|
|
17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
|
|
Spread Eagle - The Brutal Divine
|
23/07/2026
( 573 letture )
|
Il ritorno sul mercato con il loro quarto capitolo della carriera, welcome back Spread Eagle! La band vede i suoi natali nell’ambiente underground di New York verso la fine degli anni ’80, quando l’hard rock era stato contaminato da tanti rivoli ed era ancora fortemente in auge. L’esordio discografico eponimo è datato 1990 e diventa una sorta di album-cult per i loro fan, grazie ad uno stile duro, granuloso, senza compromessi e molto accattivante. Il gruppo sembra in rampa di lancio, pubblica tre anni dopo il secondo capitolo (Open to the Public), poi i ragazzi si sciolgono, separandosi fino al 2006, quando tornano a suonare con una formazione rinnovata. Pubblicano nel 2019, sempre per Frontiers, il loro terzo lavoro Subway to the Stars, e oggi tornano con il qui presente The Brutal Divine, full length composto da una scaletta di 10 pezzi, per una durata di 40 minuti, prodotto dal bassista Rob DeLuca. Un coacervo di hard rock tagliente, brumoso e massiccio, fatto di riff che segano esplodendo in maniera roboante, all’insegna di una miscela ruvida e spessissima.
Copertina colorata e medusata, poi si parte con l’opener Flat Earth Vultures che si scatena subito dopo una intro più tranquilla ed arpeggiata, l’attacco è frontale, le chitarre slameggiano, la voce va dritta, inscenando un brano cartavetroso guarnito da cori minimali, tutto all’insegna di energia scatenata, con saliscendi interessanti: buona la prima. Street Noise scatta dai blocchi percorsa da un flavour chiaramente punkeggiante, ritmo infernale della batteria e solo guitar anfetaminico, Gunflower invece, riporta ad un riff caliginoso e darkeggiante che cavalca per intero la composizione, sferrando colpi in tutte le direzioni, il tutto rilegato da una struttura ferrosa, saldata con impatto grezzo e furibondo. Hard rock selvatico e indomabile completato da un lungo solo guitar; mentre Jail Rat appare più solare ma sempre serrata nello sviluppo, non dando tregua all’ascoltatore, inseguito in ogni meandro della propria dimora; interpretazione vocale strozzata, mentre tornano arrangiamenti doom e molto oscuri. Una gran bella botta, fatta di badilate sulle gengive, con quello spirito punk sempre pronto a trapelare, senza un attimo di pausa. Forbidden Local Honey è innervata da un riff terroso e un basso poderoso, con un ritornello dissolvente e un cantato cantilenante di Ray West che interpreta benissimo il tessuto strumentale costruito dai suoi tre pard. Pushed To The Limit sfoggia un riff quasi class metal che contempla groove e rotte compattissime che confluiscono in un chorus asciutto ma potente. Ant Farm, con tanto di video, è un armageddon con un andamento pesantissimo e un basso muscolare e sferragliante, un salto nel passato con sonorità condensate in un altoforno in piena attività, Scars in Our Eyes (City Kids) prende fuoco da un riff diretto e un pattern della sezione ritmica bello gagliardo, con un ritornello che sa molto di new metal e melting pot degli anni novanta, con quella carica oscura sempre presente, che pervade gran parte della tracklist. Inside a Shrunken Head è punk senza compromessi con chitarre che incidono la pelle e un cantato perfetto per la composizione, mentre Makebeliever chiude il sipario, solidificando la visceralità espressa lungo tutto il timing: riff lancinanti, cantato dissonante e carica incandescente, senza rinunciare a sprazzi possenti, con un ritornello profondo che rimane in testa, e si fischietta all’istante.
Difficile risultare freschi e moderni quando si sceglie di percorrere questo tipo di itinerario, la band però riesce a fornire sprazzi di intrigante curiosità e l’ascolto, pur non facendo gridare al miracolo, appare piacevole, massiccio e godereccio. Chi ama l’hard ruvido, sanguigno, diretto e senza fronzoli, troverà pane per i propri denti, l’aura oscura che pervade l’intera scaletta diventa un’arma carica, sicuramente stimolante. Un disco che segna il ritorno alle sonorità sporche e aggressive degli esordi, con tante song incazzate, possenti e granulose che sgorgano direttamente dalle vene di chi vive in una metropoli dominata dai ritmi folli e quotidiani. Un buon platter questo ritorno degli Spread Eagle, senz'altro da spararsi interpretando lo spirito che pervade il combo: pollice all’insù.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
6
|
|
Il precedente Subway to the Stars, nonostante buone critiche ricevute un po’ ovunque, a me aveva deluso: un tentativo di rendere più moderno lo stile… ma a mio avviso poco riuscito. Echi di quell’approccio li sento ancora qui nel ritornello della conclusiva Makebeliever, bruttarella forte. Ma per fortuna gli altri pezzi percorrono una strada decisamente più stradaiola e più vicina a quello che uno si aspetterebbe da loro (senza essere solo un amarcord dei bei tempi andati). Certo, non siamo ai livelli dello stratosferico debut, anche Ray West non può graffiare come 35 anni fa, ma nel complesso è un album che sto ascoltando piacevolmente. Voto 75 |
|
|
|
|
|
|
5
|
|
Band che scoprì in ritardo e di cui mi innamorai subito!
Mi accodo a chi dice che il primo album era favoloso (fate la Rece!!) ma anche il secondo seppur uscito in un periodaccio per quel genere era ancora roba bella.
Oggi per fortuna c\'é la possibilità di ascoltare prima qualcosa in modo assolutamente legale ed é ciò che feci con il loro penultimo disco e non lo trovai affatto male e me lo presi, mentre su quest\'ultimo devo ancora mettermici su, anche se questa copertina da gruppo Rock Alternativo non la capisco tanto.
@Epic, hai ragione, seppur comunque quell\'etichetta sia un po il porto sicuro di tutte le band Glam, Sleaze, AOR e Rock Melodico in genere. Negli Stati Uniti anche la Cleopatra sta andando in quella direzione... |
|
|
|
|
|
|
4
|
|
Il primo album veramente notevole, purtroppo senza successo. Questo vedrò se ascoltarlo ma la voglia è poca.... |
|
|
|
|
|
|
3
|
|
I due dischi storici sono davvero fichi, oggi, dopo un sostegno durato 10 anni, non compro più album dell frontiers. Sono tutti uguali,.come sound e come produzione. |
|
|
|
|
|
|
2
|
|
...manca la recensione ...del debutto del 1990....un capolavoro...che ho in vinile e cd....che merita tanto.... |
|
|
|
|
|
|
1
|
|
Vedrò almeno di ascoltarli, anche se senza il supporto fisico rischio sempre di non applicare la dovuta attenzione, perché questa era davvero una grande band, tra le più dure dello Street all\'epoca con i The Hangman. Volevo già riprenderli con Subway To The Stars poi mi è scappato |
|
|
|
|
|
INFORMAZIONI |
 |
 |
|
|
|
|
|
|
|
Tracklist
|
1. Flat Earth Vultures 2. Street Noise 3. Gunflower 4. Jail Rat 5. Forbidden Local Honey 6. Pushed to the Limit 7. Ant Farm 8. Scars In Our Eyes (City Kids) 9. Inside a Shrunken Head 10. Makbeliever
|
|
|
Line Up
|
Ray West (Voce) Gianmaria ‘Jommy’ Puledda (Chitarre) Rob De Luca (Basso) Rik De Luca (Batteria)
|
|
|
| |
RECENSIONI |
 |
|
|
|
|
|