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17/11/26
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VADE ARATRO - Seminare piste morte
29/10/2026 (139 letture)
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Album numero quattro degli alfieri (ed unici esponenti) dell'heavy metal agreste, I Racconti del Macero segna una svolta nella discografia dei Vade Aratro: la band mette parzialmente in secondo piano le abituali tematiche rurali in favore di un inedito registro biografico. Un racconto sull'adolescenza, allo stesso tempo fittizio, reale, specifico ed universale, messo in musica con il particolarissimo stile del gruppo. Ne abbiamo parlato con il leader Marcello Magoni in un'intervista a dir poco fluviale, la quale ci ha permesso di toccare diversi temi... e al loquace musicista di mettere anche i puntini sulle i.
Griso: Vorrei iniziare con una domanda che mi sono posto mentre ascoltavo il disco. Quanto c'è di vero, di biografico, nei testi? Marcello Magoni: È una domanda che mi fanno spesso, e la prima risposta che mi piace dare è: cosa cambia? Però capisco la curiosità morbosa, e penso che chiederei anch'io la stessa cosa. Al di là della battuta, direi che c'è tantissimo di vero, fino a un livello quasi cronachistico, e c'è tantissimo di inventato. Se vai al cimitero vecchio di Amola, la località dove abitavo, e guardi le lapidi, vedrai circa l'80% dei nomi citati nella canzone Il Recinto dei Morti. Gli altri sono quelli di nostre nonne o parenti. Da questo punto di vista, il legame diretto con l'esperienza reale e col territorio c'è. Si tratta di una storia fantastica, ma che ho ambientato in uno scenario basato sui posti che conosco.
Griso: E che mi dici del ragazzo con la giacca rossa? Marcello Magoni: Questa canzone ha toccato parecchie persone. Diversi ascoltatori mi hanno raccontato una loro esperienza simile, parlato di un loro compagno di classe, conoscente o amico che ha fatto una fine del genere. Questo mi ha molto colpito. Un ragazzo del Friuli mi ha addirittura raccontato che vide lui stesso la macchina parcheggiata a bordo dell'argine, e che il ragazzo si era buttato in acqua con i sassi in tasca, proprio come nella canzone. Mi viene la pelle d'oca a pensarci, sono coincidenze incredibili. Per quel che mi riguarda, credo di aver messo in quel testo diversi elementi. Noi abbiamo avuto un lutto nella nostra compagnia, un ragazzo che però morì un incidente di moto. Un altro ragazzo che veniva a scuola con noi, ma che io non conoscevo, si sparò. Tutti i dettagli del brano sono inventati, ma si basano su fatti vissuti. Il ragazzo con la giacca rossa non è una persona vera, e allo stesso tempo è tutte le persone vere che abbiamo conosciuto.
Griso: Queste vicende personali sono dunque allo stesso tempo anche universali. Come lo spieghi? Marcello Magoni: Sono molto contento di vedere che questa specificità fittizia si è riverberata in una realtà di esperienze comuni. Temevo davvero che questo disco fosse troppo ombelicale, troppo autoreferenziale. Io sto qui a raccontare le storie di me adolescente, per di più in buona parte inventate: come posso pretendere che questo interessi a qualcuno? Invece ho notato che, quando si tocca quel periodo di passaggio che è l'adolescenza, ognuno può fare un legame con la sua esperienza personale. E secondo me, questo è ancora più vero per noi metallari.
Griso: Come mai? Marcello Magoni: Perché facciamo dei dischi che compriamo i mattoni della nostra identità. Ogni disco è una tessera di mosaico che definisce chi siamo, a maggior ragione in un periodo in cui le tessere le sceglievi una a una. Gli album che componevano la tua discografia erano come dei trofei di caccia. Mettevi alle pareti le teste dei dischi che avevi comprato come se fossero delle prede cacciate. Così come le magliette, le toppe, i loghi che ti scrivevi addosso erano trofei di guerra. Noi che abbiamo così fuso la musica con la nostra identità siamo particolarmente sensibili a questa fase della vita. Per cui vedo che aver ambientato la vicenda in quel periodo storico funziona. Non per forza il 1996, ma l'adolescenza in senso lato. Ho scelto questa data perché all'epoca avevo 17 anni e chi ci ascolta ha più o meno la nostra età. Poi non so che effetto abbia sulle persone più giovani.
Griso: Io sono cresciuto in un altro paese, in un altro contesto, e nel 1996 avevo un anno. Eppure, allo stesso tempo, alcuni passaggi del disco mi hanno effettivamente fatto pensare alla mia adolescenza... Marcello Magoni: Nel disco parliamo del macero, ma per altri poteva essere la piazzetta, il bar, il muretto, il campetto da basket,... Quello che conta è l'elemento simbolico, e l'intento era esattamente quello di fare un album apparentemente frivolo e superficiale. Nei nostri dischi precedenti andavamo a toccare soggetti più evocativi e pomposi, come i grandi miti, il rapporto dell'uomo con la natura, l'agricoltura,... come se questo ci ammantasse di una nobiltà di temi che desse immediatamente peso a quello che dicevamo.
È la stessa cosa per i gruppi che scomodano l'occultismo o che fanno un concept su un personaggio famoso. Ti vai ad aggrappare a qualcosa che è già grande di suo per poter vivere di luce riflessa o gonfiare con il lavoro di altri una cosa tua. Qui, al contrario, abbiamo fatto un disco veramente terra a terra. Allo stesso tempo però, I Racconti del Macero è probabilmente il lavoro simbolicamente più profondo e complesso di tutta la nostra discografia. Si tratta di un elemento che c'è sempre stato, molto più di quanto sembri, anche se noi veniamo fraintesi in continuazione.
Griso: Perché? Marcello Magoni: Ci etichettano spesso come gruppo demenziale. Dici Vade Aratro heavy metal agreste e la gente pensa ai contadini con la camicia a scacchi e il cappello di paglia sul trattore che si bevono un fiasco di vino. È un'immagine molto caciarona, goliardica, festosa... Per carità, è una dimensione che in parte ci può essere, però sono tutte interpretazioni che mancano il bersaglio.
Griso: E quale sarebbe, questo bersaglio? Marcello Magoni: Alla base di tutto c'è una componente archetipale simbolica molto forte, della quale noi siamo molto consapevoli, ci tengo a sottolinearlo. Poi il fraintendimento è dietro l'angolo, e ben venga, perché può garantire ad un'opera il suo successo e la sua capacità a vivere nel tempo. Però ogni elemento del disco, ogni dettaglio della grafica, dei titoli, dei temi, delle parole, non è a caso.
Griso: Puoi fare un esempio? Marcello Magoni: Partiamo dall'esempio più basilare, il macero. La prima fase del processo alchemico prevede la morte, la putrefazione, il decadimento, seguita da un momento di fermentazione o di trasformazione, seguito a sua volta dalla rinascita in una forma nuova. È la descrizione dei processi di produzione di quasi tutte le cose, non ultima la canapa di cui parla il brano omonimo. Questa viene raccolta, decapitata, ammassata, annegata, fatta marcire, poi macerare, e infine trasformata in una fibra tessile bianca e robusta, pronta ad assumere nuove forme: vele, corde, lenzuola. Si tratta dunque di un archetipo molto esplicito, ma anche molto potente.
Cosa succede quando vai a trattare questo genere di temi? Semini delle piste morte. Ce ne sono in tutti i testi ermetici. Il racconto dei ragazzi che vanno a fumare la canapa al macero ne è un esempio. È una prima interpretazione immediata. Le canne del macero e le canne che si fumano i ragazzi... E qui qualcuno potrebbe dire “ah, ecco i quei goliardi Vade Aratro col fiasco di vino sul trattore cosa ci volevano dire”. Sì, okay, può bastare anche questo, funziona ugualmente, però c'è altro, e non è lì per caso. Sono un po' in imbarazzo nel parlare di queste cose, perché mi rendo conto che non puoi seminare piste nascoste e poi dire come trovarle. Ho lasciato diversi indizi, poi forse qualcuno prima o poi se ne accorgerà.
Griso: D'altro canto, l'album è anche piuttosto immediato, una volta passato l'effetto sorpresa... Marcello Magoni: Volevamo che il disco avesse diversi piani di lettura, ma che fosse anche immediatamente piacevole e fruibile. Più ancora dei lavori precedenti, è un album facile da ascoltare. È molto esigente nei confronti dell'ascoltatore, ma ha comunque delle generosità nei suoi confronti; ti dà il dolcetto subito, per così dire. È accattivante, ha delle melodie facili, delle progressioni di accordi familiari. Che poi vengono mutilate, rivoltate, però gli ingredienti sono quelli, proprio per innescare quella connessione di cui parlavamo prima. L'archetipo dello specchio, dello specchiarsi e quindi del riconoscersi con l'altro, è il perno su cui ruota tutto il disco. La copertina stessa è uno specchio. Tra l'altro, quello che sembra un fotomontaggio è una foto vera...
Griso: Volevo proprio chiederti come avete realizzato la copertina. Puoi spiegarmelo? Marcello Magoni: Fuori dalla mia finestra, a un metro di distanza, c'è il nostro aratro, che portiamo sul palco quando suoniamo nella zona. Il bel macero che figura sulla copertina si trova invece a meno di un chilometro da qui, e appartiene ad una famiglia che conosciamo. Un nostro altro amico ha fornito la gru, con la quale abbiamo sospeso l'aratro sullo stagno, e poi lo abbiamo fotografato. In seguito, ho cancellato le cinghie con Photoshop. Quella che sembra un'immagine fatta con l'intelligenza artificiale, quindi totalmente finta, è invece uno scatto vero. Il riflesso è vero, il macero è vero. Ci tenevamo ad utilizzare delle fotografie per restituire quel senso di realtà, di concretezza e di adesione al reale.
Griso: Ho visto sui vostri profili social che i brani del disco erano già pronti nel 2021. Perché ci è voluto così tanto per pubblicarli, e perché passa così tanto tempo tra un vostro album e il seguente? Marcello Magoni: Guarda, in realtà me lo chiedo anch'io, gli anni scivolano tra le dita senza che te ne rendi conto. Si viene sopraffatti dalla quotidianità, occupati da progetti altrui, che pensi di realizzare in un attimo, e invece sono già passati mesi. Poi il fatto che gestiamo tutto in autonomia, che facciamo tutto qua, sicuramente ha un'influenza. Io poi io farei un disco all'anno, perché il materiale ci sarebbe. Nella mia testa ci sono almeno altri tre album già abbastanza impostati.
Griso: E con questi prossimi dischi tornerete ad affrontare temi più generali, come nei primi album, o I Racconti del Macero ha rappresentato una svolta? Marcello Magoni: Credo che questo qui sia abbastanza un unicum. Pensa che quando iniziai a lavorarci mi immaginavo più un EP che un album completo. Poi col tempo le idee si sono accumulate, e mi sono reso conto che durava già tre quarti d'ora. Però era nato come una cosa rapida, da fare prima di un disco vero. Avevamo anche un po' la paura di uscire dal seminato, per rimanere in tema agreste. Invece, man mano che ci lavoravo, mi rendevo conto che era molto coerente con quello che avevamo fatto in precedenza e con quello che volevo dire.
Griso: Il disco è uscito da un po' di mesi. A voi piace ancora, siete ancora soddisfatti? Marcello Magoni: Sì, siamo tuttora estremamente entusiasti del disco. Pensa che ogni tanto ci facciamo persino i complimenti da soli, sembriamo dei sedicenni che hanno registrato il loro primo demo su cassetta e si dicono “che figata, sono io!”. Più seriamente, ho sempre avuto molto pudore nel far ascoltare le mie cose. Se invece adesso qualcuno si sente questo disco qua, la cosa non mi turba più.
Poi chiaro, le canzoni ci escono dalle orecchie, visto che le suoniamo da cinque anni, ma sono ancora fresche. Quando ho ascoltato il disco finito, ho pensato che era troppo frenetico, troppo fitto, che mancasse di respiro. Ma è pregno di una fotta adolescenziale che mi fa piacere scoprire di avere a quasi 50 anni. La nostra fortuna è di non aver mai avuto nessun tipo di successo, ed è proprio questo che ci ha lasciato questa fame, quest'urgenza. Una soddisfazione così duratura e profonda non c'era mai capitata, anche perché l'album suona bene. Posso aprire una piccola parentesi?
Griso: Certamente. Marcello Magoni: I commenti sotto la recensione mi sono piaciuti un sacco. Sono rimasto sbalordito! Intanto di essere oggetto di un dibattito, il che significa esistere nell'immaginario collettivo. Mi sono detto “wow c'è gente che si sta scambiando ipotesi contrastanti sul nostro disco, su di noi!”. Poi c'è chi si ferma alla parte goliardica, chi ci colloca in una cornice che probabilmente non è quella che pensiamo ci appartenga, anche se poi uno sente quello che crede.
Griso: Anche la questione della resa sonora è stata alquanto dibattuta. Che reazione ti ha suscitato? Marcello Magoni: La cosa che mi ha colpito è la questione della batteria, che secondo qualcuno suona finta, come una drum machine. Il disco è attaccabilissimo, per carità. È una roba che non hai mai sentito, con un'identità forte che può benissimo non piacere. Puoi dire veramente di tutto, però che la batteria suona finta... Mi viene da chiedermi, che cosa siamo abituati ad ascoltare? Con quali dischi ti sei innamorato del metal? Se prendi una produzione thrash moderna, trovi una batteria dalla dinamica molto schiacciata, con cassa e rullante che hanno l'effetto della musica da discoteca. Però se vai ad ascoltare un disco metal degli anni '80, non è così. Se senti gli Slayer, la batteria non suona così.
O anche questo aggrapparsi al dire “non sono originali perché mio zio nel 1980 ha fatto una canzone su una letamaia, e quindi questi non hanno inventato niente”. Il gioco non è necessariamente aver inventato qualcosa, ma lo dico al di fuori di ogni falsa modestia, credo che l'esperienza Vade Aratro abbia creato qualcosa che nessuno in Italia ha fatto prima. Già solo il fatto di utilizzare l'italiano nel metal in una maniera che non faccia scappare da ridere. Spesso dico che non si tratta di metal in italiano, ma di musica italiana metal, capisci cosa intendo? Un prodotto originale di per sé, che non fa nessun altro. Può piacere, può non piacere, ma oggettivamente è una cosa che facciamo solo noi.
Griso: Hai detto più volte che la vostra musica è stata fraintesa, a partire dal vostro nome, che mi sembra susciti spesso battutine varie. È una cosa che vi disturba, o che posteriormente vi avrebbe spinto a sceglierne un altro? Marcello Magoni: No, non è un problema. L'automatismo della risata di fronte qualcosa che sul momento ci mette in difficoltà, ci disturba o suona diverso esiste in tanti aspetti della realtà. Non mi dà più fastidio, però lo rilevo, tutte le volte. Può anche essere la prima reazione, poi uno ci ripensa.
Griso: Ne approfitto per chiederti, da dove viene il vostro nome? Marcello Magoni: Quando suonammo la prima volta non avevamo ancora un nome. Annunciavamo Aratro, che era il primo brano. Un nostro amico per ridere disse “Vade Aratro, Satana!”. Sul momento ci ho riso su, poi la cosa mi ha fatto riflettere. All'epoca insegnavo, allora ho chiesto ad un collega di latino se “Vade Aratro” volesse dire qualcosa. Mi disse di no, aggiungendo però che non si sarebbe stupito se questa locuzione fosse stata utilizzata in qualche contesto, dato che per mille anni si è usato il latino in maniera abbastanza flessibile, declinandolo a seconda delle situazioni, dei contesti o dell'ignoranza locale. A maggior ragione in una generica antichità rurale, lontana quindi dai centri della cultura ufficiale e dalle forme standard della lingua; quindi, tutto sommato, Vade Aratro poteva funzionare.
Griso: Avrei un'ultima domanda, che in verità avrebbe potuto anche essere la prima: da dove viene quest'idea dell'heavy metal agreste? Marcello Magoni: Quando ho fondato i Vade Aratro, nel 2006, avevo già maturato un'idea abbastanza chiara di dove volevo andare a parare, tanto sul piano estetico che delle tematiche. Mi sembrava che nei gruppi dove suonavo prima mancasse qualcosa. Prima di tutto sentivo il bisogno di cantare in italiano, perché volevo raccontare delle storie, basate sulle cose che leggevo all'epoca e che mi interessavano: l'antropologia culturale, la mitologia, i riti, i miti. Ho avvertito la necessità di parlare dei parallelismi che vedevo tra quanto leggevo e ciò che sperimentavo in prima persona. La mia esperienza è quella della campagna, come punto di vista, come metafora del mondo. Poi ovviamente il nostro scopo non è parlare della coltivazione delle patate, dell'erpice o delle tecnologie agricole. È un pretesto per descrivere il mondo e l'uomo. È un mezzo, non il fine. Però sono metafore talmente potenti, radicate ed efficaci che mi sembrava inevitabile parlarne.
E poi mi sembra sensato, è una cosa di cui non mi vergogno. Se suonassi in un gruppo viking metal, a un certo punto mi sarei vergognato. Te la racconti fra i tuoi amici con le rune tatuate, ma poi quando devi raccontare cosa fai, hai voglia a parlare di Odino... è un po' imbarazzante. Se invece parlo della pianta di pomodoro che cresce nel mio orto e di come in essa ho visto una metafora del mio rapporto con le persone, ecco, forse è più interessante.
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Interessante anche la risposta all\'ultima domanda, e del tutto condivisibile l\'ultimo paragrafo. |
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Anch\'io son rimasto colpito dall\'intervista! Bravo Marcello, come si capisce dando la giusta attenzione al disco (musica, testi e grafica) siamo davanti ad un prodotto ben ponderato e profondo, stratificato, che va al di là di etichette e semplificazioni; c\'è un\'urgenza di cose da dire che si traduce su tutti i piani: lirico, musicale, interpretativo...e pure nell\'intervista vulcanica! Interessanti gli aneddoti e ancora di più il fatto che ci siano già musiche in testa per tanto altro materiale. E allora suggerisco a Marcello, dato che ci sta leggendo, di cercare di mettere insieme il meglio di quello che ha per dare più organicità al tutto, e di curare meglio le piccole sbavature nelle prestazioni delle registrazioni (soprattutto vocali) per offrire un prodotto inattaccabile sotto il profilo esecutivo -tecnico. Una collaborazione con una figura professionale a livello produttivo potrebbe dare dei risultati elevati, senza snaturare le caratteristiche della proposta. Tornando all\'intervista mi sarebbe piaciuto avere delucidazioni ulteriori sulla registrazione del disco e sulla loro visione di questo aspetto. Spero un giorno di riuscire a vedervi dal vivo! Intanto ho supportato la loro musica. Complimenti! |
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Bella intervista, d\'altronde che il tipo abbia cose da dire e che gli piaccia raccontare e parlare lo si capisce anche dall\'album. Interessante il discorso delle \"piste nascoste\", ci farò più attenzione al prossimo ascolto e anche per il Vomere di Bronzo. Anche la definizione di \"musica italiana metal\" è calzante , perché in effetti più che metal cantato in italiano sembra un cantautorato metal. |
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