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Saraya - When the Blackbird Sings
29/08/2026
( 402 letture )
Il secondo passo discografico degli statunitensi Saraya diventa la loro definitiva pietra tombale. L’arrivo del ciclone grunge spazza via tutte le band dedite al classico hard rock di matrice losangelina e Sandi Saraya e la sua band non fanno eccezione. Un primo album con singoli apprezzati in heavy rotation, buoni riscontri live e riconoscimenti da parte dei fans, una seconda release certamente inferiore rispetto al debutto e soprattutto lanciata sul mercato in un periodo particolarmente nefasto. 57:52 minuti di durata per 11 brani prodotti da un mago come Peter Collins (Gary Moore - Bon Jovi - Rush - Alice Cooper solo per citarne alcuni), due singoli editati come Seducer e Hitchin' a Ride, ma nonostante gli sforzi della label il disco non decolla e diventa, per la band, il canto del cigno o per meglio dire del merlo, con la formazione che si scioglierà di lì a poco. Rispetto all’esordio questo secondo album appare un pochino più duro con tante chitarre in evidenza, ma a latitare è la qualità spiccata nelle composizioni, poi viene da chiedersi: se anche fosse stato realizzato un grandissimo disco, al limite della perfezione, sarebbe stato risparmiato dal ciclone di Seattle? La risposta non la conosceremo mai con certezza, ma quando cambia il vento e il music biz si orienta verso un genere, solitamente tutto ciò che c’era prima diventa solo aria pesante da spingere altrove.

Queen of Sheba, brano più lungo dell’intero CD, apre il sipario con un’atmosfera ferrosa e in stile suite, basso martellante, rullante e sparo e chitarre che incidono le casse, la voce della singer entra soave nel tessuto musicale, per poi prendere corpo lungo il timing e salire di tono, cucinando un brano che però non prende il volo, anche per responsabilità di un refrain troppo dispersivo e poco focalizzato: un inizio non certamente prodigioso. Bring Back the Light sgorga come una ballad con tanto di key a intessere, poi il break spezza in due la song, lanciando una pietra hard rock che aveva tutte le intenzioni di assurgere ad anthem da suonare nelle arene americane, sempre più svuotate di fans del genere, con un assolo anfetaminico della sei corde che brilla, mentre il secondo singolo Hitchin' a Ride cattura l’attenzione su sensazioni southern, con una guitar che impone la direzione, sviluppandosi su coordinate dure e aspre e un ritornello che finalmente si può cantare in scioltezza, da parte di chi ascolta. When You See Me Again sfodera inizialmente un bel riff class metal dell’ascia con alcuni arrangiamenti e coralità che richiamano la regina Lee Aaron di Bodyrock, in ogni caso ne viene fuori un bello spaccato di female rock anni 90. Tear Down the Wall, nonostante una produzione eccellente lungo tutto il tragitto del disco, si rivela una canzone sgonfia e senza nerbo. Seducer, altro single edit, parte decisa con alcune percezioni che possono ricordare i grandi Winger, scodellando un chorus piacevolmente radiofonico ma molto semplice nella sua natura, con coralità vestite da echi lontani. Va detto che la voce della singer appare sempre in forma piena, ma qui a convincere poco è proprio la portata della composizione delle tracce, spesso non esaltante e che sa già di ascoltato altrove. La titletrack invece è una bella sventola, cupa il giusto e con gli strumenti in grande spolvero, e la frontwoman che si sbatte parecchio con buoni risultati che portano ad un prodotto finale cromato e dal tiro potente, così come i riff spessissimi della seguente Lion's Den che dà il via ad un brano che se fosse finito nel repertorio di Lee Aaron non ci sarebbe nulla eccepire. In the Shade of the Sun e White Highway sono due belle song estese, con tutte le caratteristiche intrinseche della band, poi New World sigilla la tracklist, sfoderando una ballad armoniosa e toccante, completamente in acustico, che decreta lo stop della release.

When the Blackbird Sings è un buon album di hard rock di inizio anni Novanta, farcito con tutte quelle tipiche proprietà di scrittura e produzione che avevano fatto esplodere universalmente il genere e che ormai, in quella data, erano diventate anacronistiche: una sorta di parata di quello che erano stati quei tempi dorati e che mai più torneranno. In tutta sincerità, questo è un ascolto consigliato solo ai die hard fans della singer lungocrinita americana, un modo per tuffarsi in atmosfere ormai di fine corso, incentrate su un sound possente e lucidato in salsa yankee.



VOTO RECENSORE
70
VOTO LETTORI
80 su 4 voti [ VOTA]
Rob Fleming
Domenica 30 Agosto 2026, 19.27.51
1
Tra i dischi \"inutili\" che ho a casa (anche belli, ma che alla fine non riascolto mai), di questo non me ne separerei mai. Perché mi riporta al periodo in cui scoprii che mi piaceva una certa musica e c\'erano riviste che ne parlavano. MS ne fece una buona recensione e io, trovandolo utra-traforato forse a £ 1.950, me lo portai a casa. In the Shade of the Sun resta, per me, un gran bel pezzo così come New world. Dovrei andarmi a rileggere la recensione, ma mi pare che facesse accostamenti ai Queensyche dell\'epoca. Alzo il voto perché sono un sentimentale 73
INFORMAZIONI
1991
Polydor Records
Hard Rock
Tracklist
1. Queen of Sheba
2. Bring Back the Light
3. Hitchin' a Ride
4. When You See Me Again
5. Tear Down the Wall
6. Seducer
7. When the Blackbird Sings...
8. Lion's Den
9. In the Shade of the Sun
10. White Highway
11. New World
Line Up
Sandi Saraya (Voce)
Tony Rey Bruno (Chitarra, Cori)
Gregg Munier (Tastiera, Cori)
Barry Dunaway (Basso, Cori)
Chuck Bonfante (Batteria)
 
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