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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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Social Distortion - White Light, White Heat, White Trash
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01/08/2026
( 381 letture )
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All'inizio degli anni Novanta, i Social Distortion sono sul tetto del mondo. La band è reduce dalla pubblicazione di tre album assolutamente esplosivi con i quali ha, di fatto, dato vita ad una nuova maniera di intendere e suonare il punk. Uno stile che farà una marea di seguaci e che garantirà al gruppo di Orange County un posto di spicco sull'Olimpo del Rock. Più prosaicamente, i Nostri sono anche all'apice del successo commerciale. Dopo Prison Bound, disco di transizione comunque notevole, il successivo self-titled e l'immenso Somewhere Between Heaven and Hell spalancano alla band le porte della notorietà, vendendo negli anni successivi più di mezzo milione di copie. Tale trionfo non soddisfa però il leader Mike Ness, che disse più volte di voler scrivere un lavoro ancora migliore, presentato come l'album "definitivo" dei Social Distortion, apice (auspicato) della carriera dei californiani.
White Light, White Heat, White Trash, questo il titolo scelto per il nuovo full-length, ha una gestazione abbastanza travagliata. Giunta alla fine dell'imponente tour promozionale di Somewhere Between Heaven and Hell, nel 1993, la band si prende una pausa e si ritrova a gestire alcune questioni giuridiche relative a del vecchio materiale. I Nostri scrivono in seguito decine di canzoni, ma devono rivederle e selezionarle a più riprese per appagare la sete di perfezionismo di Ness e del produttore Michael Beinhorn, che decise anche di rimpiazzare il batterista Randy Carr. Il disco viene infine registrato nell'estate del '95 e pubblicato l'anno successivo.
Le dodici canzoni selezionate restituiscono una band parzialmente diversa da quella che si era espressa sui prestigiosi predecessori. Le influenze country-blues, rock'n'roll e rockabilly che avevano fatto la fortuna dei precitati capolavori scompaiono quasi completamente, in favore di un sound più essenziale. Come spiegato dallo stesso leader, i Social Distortion si riorientano verso il punk rock del periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l'inizio del decennio successivo, riallacciandosi simbolicamente all'esordio Mommy's Little Monster. Parallelamente, i testi si fanno più personali e si allontanano dall'immaginario penitenziario, fuorilegge e sociale esplorato in passato. Per questi motivi, White Light... è stato più volte descritto come un disco più "duro" dei precedenti. È vero solo in parte. La band ha innegabilmente asciugato le sue trame sonore, senza per questo rinunciare al suo formidabile gusto melodico, fattosi più fino e maturo album dopo album. Il nuovo nato conserva dunque questa preziosa eredità sonora, che ne impregna i solchi in maniera indelebile. Ce ne si accorge sin dall'iniziale Dear Lover, costruita attorno ad un giro melodico invero parecchio scontato, ma capace fortunatamente di acquistare vigore con lo scorrere dei secondi. Il brano si dimostra molto trascinante, compatto ma allo stesso tempo solcato da un refrain melodico di sicuro effetto. Si possono usare le stesse esatte parole per descrivere Don't Drag Me Down, pezzone divenuto con gli anni un altro classico del gruppo. Portata da un Ness in gran spolvero, la song può contare su un ritornello armonizzato molto trascinante, punzecchiato da roventi lead di chitarra. Il singolo I Was Wrong è invece il pezzo che più si avvicina al recente passato della band, mentre When the Angels Sing, dedicato alla nonna del leader, tenta territori più soft, ugualmente con grandi risultati. Degna di nota anche Crown of Thorns, che alterna sapientemente un andamento ritmato ad un riff portante malinconico, quasi sofferto, attraversato una volta di più da un'infuocata chitarra solista. Tra gli episodi più muscolari figurano invece la rocciosa Down on the World Again, Gotta Know the Rules, comunque attraversata da un'ariosa linea melodica, o ancora Pleasure Seeker, cupa e leggermente angosciata. Citiamo infine la conclusiva Under My Thumb, inizialmente concepita come ghost track, piacevole ed energica riproposizione del classico degli Stones.
White Light, White Heat, White Trash è un disco piuttosto corposo, in special modo per il genere proposto, ma si lascia ascoltare con grande piacere. I dodici brani restituiscono una band all'apice della forma, che ha parzialmente cambiato formula pur conservando totalmente il suo DNA. Il disco suona infatti Social Distortion al 100%: se alcuni elementi vengono a mancare, il nocciolo è innegabilmente ancora lì, nobilitato da un songrwriting sopraffino e da una selezione di melodie irresistibili. Il quinto disco dei californiani non sfigura affatto di fronte ai suoi illustri predecessori e prosegue una carriera senza passi falsi, diventando inoltre il terzo disco più venduto dai Nostri. Quanto a sapere se si tratta del migliore, come auspicato dal buon Mike Ness, è una questione di gusti. Ciò che è sicuro è che, a fronte di cotanta qualità, la scelta è davvero ardua.
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3
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Il miglior album dei SD, bellissimo |
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2
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Si é uno dei loro capolavori ed é un album indispensabile, purtroppo dopo questo saranno sempre meno costanti, qualcosa che per certi versi si verificò già dal 1983 al 1986 ma per altri motivi. Beh comunque dopo questo per me viene un altro dei miei dischi preferiti ma ci sarà da aspettare fino al 2004. |
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1
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Per me il loro apice, disco fantastico |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Dear Lover 2. Don't Drag Me Down 3. Untitled 4. I Was Wrong 5. Through These Eyes 6. Down on the World Again 7. When the Angels Sing 8. Gotta Know the Rules 9. Crown of Thorns 10. Pleasure Seeker 11. Down Here (With the Rest of Us) 12. Under My Thumb
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Line Up
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Mike Ness (Voce, Chitarra) Dennis Danell (Chitarra) John Maurer (Basso) Chuck Biscuits (Batteria)
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RECENSIONI |
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