente riconoscibile, mentre orchestra, coro e strumenti elettrici trovano uno degli equilibri migliori dell’intero lavoro. Dietro la spettacolarità rimane una sensazione di isolamento domestico, di ritorno verso un luogo che dovrebbe essere sicuro ma che non riesce più a offrire protezione. È uno dei momenti nei quali l’ambizione concettuale di The Mothlascia emergere con maggiore chiarezza la fragilità della persona che l’ha composto.
L’estesa Intermission divide idealmente l’opera in due sezioni. Non è un semplice intermezzo, bensì una sospensione nella quale droni, voci e orchestra sembrano dissolvere quanto ascoltato in precedenza. Il rischio di dispersione è evidente: quasi cinque minuti dedicati alla rarefazione possono risultare eccessivi, soprattutto per chi cerca nel disco la continuità melodica di Lightwork o l’impatto più tradizionalmente metallico di Deconstruction. È però proprio questa indisponibilità al compromesso a definire l’identità dell’opera.
Dopo le brevi Lexin Returns e The Clergy, la tensione esplode nella coppia Prepare for War e The Big Snit. Considerati come un unico movimento, i due brani rappresentano il climax più evidente di The Moth. Ottoni, percussioni, chitarre e coro trasformano il conflitto interiore in una vera battaglia cinematografica. Prepare for War accumula pressione con un andamento marziale e minaccioso; The Big Snit ne rielabora le conseguenze attraverso una scrittura più imprevedibile, nella quale violenza, assurdità e una strana forma di liberazione finiscono per sovrapporsi.
È probabilmente questo il punto nel quale il disco raggiunge la propria massima efficacia. Il gigantismo sonoro non è più semplice dimostrazione di forza, ma traduzione concreta di uno scontro psicologico. Le orchestrazioni possiedono un peso reale e non vengono soffocate dalla produzione; allo stesso tempo, batteria e chitarre mantengono una fisicità sufficiente a impedire che l’opera si trasformi in un esercizio puramente sinfonico.
La parte conclusiva evita però una risoluzione trionfale. Silver Princess, A Life in Review e Metamorphosis accompagnano il protagonista attraverso una fase di osservazione e accettazione, riducendo progressivamente la componente bellica. Il cambiamento non viene presentato come una vittoria definitiva, ma come la disponibilità a guardare la propria identità senza continuare a nasconderne gli aspetti più dolorosi.
Stained Hearts rappresenta l’ultimo grande episodio compiuto. La presenza di Anneke van Giersbergen dona alla composizione un calore familiare, mentre Townsend alterna vulnerabilità, tensione e improvvise aperture aggressive. Il brano concentra in pochi minuti molte delle opposizioni alla base del disco: amore e paura, desiderio di connessione e impulso alla fuga, violenza e compassione. Rispetto alla grandiosità di Prepare for War, il conflitto è diventato più umano e riconoscibile.
Le brevi Let Go e We Don't Deserve Dogs chiudono il percorso senza ricorrere a un finale spettacolare. Quest’ultima, dedicata al rapporto con il cane Oliver, assume la forma di una piccola coda ambientale e affettiva. Dopo un’opera popolata da traumi, divinità sostitutive, guerre interiori e metamorfosi, la conclusione passa attraverso una forma di amore semplice, incapace di giudicare e proprio per questo difficile da accettare. È una scelta quasi disarmante, ma coerente con il significato profondo del lavoro.
Sul piano tecnico, The Moth è impressionante. Le orchestrazioni non hanno la rigidità di una partitura sinfonica applicata artificialmente al metal, ma dialogano costantemente con chitarre, batteria, elettronica e stratificazioni vocali. Anche la produzione, inevitabilmente enorme, mantiene una separazione sorprendente tra le numerose componenti.
Non tutto, tuttavia, funziona con la stessa efficacia. La struttura frammentaria rende diversi episodi poco significativi al di fuori dell’ascolto completo; inoltre, l’assenza di veri punti di riferimento melodici nella parte centrale può trasformare il fascino iniziale in stanchezza. Il disco richiede tempo, concentrazione e una certa disponibilità a sospendere le normali aspettative legate alla forma-canzone. Non è un’opera da utilizzare come sottofondo e nemmeno un lavoro che riveli facilmente ogni propria intenzione.
Concludendo, The Moth è un’opera enorme, imperfetta e deliberatamente difficile. Possiede momenti di bellezza straordinaria, passaggi emotivamente devastanti e alcune delle orchestrazioni più ambiziose mai affrontate da un artista proveniente dal metal contemporaneo. Allo stesso tempo, la frammentarietà, la densità e la relativa scarsità di brani immediatamente autonomi ne limitano l’universalità.
È il suono di un musicista che, dopo decenni trascorsi a trasformarsi, prova finalmente a osservare ciò che rimane sotto le numerose identità artistiche costruite nel tempo. Il risultato non offre risposte semplici, ma rende evidente una verità: anche per un autore abituato a produrre muri di suono, il gesto più difficile può essere quello di lasciarsi vedere.
Tracce imperdibili: Covered by Causes – Orion – Home at Night –The Big Snit – Stained Hearts
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8
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Mi mancano i Strapping Young Lad. |
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7
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Fermi tutti, è arrivato l\'esperto. |
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6
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Sopravvalutatissimo... uno dei peggiori di Devin. Anonimo, senza momenti memorabili... solite parti pompose orchestrali che hanno sfracellato i 3/4 di fallo. Due o tre pezzi eccellenti, tematiche al top, ma tanto, troppo mestiere e mancanza di mordente, addirittura alcuni passaggi risultano ridondanti e fastidiosi. Non mi sorprendo dell\'extra valutazione del recensore... ormai tutti possono scrivere cazzate al tempo dei social, legittimati pure dalla folla, a sua volta priva di spirito critico reale. |
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5
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Tanti complimenti al recensore, ha rispecchiato bene anche il mio punto di vista. Opera enorme, l\'unico difetto è secondo me rappresentato dal fatto che qualche pezzo possa sembrare incompleto e avrebbe forse potuto essere sfruttato meglio. Forte candidato per disco dell\'anno. |
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4
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Anch\'io mi complimento col recensore e riguardo l\'album, preordinato prima dell\'uscita, penso rester nella mia top 10 per questo 2026 per emozioni che mi trasmette e impegno nella sua realizzazione. Bellissima anche la versione con solo l\'orchestra |
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3
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Recensione impeccabile, complimenti ! E\' nei miei device dal giorno dell\'uscita ( insieme alla controparte puramente orchestrale ) e condivido tutto quanto hai scritto. Un disco enorme, complesso ma difficile. |
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2
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Eh beh eh beh eh beh... Tra i migliori dischi della storia |
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1
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Per prima cosa complimenti per la recensione, scritta davvero benissimo. Io amo Devin da sempre ed effettivamente con the moth ha fatto il disco della vita in quanto é riuscito ad inglobare in esso tutti gli elementi che lo hanno reso famoso....forse però il suo punto debole stà proprio nella sua complessità, decisamente non é per tutti ascoltare un\'opera cosí stratificata e lunga. Io lo stò ascoltando a ripetizione da quando é uscito, é come perdersi nella mente di chi lo ha composto e per me il giudizio é senz\'altro positivo |
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INFORMAZIONI |
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HevyDevy Records / InsideOut Music
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Tracklist
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1. Semi-Prologue 2. War Beyond Words 3. The Moth 4. Ode to My Eye 5. Enter the City 6. Covered by Causes 7. Lexin 8. Runaways 9. A Proxy for God 10. The Mothers 11. Orion 12. Stay There 13. Home at Night 14. Intermission 15. Lexin Returns 16. The Clergy 17. Prepare for War 18. The Big Snit 19. Silver Princess 20. A Life in Review 21. Metamorphosis 22. Stained Hearts 23. Let Go 24. We Don't Deserve Dogs
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Line Up
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Devin Townsend (Voce, Chitarra, Coro) Anneke van Giersbergen (Voce, Cori) Lynn Wu (Voce e Cori) Mike Keneally (Chitarra) Aman Kohsla (Chitarra acustica) Noord Nederlands Orkest (Orchestra e Collaborazione corale) Jukka Iisakkila (Direzione d'orchestra) James Leach (Basso) Darby Todd (Batteria)
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