|
|
17/11/26
KAMELOT + EXIT EDEN + TEMPERANCE
LIVE CLUB - TREZZO SULL\'ADDA (MI)
|
|
HANGARVAIN - Musica come benedizione
22/03/2026 (676 letture)
|
Questa intervista è realizzata in occasione dell’uscita recente del documentario della band, Keep On Losing Control – Dieci anni di vita rock’n’roll, con la regia di Salvatore De Chiara, e della loro partecipazione al Metal Gathering, in programma venerdì 6 marzo alle porte della capitale: un momento simbolico per guardarsi indietro senza nostalgia e avanti senza paura. A rispondere alle nostre domande è Alessandro, chitarrista, autore e produttore del progetto, mente lucida e cuore pulsante di una macchina che, nonostante le tempeste, non ha mai smesso di correre.
Emiliano: Dopo la produzione del documentario, se doveste guardarvi dall’esterno come semplici spettatori, qual è la verità sugli Hangarvain che secondo voi emerge con più forza e quale, invece, sentite che resta ancora invisibile? Alessandro Liccardo: Credo che gli Hangarvain siano sempre stati una famiglia allargata molto più che una band in senso stretto. Io e Sergio abbiamo fondato e portato avanti il progetto attraverso fasi diverse, adattandoci di volta in volta a contesti ed opportunità, ma mantenendo sempre fede alla nostra passione infinita per la musica. Il nostro rapporto di amicizia fraterna va al di là del progetto Hangarvain, ma paradossalmente la band è diventata il ripetitore di questa relazione che ha coinvolto tantissime persone… tutti i musicisti che hanno suonato o che fanno parte oggi della band sono parte della famiglia, ma allo stesso tempo lo sono le persone che con noi hanno vissuto da spettatori partecipi, una storia partita dalla periferia, senza una bussola, ma che ci ha permesso di toglierci soddisfazioni pazzesche. Questo credo sia la verità sugli Hangarvain, una grande famiglia che si emoziona ancora dopo tanti anni, vivendo insieme esperienze e la grande passione per la musica.
Emiliano: Essere una rock band nata a Napoli significa confrontarsi con un’identità sonora forte e radicata. Al di là degli stereotipi, in che modo la vostra napoletanità entra nella vostra musica, influenzandone il suono? E in quale vostro disco, secondo voi, questo aspetto risulta più evidente? Napoli è una città che mette continuamente alla prova, tra contraddizioni e bellezza estrema. Quanto questo dualismo tra luce e ombra si riflette nella vostra scrittura? Alessandro Liccardo: Napoli è una matrice culturale potentissima, non influenza solo la nostra musica, ma il nostro modo di stare al mondo. Credo che il nostro show, la potenza comunicativa di Sergio, il carisma e la capacità di coinvolgere il pubblico, nascano dall’imprinting culturale che abbiamo. Noi oltre che Napoletani, siamo Vesuviani, cresciuti alle pendici di un vulcano, e forse per questo abituati a vivere ogni esperienza e incontro dando il duecento per cento, perché oggi siamo qui a godere della vita, domani chi sa. Crescere in un posto del genere ha rappresentato un vantaggio in termini di capacità espressiva, ma anche un grande problema all’inizio a causa della perifericità e talvolta del provincialismo circostante. È difficile essere una band che sogna di crescere a livello internazionale, in un contesto che non ti offre modelli da seguire, devi fare molti tentativi, moltissimi errori, e questo genera squilibri che senza dubbio trovano spazio nella nostra produzione.
Emiliano: In Déka attraversate territori che spaziano dal blues più viscerale a suggestioni soul e southern, evitando di restare incasellati in una sola definizione. Questa libertà nasce da un’evoluzione naturale del vostro suono oppure da una scelta precisa di superare i confini di genere e raccontare una maturità diversa rispetto agli inizi? Alessandro Liccardo: Déka è un disco collage perché mette insieme cinque pezzi nuovi che rappresentano l’evoluzione dei nostri gusti e ascolti di oggi, con cinque pezzi del nostro repertorio che abbiamo reinterpretato alla luce della maturazione che abbiamo vissuto come esseri umani prima che come musicisti. È stato un disco arrivato in un momento delicato, perché venivamo da Soul Desire, prodotto a Los Angeles da Fabrizio Grossi, e dal successivo tour, che ci aveva lasciati a pezzi come band. La pandemia è stato un momento che ci ha veramente messo alla prova rischiando di far spegnere definitivamente la macchina Hangarvain, e il precedente è stato un disco faticoso e sofferto che ha lasciato ferite su di noi. Con Déka avevamo bisogno di tornare a divertirci, a jammare e lasciare che la musica fluisse molto naturalmente. I nuovi pezzi sono nati così, in maniera molto veloce, e li abbiamo arrangiati suonando insieme in sala prove, come probabilmente non avevamo mai fatto nei dischi precedenti dove invece la componente di pre-produzione è sempre stata più rilevante.
Emiliano: Avete aperto concerti per artisti di grande prestigio e calcato palchi molto importanti. Qual è stato il momento in cui avete capito di essere diventati una realtà con un’identità riconoscibile e abbastanza solida da non lasciarvi più intimorire dal confronto con nomi storici? Alessandro Liccardo: Dopo il primo disco, Best Ride Horse del 2014, che aveva rappresentato un vero e proprio esperimento per capire se potevamo fare quello che sognavamo, col disco del 2016, Freaks, si sono aperte grandissime porte ed opportunità in Italia e all’estero. Quell’anno abbiamo fatto oltre cento concerti ed è stata la vera presa di consapevolezza che non era un sogno, ma potevamo giocare con convinzione nella categoria dove sognavamo di essere. Quell’anno ci sono stati molti concerti con artisti di fama mondiale, ma probabilmente i due momenti più rilevanti sono stati il grande show insieme agli Skillet dove per la prima volta abbiamo suonato davanti a migliaia e migliaia di persone conquistandone il cuore, ed il tour di spalla agli L.A. Guns che ci ha insegnato tantissimo vivendo tanti giorni fianco a fianco con delle leggende del rock che ci hanno accolti e supportati come fratelli minori.
Emiliano: Suonare all’estero cambia la percezione di sé. C’è stato un episodio fuori dall’Italia in cui vi siete sentiti completamente fuori contesto oppure, al contrario, sorprendentemente a casa? Dal punto di vista professionale, ci sono aspetti del sistema musicale italiano che oggi non sopportate più e che vorreste cambiare radicalmente? Alessandro Liccardo: Abbiamo avuto la fortuna di suonare in tutta Europa, in piccoli club, grandi teatri, festival giganti e venue leggendarie, e più recentemente in Giappone. Ogni posto ha le sue caratteristiche peculiari, un mood specifico che rende l’esperienza sempre nuova e avvincente. Però la verità è che quando saliamo sul palco, ci sentiamo sempre a casa, a Londra come a Tokyo come a Napoli, non ci sono differenze perché sappiamo sempre esattamente cosa fare, dare il massimo dal primo secondo del concerto fino alla fine, senza alzare mai il piede dall’acceleratore. E il pubblico questo lo percepisce, indipendentemente dalla latitudine o dal fusorario… Venendo all’Italia come sistema musicale, ovviamente risente di criticità strutturali che sono profonde e radicate. Come artista rock, forse il problema principale che noto è la generale disattenzione verso la scena indipendente, ovvero la percezione che hanno molte persone che tutto ciò che non è mainstream è amatoriale. Io vivo ogni giorno la scena indipendente in Italia e all’estero, non sogno di diventare mainstream, difendo la mia indipendenza, la mia libertà e porto avanti il mio lavoro musicale con passione, competenza e determinazione. Questo nei paesi anglosassoni è molto più comprensibile perché c’è una scena underground che ha una sua dignità riconosciuta dal pubblico. In Italia se non vai a Sanremo continueranno a chiederti qual è il tuo lavoro a parte la musica…
Emiliano: Il rock viene spesso raccontato come passione e istinto. Nel vostro percorso, quanto conta invece la disciplina? Quanto lavoro invisibile sostiene quella che il pubblico percepisce come energia spontanea? Alessandro Liccardo: L’energia è una conseguenza della pratica, delle motivazioni, dell’attenzione e cura ai dettagli. Se l’approccio non è professionale, il risultato è casuale, tendenzialmente caotico. Questa cosa la impari quando dividi il palco con i grandi artisti. Abbiamo avuto la fortuna di guardare da dietro le quinte show colossali, penso giusto per fare un esempio, agli Slipknot con i quali abbiamo suonato insieme qualche anno fa all’Hills of Rock Festival in Bulgaria, e anche lì dove tutto sembra così selvaggio e furioso, il livello di professionalità e controllo è totale. La spontaneità è nelle emozioni che provi e che ogni volta si rinnovano e si alimentano dagli incontri e dalle esperienze, ma per essere competitivi nel mondo della musica devi sapere dove mettere le mani e come fare, non ci si improvvisa.
Emiliano: Tra le vostre esperienze live più intense, qual è stata la situazione più imprevedibile che vi ha costretto a reagire come gruppo? Che cosa vi ha insegnato sulla vostra coesione? Alessandro Liccardo: Guarda, ci sono moltissimi aneddoti al riguardo, ma ti cito il più recente. La settimana scorsa sapevamo di avere dieci giorni di tempo prima del prossimo concerto ed eravamo rilassati nelle nostre cose ordinarie di lavoro, quando martedì pomeriggio è arrivata la notizia che dopo 48 ore avremmo aperto il concerto di Adrian Smith degli Iron Maiden e Richie Kotzen a Milano. È stato letteralmente un delirio organizzare tutto per tempo, gestire la vita personale, risolvere problemi apparentemente insormontabili come per esempio il fatto che Walter, il nostro batterista, non sarebbe stato disponibile… Abbiamo fatto letteralmente un miracolo per far funzionare tutto, anche grazie all’aiuto del nostro vecchio drummer Simone Crimi, e in poche ore abbiamo organizzato uno show con un repertorio adatto all’occasione. Giovedì sera eravamo sul palco del Live Club di Trezzo sull’Adda, davanti a quasi duemila persone che cantavano con noi a squarciagola i nostri pezzi. Io e Sergio ci siamo guardati mentre tutto questo succedeva, e in quell’istante abbiamo avuto ancora la dimostrazione che tutto è possibile se c’è gioco di squadra e determinazione.
Emiliano: In un’epoca in cui l’industria musicale è frammentata e orientata alla velocità, avete costruito con pazienza anche un percorso internazionale. Qual è stato il rischio più grande che avete corso per restare fedeli alla vostra visione? Alessandro Liccardo: I rischi sono soprattutto personali perché quando parti per un mese di tour, la vita a casa non sempre ti aspetta. Devi fare delle scelte, devi rinunciare a tante cose e chiedere alle persone attorno a te di capire e appoggiarti, oppure fare quello in cui credi andando contro tutto e tutti. Non è facile, molte cose le perdi e questo lascia segni profondi sul carattere, nelle relazioni, nel nostro modo di pensare alla vita. Ma siamo nati sul palco, la nostra vita è nella musica, e il prezzo è commisurato alle emozioni e alle esperienze che tutto questo ci da indietro.
Emiliano: Se oggi poteste parlare agli Hangarvain degli inizi, quelli che sognavano i palchi esteri e le grandi aperture, che cosa direste loro? Di insistere, di cambiare qualcosa o di prepararsi a un tipo di sacrificio che allora non immaginavano? Alessandro Liccardo: Due mesi fa eravamo in tour in Giappone. La settimana scorsa abbiamo aperto il concerto di due degli artisti che ci hanno ispirato di più da adolescenti, che ci hanno fatto imbracciare uno strumento e convinto a scrivere canzoni. Tra pochi giorni saremo in tour italiano. Agli Hangarvain degli inizi potremmo solo dire di stare tranquilli e andare avanti, sarà dura e spesso scura come la notte, ma andrà tutto dannatamente bene.
Emiliano: Vi ho visti per la prima volta al Jailbreak di Roma nel 2015 e rimasi colpito dalla vostra essenza, dal suono già maturo e da uno stile che non vi ha mai abbandonato. Ripensando alla vostra storia, che ho apprezzato molto anche nel documentario, tutto sembra partire più o meno da lì. Poi ci siamo ritrovati a un vostro festival a Pozzuoli e ho percepito una crescita evidente in termini di band, suono e contesto. In quali aspetti notate oggi una maggiore esperienza e sicurezza e in quale fase del vostro percorso vi sentite di essere? Alessandro Liccardo: Oggi stiamo vivendo una fase di serenità. Siamo meno ansiosi di dimostrare quanto valiamo, meno alla rincorsa del nostro spazio nel Mondo. Siamo persone adulte che vivono la loro vita e la musica come una benedizione, che si godono il viaggio, le emozioni e gli incontri che arrivano, provando a restare fedeli alla passione che ci ha mossi da sempre. Quello resta il motore di tutto, che ci fa accettare le difficoltà e a volte gli insuccessi. Ma continuare a fare la nostra musica, condividere con le persone che provano le nostre stesse emozioni, è una sensazione impagabile che ci rende molto più sicuri nell’esplorare anche strade compositive o stilistiche magari diverse rispetto all’inizio. Siamo innamorati della musica e ci evolviamo ogni giorno come ascoltatori prima che come produttori di musica, dunque questo influenza quello che scriviamo e come lo eseguiamo. Ma in questa fase ci piace goderci il viaggio, senza pregiudizi, e vedere dove ci porterà in futuro.
Emiliano: Guardando al vostro prossimo disco, quale aspetto del suono vorreste esplorare o spingere oltre rispetto a quanto fatto finora? Alessandro Liccardo: Abbiamo iniziato con Déka uno spostamento verso sonorità più hard blues e questo sicuramente continuerà nel prossimo lavoro che sarà un ep. In questo momento cerchiamo una forma anche live che ci possa dare maggiore libertà rispetto all’avere dei brani completamente preconfezionati, dunque in fase compositiva stiamo lavorando per avere dei momenti nel repertorio che ci permettano di improvvisare di più e rendere ogni concerto unico e irripetibile. Tra poco uscirà il primo singolo del nuovo lavoro, ci siamo quasi, la direzione ci piace moltissimo ma lasciamo che siate voi a giudicare il risultato. Ovviamente, sarà 100% Hangarvain style, nessun dubbio su questo.
Emiliano: Quando pensate alla fase di produzione in studio del vostro ipotetico prossimo lavoro, ci sono tecniche, strumenti o approcci (analogici, digitali, mixing particolare) che desiderate provare per dare una nuova impronta al vostro progetto musicale? Alessandro Liccardo: Nel disco precedente molto è stato suonato in presa diretta insieme da tutta la band, ma col nuovo lavoro torneremo ad un approccio di produzione più strutturato, ma non cerebrale o intellettuale. La mia idea è avere una serie di pezzi che suonino diretti e radicali, sia come approccio di arrangiamento che timbrico. Parlando di strumenti e approcci, la produzione si sta svolgendo prevalentemente nel mio studio dove l’approccio è molto analogico, tra pre Neve e mix su SSL… Una chicca per gli amanti delle chitarre: in questo nuovo lavoro ci sono ovviamente tutte le mie Sondelli Guitars signature di ispirazione fenderiana, ma dopo qualche anno sono tornato a usare anche le Les Paul che probabilmente ricompariranno anche nei prossimi concerti live… Sarà una figata, vedrete!
Un ringraziamento speciale a Sergio “Toledo” Mosca e a Alessandro Liccardo per la disponibilità e la cortesia dimostrate nel corso dell’intervista.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
RECENSIONI |
 |
|
|
|
|
ARTICOLI |
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
| |
|
|
|