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Acid King - Zoroaster
29/08/2026
( 815 letture )
Dopo 31 anni dalla sua uscita, in una visione desertica derivante dal caldo torrido della costa ionica, ci immergiamo nella prima fatica del Re acido, una dose di mescalina lisergica in cui domina un cantato selvaggio e oseremmo dire “Rriooot”, in cui l’urlo primordiale si incrocia con i rimasugli del periodo novantiano, oramai scarico e innocuo. A dominare è la voce di Lori Steinberg, frontwoman di questo agglomerato ferale, che ai tempi si presentava in power trio.

Nella fase seminale della sua formazione, troviamo addirittura l’ex marito della Steinberg, Dale Crover, batterista dei Melvins, che abbandonerà presto la line-up senza alcuna testimonianza del suo passaggio e, se da un lato comprendiamo molte cose sul sound, dall’altra e per il bene del progetto reputiamo sia meglio così.

Zoroaster oscilla tra lenti monoliti psichedelici e tirate stoner. Nella golden age del desert rock, gli Acid King sono fautori di una sperimentazione più pesante e che viene proposto con un’attitudine assolutamente punk, vedendo proprio nella cantante e chitarrista la coriacea punta di diamante, affiancata dal batterista, Joey Osbourne e dal bassista Peter Lucas.

L’unico esempio di stoner doom più lisergico finora è stato presentato dagli Sleep, prima con un tentativo, Volume One, e poi con il loro primo capolavoro Holy Mountain, ma mentre da parte di Cisneros e compagni trovavamo una mancanza di accessibilità che doveva sposare il gusto dell’ascoltatore, le urla e il riffing degli Acid King per quanto disperati in alcuni casi, sembravano volere andare incontro all’ascoltatore, rendendosi accattivanti sin da subito.

Non c’è scampo, a partire dall’abissale Evil Satan, sulfurea e istintiva, per poi attraversare tra vortici di distorsioni bassistiche l’incedere di If I burn, fiutando il blues impregnato nel doom di One Ninety six e sporcandoci di olio di motore in Vertigate #1, in cui lo stoner prende il sopravvento sulla psichedelia e che nella sua coda finale si avvinghia al fuzz monumentale di Tank. Zoroaster è uno dei primi esempi di una formula che nel tempo dominerà quella scena californiana, la psichedelia settantiana sporca e fangosa, accompagnata da distorsioni che non sono di “questa terra”. La sporcizia di Dry Run, fuoriesce dal sudicio grunge tra distorsioni accattivanti e dal cantato trascinato. Non si perde l’anima più atmosferico e blueseggiante di Fruit Cup introdotta da un basso compresso che ci accompagna per due minuti in un interludio strumentale, in una batteria sincopata e su fuzz chitarristici disordinati.

Dopo di essa vi è sicuramente il brano migliore del lotto, Queen of Sickness, in cui gli Acid King alternano inseguimenti stoner a riff taglienti della scuola Iommi. Più cadenzata e cupa Reload, incarna un sound più sludge in cui trovano spazio le influenze dei Melvins, l’incedere ritmico e il cantato sembrano voler proprio richiamare la band di Washington tra feedback e fill batteristici, prima di lasciare spazio alla conclusiva reprise di Vertigate.

L’intera tracklist viene proposta come un unico flusso, lasciando poco stacco tra un brano e l’altro e collegando una traccia all’altra sugli stacchi di batteria.

È uno dei primi vagiti di quello stoner doom che più avanti anche verso il resto del mondo troverà spazio, la peculiarità è sicuramente rappresentata dal cantato femminile e dalla proposta che, almeno per i tempi, risultava innovativa, permettendo agli Acid King di trovare un proprio seguito soprattutto dopo l’uscita di Busse Woods che li consacrerà tra le band culto del genere. A discapito dell’esigua quantità di album usciti nel corso del trentennio, molte band rimangono debitrici del lavoro intrapreso da Lori Steinberg e soci: potremmo parlare dei Boris e degli Electric Wizard anche se quasi contemporanei, ma che mutarono poi verso differenti proposte, ma potremmo citare anche i Windhand che, pur se più raffinati presentano delle affinità con la creatura di San Francisco. Perdura, infatti, la convinzione che senza le sperimentazioni degli Acid King non si potrebbe parlare di alcune sonorità alla stessa maniera, per cui non è una esagerazione definire Zoroaster come un “turning point” per quello che è stata la percezione di questa tipologia di band, che si vanno ad inquadrare nella zona grigia tra underground e mainstream.



VOTO RECENSORE
82
VOTO LETTORI
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MH
Sabato 5 Settembre 2026, 19.30.50
1
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INFORMAZIONI
1995
Sympathy for the Record Industry
Stoner
Tracklist
1. Evil Satan
2. If I burn
3. One-Ninety Six
4. Vertigate
5. Tank
6. Dry Run
7. Fruit Cup
8. Queen of Sickness
9. Reload
10. Vertigate #2
Line Up
Lori Steinber (Voce, Chitarra)
Peter Lucas (Basso)
Joey Osbourne (Batteria)
 
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