Ci sono musicisti per i quali parlare di una band significa, in realtà, raccontare una vita intera, e Mat Sinner appartiene senza dubbio a questa categoria. Nato artisticamente nei Sinner attraverso oltre quattro decenni di trasformazioni dell'heavy metal europeo, passando dall'irruenza NWOBHM degli esordi a un hard rock sempre più melodico e personale, senza perdere quella concretezza tipicamente tedesca che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica. In mezzo troviamo album come Touch of Sin, Comin' Out Fighting, Dangerous Charm, Respect, Bottom Line, fino agli ottimi e spessi The Nature of Evil e The End of Sanctuary, oltre all'esperienza a proprio nome di Back to the Bullet. Ma sarebbe impossibile raccontare Mat senza soffermarsi sull'altro grande capitolo della sua carriera: nel 1997, insieme all'ex Gamma Ray Ralf Scheepers, fonda i Primal Fear, dando vita a uno dei sodalizi più longevi e riconoscibili del power/heavy metal tedesco moderno. Non è esagerato vedere proprio nei Primal Fear uno dei più degni successori europei della tradizione dei Judas Priest, capaci di raccogliere l'eredità del classico heavy metal britannico aggiornandone potenza, produzione e aggressività senza tradirne lo spirito originario. Del resto, Scheepers, dopo l’ottima e molto visibile esperienza nei Gamma Ray con Kai Hansen, fu a lungo rumoreggiato tra i possibili candidati alla sostituzione di Rob Halford nei Judas Priest: un accostamento tutt'altro che casuale, considerando estensione, potenza e registro acuto del cantante tedesco. Con Mat Sinner alle spalle, quella voce trovò nei Primal Fear il veicolo ideale, costruendo un'identità che, pur partendo inevitabilmente dalla lezione dei Priest, sarebbe presto diventata autonoma e immediatamente riconoscibile. Scheepers mette la voce, Mat Sinner buona parte della visione, della scrittura, del basso e della produzione: un rapporto artistico che attraverserà quasi trent'anni e una quantità impressionante di album, tour e progetti paralleli. Una frenesia creativa bruscamente interrotta nel 2021 da una gravissima malattia che costrinse Sinner a una lunghissima degenza e riabilitazione, con otto mesi trascorsi in diversi ospedali e l'impossibilità per lungo tempo di tornare sul palco. Il suo progressivo rientro nell'attività musicale assume quindi un significato che va ben oltre il semplice dato discografico. Boom Bang Goodbye chiude ora consapevolmente la storia in studio dei Sinner, mentre quella dei
Primal Fear prosegue: non un addio alla musica di
Mat Sinner, dunque, ma la decisione di mettere il punto finale alla creatura che porta il suo nome e che lo accompagna dagli inizi della carriera.
Boom Bang Goodbye affronta questo congedo senza indulgere troppo nella malinconia e, coerentemente con il carattere del suo leader, preferisce affidarsi a un hard rock robusto, melodico e immediato.
Dreams Can Come True apre il disco con buon piglio e permette immediatamente a
Renan Zonta di lasciare il segno: il cantante brasiliano affronta il brano con sicurezza, personalità e notevole controllo, sfoggiando una timbrica calda e una considerevole estensione che, unite alla naturale attitudine tra hard rock, melodic rock e sfumature soul, lo rendono uno dei più credibili eredi della scuola di
Jeff Scott Soto. Un paragone importante, ma che
Zonta dimostra di poter sostenere senza trasformarsi in un semplice imitatore.
Wait beneficia invece della voce di
Michael Bormann e sintetizza bene la filosofia dell'intero lavoro, riff semplici, ritornello immediato, energia positiva e nessuna necessità di reinventare una formula consolidata da decenni. Più pesanti
Leave It All Behind e
All Night Long, entrambe affidate alla voce poderosa di
Ronnie Romero, che imprime al materiale quella ruvidità classic metal che conosciamo bene;
Are You Ready sfrutta invece il timbro immediatamente riconoscibile di
Björn “Speed” Strid, mentre
Born to Run trova in
Erik Mårtensson degli
Eclipse un interprete perfettamente a proprio agio con il versante più melodico del songwriting di
Sinner. Particolarmente significativa è
Turn the Page, impreziosita dall'eleganza vocale di
Michael Sadler dei
Saga, mentre
Bormann ritorna in
Road to Remember e
Sascha Krebs presta la propria voce a
Under the Moonlight. La conclusiva
Power, con
Magnus Karlsson, chiude il cerchio con la necessaria dose di muscoli e virtuosismo chitarristico; tra gli ospiti alle sei corde figura inoltre
Mathias “Don” Dieth. È proprio questa impressionante parata di amici e collaboratori a rendere il disco una sorta di festa d'addio più che un requiem:
Sinner sembra voler chiudere la propria storia circondandosi di musicisti appartenenti a generazioni e declinazioni differenti dell'hard rock e del metal europeo. Il problema è semmai che tanta qualità esecutiva non trova sempre materiale compositivo della stessa caratura. Le canzoni funzionano, i ritornelli arrivano puntuali, le chitarre hanno peso e il basso di
Mat Sinner conserva quell'inconfondibile solidità, ma raramente emerge quel guizzo capace di trasformare un buon brano in qualcosa destinato a restare.
Ed è proprio qui che
Boom Bang Goodbye deve essere giudicato con un minimo di distacco dall'emozione inevitabilmente provocata da un simile congedo. La coerenza di
Mat Sinner merita soltanto rispetto: per più di quarant'anni ha difeso una precisa idea di hard rock e heavy metal senza rincorrere mode, continuando a scrivere, produrre, suonare e costruire progetti anche quando il mercato sembrava andare in tutt'altra direzione. E dopo quanto accaduto sul piano personale e fisico, il semplice fatto di ritrovarlo ancora protagonista rende questo album qualcosa di speciale. Ma il valore umano e storico non deve necessariamente coincidere con quello strettamente musicale.
Boom Bang Goodbye è un disco dignitoso, piacevole e professionalmente impeccabile, ma non possiede lo smalto, la fame e soprattutto la qualità compositiva dei migliori momenti dei
Sinner. Manca la profondità di un
Respect, manca la potenza e la tensione di
The End of Sanctuary e, allargando lo sguardo all'altra grande creatura di
Mat, siamo lontani anche dai vertici raggiunti con i
Primal Fear nei loro episodi migliori. I numerosi ospiti impreziosiscono il materiale ma, paradossalmente, contribuiscono anche a dare al disco un carattere talvolta più celebrativo che realmente necessario. Rimane comunque un epilogo coerente, onesto e profondamente fedele alla personalità del suo autore: nessuna rivoluzione dell'ultimo minuto, nessun disperato tentativo di sembrare contemporanei, soltanto riff, melodie, basso, chitarre e quella concezione dell'heavy rock che
Mat Sinner ha difeso per tutta la vita.
Boom Bang Goodbye non è il disco con cui scoprire i
Sinner e certamente non quello con cui ricordarli al loro massimo splendore; è piuttosto l'ultima pagina di una storia lunga e rispettabilissima, da ascoltare con la consapevolezza che dietro queste undici canzoni ci sono oltre quarant'anni di assoluta dedizione alla musica.