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17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
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15/08/2026
( 1239 letture )
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C’era una volta una giovane fanciulla di nome Alex Williams, che amava la musica. Fin da piccola danzava agile sui tasti d’ebano e avorio di un pianoforte, mentre a volte erano le corde di un violoncello a diffondere armoniose melodie nei cieli grigi londinesi. La fanciulla dai mille talenti ben presto entrò a far parte di un’orchestra sinfonica, dove la sua bravura ogni volta si fondeva con le tante voci che la componevano, risuonando in opere corali in cui la parte trovava realizzazione solo nel tutto. Mentre interpretava i brani dei grandi maestri del passato, la fanciulla si chiedeva come avrebbe potuto far fiorire la propria arte lontano da spartiti e orchestre. Sapeva infatti che dentro di sé covava, silenziosa, una forza oscura che non aveva ancora modo di esprimersi e che, sepolta nelle profondità della mente e del cuore, una creatura crepuscolare attendeva dormiente il momento del risveglio. E fu così che un giorno la fanciulla trovò per strada una chitarra rotta, adagiata sul ciglio della strada quasi in speranzosa attesa, la raccolse e la portò a casa. La creatura aprì gli occhi: fiamme pulsanti rischiararono le tenebre e si fecero strada verso la superficie. La fanciulla, così avvezza a seguire le lezioni e le strade degli altri, riparò quello strumento e imparò, senza guida alcuna, a suonarlo. Per la prima volta risuonò nella notte una voce solitaria, che non faceva parte di nessun coro. Gli anni passarono, scanditi dalla pubblicazione di album ed EP audaci, dove l’oscurità poteva finalmente avere forma e dimensione e dove la timida fanciulla, ora giovane donna, poteva esibirsi alla luce dei riflettori, incantando platee sempre più ampie. Eppure, nonostante la fama crescente, Alex Williams mantenne abilmente l’equilibrio precario tra luce e tenebra, tra giorno e notte, dosando nella propria arte entrambi gli ingredienti senza mai abusare dell’uno a scapito dell’altro. I toni crepuscolari, le atmosfere notturne, il velluto profumato di nebbia divennero gli elementi essenziali di una musicalità che oggi danza nei chiaroscuri. Non a caso questi temi centrali trovano compiuta espressione nel nuovissimo Solstice: il solstizio, soglia estrema dell’arte della Williams, punto di massima luminosità prima che inizi il ritorno verso l’oscurità, ma anche di massima oscurità prima che la luce ricominci a crescere.
Il nuovo album di A.A. Williams, il terzo d’inediti, vede all’opera una musicista ormai pienamente conscia dei propri mezzi, che ha affilato e affinato la propria arte fino a renderla un unicum coeso e coerente, auto sostenibile e indipendente dai generi musicali che la costituiscono. Nel tempo, l’artista londinese ha gradualmente introdotto gli strumenti della propria educazione, pianoforte e violoncello, integrandoli sempre più nel tessuto connettivo delle composizioni e dando risalto soprattutto al primo, autentico coprotagonista di Solstice. Se la chitarra elettrica rappresenta infatti la creatura oscura che per anni ha cercato una via per emergere, il pianoforte sembra incarnare la parte più luminosa e razionale della musicista, quella che conosce la misura, l’armonia, la delicatezza e la disciplina. È proprio dall’incontro e talvolta dallo scontro, fra queste due anime che nasce la forza dell’album. Così come in ogni singolo brano sono sapientemente dosate le componenti di luce melodiosa e tenebra distorta, anche Solstice nel suo complesso segue un andamento ondivago, quasi fosse un’opera drammatica divisa in tre atti. La prima e l’ultima sezione sono caratterizzate da composizioni in cui la chitarra distorta viene declinata nelle sue derive doom, doomgaze e post rock, senza mai rinunciare alla melodia e a quell’armonia fra voce e strumenti elettrici che costituisce ormai il marchio di fabbrica di A.A. Williams. La sezione centrale tende invece a ripiegarsi verso l’intimità e l’introspezione, lasciando ampio spazio al pianoforte e al violoncello. Sono brani ridotti alla loro essenza, nei quali la musicista sembra spogliare progressivamente la propria creatura di ogni elemento superfluo, fino a lasciare in superficie soltanto la voce e il suono di uno strumento. Non è un semplice rallentamento della tensione, ma una discesa nelle profondità dell’animo, un momento in cui la tenebra non ha più bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Poison apre le danze nel più classico stile A.A. Williams: malinconia, doomgaze e post rock vengono amalgamati in una progressione emotiva che cresce lentamente, come una ferita che torna a pulsare dopo essere rimasta a lungo nascosta. La voce, profonda, agrodolce e vellutata, si muove sopra una trama musicale nella quale la componente melodica non è mai un semplice ornamento, ma la luce fioca che permette di distinguere le forme nell’oscurità. Il brano cresce senza fretta, accumulando tensione fino a trasformare la malinconia iniziale in un sentimento più ampio e coinvolgente. Wolves prosegue il viaggio spostandosi verso territori maggiormente gothic, in una combinazione che può ricordare da una parte i The Gathering più crepuscolari e dall’altra le contaminazioni doom dei The 3rd and the Mortal. Anche qui A.A. Williams dimostra di saper maneggiare la pesantezza senza rimanerne schiacciata: la distorsione non cancella la melodia, la avvolge, come una nebbia scura attraverso la quale continuano a filtrare bagliori. Con Little By Little il baricentro dell’album si sposta invece verso una maggiore presenza dell’elettronica. Le atmosfere richiamano inevitabilmente altre sacerdotesse della musica oscura come Chelsea Wolfe e Emma Ruth Rundle, ma anche il nuovo talento albionico Heartworms, soprattutto nella capacità di utilizzare soluzioni apparentemente estranee al doom e al post rock per costruire una forma canzone immediata e memorabile. È forse uno dei momenti più accessibili di Solstice, ma sarebbe un errore confondere l’immediatezza con la semplicità. A.A. Williams mette in mostra un songwriting ormai maturo, capace di muoversi con naturalezza fra linguaggi differenti e di concedersi persino squisite scorribande nel pop più colto e meno convenzionale. La melodia si fa più riconoscibile, quasi seducente, ma sotto la superficie continua a muoversi quell’inquietudine che impedisce alla canzone di trasformarsi in una rassicurante parentesi luminosa. Hold It Together riporta invece in primo piano il peso delle chitarre e conduce Solstice verso territori apertamente post rock. I riff e i fraseggi elettrici costruiscono una parete sonora nero pece, pesante e compatta, sulla quale il pianoforte interviene come un elemento apparentemente estraneo, ricamando arabeschi luminosi e sottili. È uno dei procedimenti più caratteristici dell’intero album: la luce non arriva mai dall’esterno, ma sembra nascere direttamente dalle viscere della tenebra, insinuandosi fra le maglie della distorsione e modificandone progressivamente la percezione. La pesantezza diventa così qualcosa di diverso dalla semplice aggressività: è materia sulla quale il pianoforte può disegnare, respirare e persino danzare. Con Outlines la tensione si ritira improvvisamente e rimane una ballad cupa e malinconica, profondamente incentrata sul pianoforte. Le raffiche di distorsione elettrica sono brevi e controllate, quasi lampi lontani che attraversano un cielo altrimenti immobile. È il primo vero passo verso il cuore dell’album, quello in cui A.A. Williams sembra decidere di non nascondersi più dietro la densità degli arrangiamenti. I've Seen Enough raccoglie il testimone e prosegue concettualmente il discorso iniziato da Outlines, ma introduce una nuova voce, quella del violoncello, che torna a reclamare il proprio spazio nella musica della sua interprete, richiamando le atmosfere cariche di malinconia dei My Dying Bride. Il risultato è una composizione capace di essere forte e d’impatto proprio attraverso la dolcezza e la melodia, dimostrando ancora una volta quanto la musicista londinese abbia imparato a utilizzare la delicatezza come una vera e propria arma espressiva. E poi arriva The Veil, il punto più intimo di Solstice e probabilmente il momento nel quale la metafora della luce e dell’oscurità raggiunge la sua forma più compiuta. A.A. Williams mette a nudo la propria anima e, per farlo, cerca nella musica la stessa essenzialità che pervade le confessioni più sincere. La composizione è minimalista, quasi un esercizio di piano jazz, e lascia che la voce piena e sensuale della cantante si muova accompagnata dal solo pianoforte. Nessuna corazza, nessun muro di chitarre dietro cui nascondersi, nessuna esplosione sonora a cui affidare il peso delle emozioni. Rimangono soltanto due elementi, voce e pianoforte, e proprio questa sottrazione rende il brano uno dei passaggi più potenti dell’intero album. Il velo evocato dal titolo sembra essere quello che separa ciò che mostriamo agli altri da ciò che custodiamo nelle profondità più inaccessibili della nostra mente. Superato il cuore più fragile del disco, Just A Shadow riporta gradualmente la creatura verso la propria dimensione elettrica, recuperando elementi doom e gothic senza rinunciare alle tastiere e alla melodia. La tenebra torna a occupare spazio, ma non è più la stessa dell’inizio: dopo essere stata attraversata nella sua forma più intima, appare ora meno minacciosa e più consapevole. It Won't Rain Forever prosegue questa risalita con un incipit nel quale le note del pianoforte sembrano scandire il ritmo della pioggia che cade. È un’immagine sonora destinata però a durare poco, perché la quiete viene presto interrotta da brevi esplosioni elettriche, mentre la voce corposa e suadente di A.A. Williams può nuovamente svettare, instaurando con chi ascolta un rapporto di profondo coinvolgimento emotivo. Le soluzioni melodiche riportano alla mente gli ultimi Avatarium, soprattutto nella capacità di far convivere oscurità e grande apertura melodica, pesantezza e una componente di armonia quasi catartica. Breathe, in qualche modo, rappresenta il riflesso di Wolves: torna la combinazione fra doom e post rock, ma il viaggio compiuto nel cuore dell’album sembra aver modificato la prospettiva dalla quale osservare quelle sonorità. La pesantezza non è più soltanto qualcosa da attraversare, ma un elemento con il quale convivere, respirare, trovare persino una forma di equilibrio. È come se la creatura che all’inizio del disco avanzava nella nebbia avesse ormai imparato a riconoscere le proprie ombre. A chiudere Solstice è The Gentle Harm, struggente e malinconica traccia conclusiva, perfettamente bilanciata fra sezioni minimaliste e improvvise aperture più pesanti ed elettriche. Il titolo racchiude in sé una sorta di manifesto della filosofia musicale di A.A. Williams: anche attraverso la melodia e la dolcezza è possibile destabilizzare, emozionare, mettere a nudo traumi e dolori. Non è necessario ricorrere alla violenza sonora per penetrare nell’animo di chi ascolta, coinvolgerlo e, forse, persino ferirlo. La delicatezza può essere altrettanto devastante, proprio perché arriva senza preavviso e abbassa le difese di chi ascolta, colpendo un cuore esposto e vulnerabile.
Alla fine del viaggio nelle tenebre e ritorno, ciò che rimane è dunque un album costruito sull'equilibrio. Se tanti artisti dediti allo stesso genere basano fortemente la propria musica sui contrasti, A.A. Williams gioca le sue carte in maniera differente, preferendo la coesistenza allo scontro. Solstice non mette semplicemente in opposizione luce e tenebra, dolcezza e pesantezza, pianoforte e chitarre, voce e distorsione: li costringe a convivere, fino a renderli parti inseparabili della stessa creatura. A.A. Williams sembra aver raggiunto una piena maturità stilistica ed una padronanza totale dei propri mezzi e del proprio talento: il punto nel quale le influenze, i generi e gli strumenti della propria formazione non costituiscono più elementi da assemblare, ma linguaggi differenti attraverso i quali esprimere una medesima voce. La giovane fanciulla del passato, timida e restia ad aprirsi, è un ricordo sempre vivo, pulsante e vulnerabile, ma in Solstice è infine divenuta una donna e una musicista che con la fragilità, le paure e l’ansia ha modellato e plasmato la propria voce, rendendola unica e fiera delle debolezze e del dolore che essa esprime. È questa consapevolezza a rendere il terzo album della musicista londinese qualcosa di più di una semplice raccolta di canzoni: un'opera nella quale ogni chiarore porta con sé la memoria dell'oscurità e ogni ombra conserva, da qualche parte, la promessa della luce.
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5
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Voce suadente, atmosfere intriganti.. Secondo me l\' Album, dura un po\' troppo.. Brava comunque. |
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4
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Finalmente avete recensito AA Williams. Uno degli album più belli degli ultimi anni. |
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3
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Questa recensione mi ha incuriosito ad ascoltare questo spettacolare disco.. Veramente una artista incredibile e originale nel suo mix di vari generi ma sempre con quella malinconia dark che unisce tutto !!
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2
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Qualcosa di nuovo? No, decisamente no. Fatto bene? Sì, decisamente sì. Bello? Dannatamente. Per quel che ne capisco io (poco), al momento disco dell’anno per distacco. |
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L\'album inizia con due ottimi pezzi, che mi hanno ricordato le splendide Blackwater Holylight. Da qui in poi le componenti doom escono di scena quasi completamente. Lei è molto brava, ma sono il pianoforte e l\'intimismo cantautorale a farla da padrone — un po\' troppo per i miei gusti — anche se ci sono ottimi momenti, come i finali di Hold It Together e Just a Shadow. Molto bella anche Breathe, malinconica ma decisa. Per me 73 |
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Poison 2. Wolves 3. Little By Little 4. Hold It Together 5. Outlines 6. I've Seen Enough 7. The Veil 8. Just A Shadow 9. It Won't Rain Forever 10. Breathe 11. The Gentle Harm
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Line Up
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A.A. Williams (Voce, Pianoforte, Violoncello)
Musicisti Ospiti Matt De Burgh Daly (Chitarra, Basso, Batteria, Programmazione) Wayne Proctor (Batteria)
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RECENSIONI |
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