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Clutch - Jam Room
27/09/2026
( 1111 letture )
Dopo la pubblicazione di The Elephant Riders nel 1998, i Clutch si trovarono nuovamente davanti ad un bivio. L'esperienza con Columbia Records, che aveva portato la band del Maryland a confrontarsi per la prima volta con le logiche di una major, si era rivelata tutt'altro che semplice e, una volta terminato il lungo tour promozionale, il quartetto si ritrovò di fatto senza un interlocutore realmente interessato a sostenere la propria visione musicale. The Elephant Riders, pubblicato dalla Columbia nell'aprile del 1998, aveva ottenuto una buona risposta commerciale e recensioni generalmente positive, arrivando fino alla posizione numero 104 della Billboard 200, ma la major non sembrava intenzionata ad assecondare la direzione intrapresa dalla band, optando invece per chiudere un rapporto appena iniziato. La band iniziò attivamente a ricercare un nuovo interlocutore, ricevendo sempre proposte non soddisfacenti. Invece di aspettare i tempi e le decisioni di una nuova casa discografica, i Clutch decisero quindi di fare da soli. Nacque così River Road Records, il marchio attraverso cui il quartetto avrebbe iniziato a pubblicare e distribuire autonomamente il proprio materiale, vendendolo direttamente ai concerti e attraverso internet. La scelta si rivelò particolarmente paradossale se si considera che il successore di The Elephant Riders, Jam Room, pubblicato nel 1999, ebbe inizialmente una distribuzione ufficiale limitata al mercato europeo dove i Clutch trovarono una calorosa accoglienza, diventando di fatto un oggetto da importazione proprio per i fan negli Stati Uniti, la patria della band.

È proprio questa condizione di assoluta libertà a rappresentare la chiave di lettura di Jam Room. Liberati dalle aspettative di una major e senza la necessità di confezionare un disco studiato a tavolino per il mercato, i Clutch poterono finalmente registrare la musica nel modo che sembrava loro più naturale: suonando insieme in studio, replicando le condizioni di un concerto dal vivo. Il titolo stesso è una dichiarazione d'intenti e il disco sembra nascere più da una lunga sessione collettiva che da un progetto discografico tradizionale. Registrato nel maggio del 1999 agli Uncle Punchy Studios di Silver Spring, nel Maryland e prodotto dalla stessa band insieme a Larry Packer, Jam Room fotografa un gruppo che decide deliberatamente di abbassare la guardia, rinunciare a qualsiasi sovrastruttura e affidarsi completamente al proprio istinto. L'apertura affidata a Who Wants to Rock? è quasi una provocazione. Poco più di un minuto di riff, batteria e voce, sufficiente per chiarire che qui non ci sono introduzioni solenni né inutili convenevoli: i Clutch hanno semplicemente acceso gli amplificatori e vogliono vedere cosa succede. Big Fat Pig prosegue sulla stessa direttrice, costruendo un groove grasso e sfrontato nel quale il basso di Dan Maines e la batteria di Jean-Paul Gaster diventano il motore principale della macchina. Se nei dischi precedenti il quartetto aveva progressivamente affinato e cesellato il proprio songwriting, in Jam Room sembra invece interessato soprattutto a verificare quanto possa essere potente una band lasciata libera di seguire il proprio istinto. Going to Market e One Eye Dollar sono due brevi esplosioni nelle quali il blues, il boogie e l'hard rock vengono compressi in pochissimi minuti, mentre Raised by Horses allarga finalmente il respiro e permette a Tim Sult di costruire uno dei riff più riconoscibili dell'intero lavoro. È una composizione che sintetizza perfettamente la filosofia del disco: pesante senza essere pachidermica, sporca senza risultare trascurata, immediata ma allo stesso tempo capace di lasciare spazio alla componente improvvisativa. Non è un caso che il basso di Maines e soprattutto la batteria di Gaster assumano un'importanza sempre maggiore, contribuendo a trasformare il tradizionale schema chitarra-basso-batteria in una macchina ritmica dotata di un groove quasi irresistibile, diretto e senza compromessi. A spezzare continuamente il flusso arrivano poi piccoli intermezzi colmi d’ironia come Bertha's Big Back Yard e Super Duper, quasi fossero scherzi registrati durante una pausa della sessione. Sono momenti apparentemente marginali, ma perfettamente coerenti con la natura del disco: Jam Room non vuole essere un album rigoroso, né tantomeno un'esibizione di tecnica. Vuole restituire la sensazione di una band chiusa in sala prove mentre suona per il puro piacere di farlo. La componente giocosa, l'umorismo surreale e la passione per titoli improbabili che hanno sempre accompagnato i Clutch trovano qui terreno fertile, contribuendo a rendere l'intero lavoro volutamente imprevedibile. Gnome Enthusiast porta invece in primo piano quella componente funk e groove che i Clutch avevano già esplorato negli album precedenti, soprattutto in The Elephant Riders, mentre Swamp Boot Upside Down rappresenta uno dei momenti più stranianti del disco. Il brano procede come una lunga cavalcata psichedelica, lasciando che chitarra, basso e batteria si inseguano senza la necessità di arrivare rapidamente ad una destinazione precisa; un girovagare divertito senza meta. È uno degli episodi che meglio spiegano perché Jam Room sia difficilmente riconducibile ad un'unica etichetta: dentro a questa sala ci sono stoner rock, hard rock, blues, funk, psichedelia e persino una certa attitudine punk, ma nessuno di questi elementi riesce davvero ad imporsi sugli altri. Quando arriva Basket of Eggs, il ritmo rallenta ulteriormente e l'atmosfera si fa più cupa e introspettiva. È probabilmente il momento nel quale il disco dimostra di non essere soltanto una scorribanda goliardica. Neil Fallon abbassa i toni e la band costruisce una tensione più contenuta, lasciando emergere un lato oscuro che raramente viene associato all'immagine più scanzonata dei Clutch. Il contrasto con la traccia d'apertura è notevole e conferma ancora una volta quanto il quartetto sappia muoversi con naturalezza tra registri differenti senza perdere la propria identità. Release the Kraken riporta invece il disco su territori più muscolari, con un riff pesante e una struttura che sembra concepita per essere trascinata sul palco. È proprio dal vivo, del resto, che la filosofia di Jam Room trova la sua naturale evoluzione. Le composizioni non sembrano pensate per essere riprodotte meccanicamente nota per nota, ma per diventare materia prima da plasmare durante i concerti, non uno spartito, ma una traccia da seguire ed interpretare. La musica dei Clutch conserva così quella dimensione fisica e sanguigna che aveva caratterizzato gli esordi, ma ora appare molto più sicura dei propri mezzi. A chiudere il lavoro arriva Release the Dub, curiosa rilettura in chiave dub che vede anche la partecipazione ai fiati di Delfeayo Marsalis. È una conclusione perfetta per un album che ha fatto dell'assenza di regole la propria principale regola: dopo aver attraversato hard rock, blues, funk, stoner e psichedelia, i Clutch decidono semplicemente di cambiare ancora una volta direzione, dimostrando quanto poco siano interessati a rispettare i confini dei generi musicali.

Jam Room non possiede la compattezza di Clutch né la ricchezza compositiva di The Elephant Riders e, proprio per questo, rischia di apparire a un primo ascolto come un episodio minore nella discografia del quartetto. In realtà il suo valore risiede soprattutto nella libertà con cui è stato concepito. È il disco nel quale i Clutch smettono definitivamente di preoccuparsi di ciò che un'etichetta discografica potrebbe aspettarsi da loro e iniziano a comportarsi come una band completamente padrona dei propri mezzi. La produzione volutamente asciutta, la durata contenuta e l'alternanza di brani veri e propri, brevi sketch e divagazioni strumentali (in pieno Frank Zappa style) restituiscono l'impressione di assistere ad una lunga sessione di prove trasformata quasi casualmente in un album. Con Jam Room i Clutch non cercano dunque di compiere un ulteriore passo verso il mercato mainstream, né di consolidare le formule sperimentate nei lavori precedenti. Al contrario, fanno un passo indietro verso l'essenza stessa della loro musica: quattro musicisti chiusi in una stanza, amplificatori accesi, riff pesanti e la voglia di vedere dove può portarli una semplice idea. Una sorta di timeout artistico, dove la band si gode il tempo assieme, temporaneamente incurante delle regole del music business. Infatti, già con la pubblicazione del successivo Pure Rock Fury i Clutch firmeranno per Atlantic Records, ma Jam Room non finirà nel dimenticatoio, acquisendo lo stato di opera cult e venendo ristampato nel 2004 da Megaforce con l’aggiunta di alcune bonus tracks. Questo a testimoniare come Jam Room sia un unicum nella discografia della band: è un album più libero, sporco e imprevedibile rispetto ai suoi predecessori, nel quale il groove diventa il vero protagonista e la componente improvvisativa acquista un peso mai avuto prima. Un lavoro apparentemente anarchico, ma in realtà fondamentale per comprendere l'evoluzione dei Clutch. Dietro quella patina scanzonata e quel continuo senso di jam session si intravede la band che, negli anni successivi, avrebbe trovato una nuova maturità e trasformato il proprio amore per il groove e una musicalità libera da vincoli in uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili del rock americano.



VOTO RECENSORE
75
VOTO LETTORI
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INFORMAZIONI
1999
River Road Records
Stoner
Tracklist
1. Who Wants to Rock?
2. Big Fat Pig
3. Going to Market
4. One Eye Dollar
5. Raised by Horses
6. Bertha's Big Back Yard
7. Gnome Enthusiast
8. Swamp Boot Upside Down
9. Basket of Eggs
10. Release the Kraken
11. Super Duper
12. Release the Dub
Line Up
Neil Fallon (Voce, Chitarra, Tastiera)
Tim Sult (Chitarra)
Dan Maines (Basso)
Jean-Paul Gaster (Batteria)
 
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