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17/11/26
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Plini - An Unnameable Desire
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14/06/2026
( 1981 letture )
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C'è un momento, verso la metà di Ciel, terza traccia di An Unnameable Desire, in cui la chitarra di Plini lascia il passo a un assolo di Jakub Żytecki che sembra cadere dall'alto come luce filtrata attraverso il vetro. È uno di quei passaggi che ti fermano, che ti obbligano a ricominciare da capo. È anche il momento in cui questo album mostra più chiaramente la propria grammatica: musica che non ha bisogno di parole per farsi sentire, e che da questa assenza ha costruito il proprio linguaggio.
Plini Roessler-Holgate -chitarrista, compositore e produttore australiano- torna con il suo terzo album in studio a sei anni di distanza da Impulse Voices (2020), e lo fa con un progetto che sembra voler sistematicamente demolire i propri limiti precedenti. L'intenzione dichiarata dallo stesso Plini era quella di spingere ogni elemento nella sua direzione estrema: le parti heavy dovevano essere più heavy, le melodie più belle dovevano diventare ancora più belle, le sezioni difficili ancora più impervie. Il risultato è un album di quarantuno minuti che alterna picchi di delicatezza quasi impressionista a scariche ritmiche che non avrebbero sfigurato nel catalogo della djent più ortodossa. La formazione allargata è uno degli elementi più interessanti del disco. Accanto al nucleo fisso Simon Grove al basso e alla co-produzione, Chris Allison alla batteria- Plini ha coinvolto Dave Mackay a pianoforte, tastiere e sintetizzatori, A.J. Minette agli arrangiamenti per archi, e una serie di ospiti d'eccezione: il violinista Misha Vayman, il violoncellista Yoshi Masuda, John Waugh al sassofono e al flauto, la arpista Emily Hopkins nella conclusiva After Everything. Non si tratta di decorazione: questi strumenti ridisegnano la tavolozza sonora dell'album in modo strutturale, spostando il centro di gravità dal metal al progressive con venature da camera.
Il viaggio inizia con Dorénavant ("d'ora in poi", in francese): un'apertura che, come il suo titolo suggerisce, intende segnare un punto di svolta. La chitarra introduce i propri temi con naturalezza disarmante, senza l'ostentazione virtuosistica che spesso affligge il genere. An Unnameable Desire, la title track, consolida questo approccio: è il primo singolo pubblicato, quello che Plini stesso ha descritto come il capitolo iniziale di un'avventura pensata per dare "una falsa sensazione di sicurezza su ciò che verrà". Non contiene nemmeno un assolo di chitarra tradizionale -una scelta coraggiosa per un musicista noto soprattutto per quella tecnica. Da qui l'album si apre su un terreno sempre più vario: Ciel è forse il picco compositivo del disco, con l'innesto di Żytecki che aggiunge una prospettiva sonora inattesa; Canyon e Ruin sono i momenti di maggiore peso specifico, dove le dinamiche si fanno dense e percussive; Manala e Vespertine reintroducono archi e melodia in un'alternanza di tensione e distensione ben calibrata. La chiusura è affidata a After Everything e The Time Will Pass Anyway, che rappresentano probabilmente il punto di maggiore coesione tra le varie anime dell'album: la prima, con l'arpa di Emily Hopkins, tocca vette di lirismo strumentale difficilmente replicabili; la seconda congeda l'ascoltatore con il respiro di chi ha già detto tutto il necessario. Il mixing di Simon Grove e il mastering di Adam "Nolly" Getgood restituiscono un suono trasparente e potente al tempo stesso, in cui ogni strato trova il proprio spazio senza mai sovraccaricare il quadro d'insieme.
Rispetto a Handmade Cities e Impulse Voices, il cambiamento non è tanto nella qualità della scrittura -già altissima- quanto nella diversa distribuzione dei pesi. Il Plini degli esordi appariva spesso più solare, liquido, quasi sospeso in una forma di virtuosismo melodico dove la complessità tecnica veniva addolcita da un senso costante di leggerezza. Impulse Voices aveva già ampliato il vocabolario, accentuando colori jazz-fusion, arrangiamenti più stratificati e una scrittura meno immediata. An Unnameable Desire sembra fare un passo ulteriore: meno interessato a mostrare il fraseggio come centro dell'esperienza, più concentrato sul contrasto tra massa sonora, architettura ritmica e aperture liriche. I passaggi virtuosi non scompaiono, ma vengono spesso inglobati nella struttura; al loro posto emergono con più decisione il peso delle chitarre, la fisicità della batteria e una densità armonica che rende l'album meno arioso, ma anche più ambizioso.
An Unnameable Desire è un album che porta fino in fondo la propria logica interna, senza timore di essere complesso né di essere bello. Il titolo non è soltanto descrittivo. ma quasi programmatico: il desiderio resta innominabile perché la musica stessa lavora su questa tensione -tra l'urgenza di esprimere e la scelta di non tradurre mai in parole. In questo è coerente e ammirevole. Se rimane qualcosa di parzialmente irrisolto, è nella gestione dell'accumulo: un album costruito interamente per eccessi -più pesante, più melodico, più denso- rischia di neutralizzare i propri picchi, di rendere ogni momento altrettanto intenso degli altri e perciò, paradossalmente, meno memorabile di quanto potrebbe essere. Plini è un autore troppo raffinato per non aver considerato questo rischio; si può legittimamente discutere se lo abbia sempre evitato.
Tracce essenziali: Ciel, After Everything, The Time Will Pass Anyway
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Plini ottimo artista! Vi consiglio di ascoltare I Built The Sky, atro progetto di un chitarrista australiano davvero interessante. Il nuovo album è appena uscito |
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Complimenti per la recensione, raro leggere una tale ricchezza espressiva quando si ha a che fare con la nostra musica...Plini è uno dei più significativi chitarristi della nuova (a questo punto non nuovissima) generazione, sto ascoltando quest\'ultimo lavoro, forse preferivo quello stile tu hai molto efficacemente definito \"solare\" e \"liquido\", ma rimane sempre un ascolto più che piacevole.
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INFORMAZIONI |
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Tracklist
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1. Dorénavant 2. An Unnameable Desire 3. Ciel 4. Canyon 5. Now & Then 6. Manala 7. Vespertine 8. Ruin 9. After Everything 10. The Time Will Pass Anyway
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Line Up
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Plini (Chitarra) Simon Grove (Basso, Chitarra ausiliaria) Chris Allison (Batteria, Percussioni)
Musicisti Ospiti Dave Mackay (Pianoforte, Tastiera, Sintetizzatori) A.J. Minette (Arrangiamenti per archi) John Waugh (Sassofono, Flauto) Misha Vayman (Violino) Yoshi Masuda (Violoncello) Emily Hopkins (Arpa) Jakub Żytecki (Chitarra solista su traccia 3)
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