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The Ruins of Beverast - Tempelschlaf
27/01/2026
( 975 letture )
Ogni nuovo album prodotto da The Ruins of Beverast non rappresenta solo un’esperienza musicale, bensì l’esplorazione di paesaggi sonori unici, immersi in un’atmosfera irreale e ritualistica, in cui le melodie si ergono, titanici edifici solitari in un deserto sulfureo che si fa specchio dell’animo umano. Un approccio in cui architettura emotiva e ingegneria compositiva si sono incontrati con successo e che, grazie ad una rara costanza nel produrre musica di altissima qualità, ha permesso al progetto di evolvere, disco dopo disco, secondo una linea sempre coerente, senza perdere un colpo, e di affermarsi così tra le realtà più significative nel panorama black del Ventunesimo secolo.

Assente dalle scene dal 2021, Alexander von Meilenwald torna dunque ora protagonista con il settimo lavoro sulla lunga distanza della sua one-man band, sempre pubblicato dalla fedelissima Vàn Records. Tempelschlaf segue per certi versi la strada intrapresa già da The Thule Grimoire, che già arricchiva la caratteristica formula black/doom con una componente melodica più marcata, sporcature sludge e abbondanti sconfinamenti in campo dark/gothic. Rispetto al passato sono stati però decisamente tagliati i momenti ambient, sostituiti in larga parte da un utilizzo più massiccio degli arpeggi, che permette di dare così forma ad un disco maggiormente riff-focused, in cui i brani assumono delle strutture più organiche e le atmosfere si fanno meno dilatate, le ritmiche meno erratiche. Le composizioni stesse, pur non mancando di climax, ampi intermezzi e momenti introduttivi o conclusivi, sono state sfoltite, dando vita al primo album della discografia che, seppur di poco, non supera l’ora di durata complessiva, laddove tutti i suoi successori si attestavano all’incirca tra i settanta e gli ottanta minuti. Questo non si traduce però in un disco meno evocativo: la psichedelia continua a rivestire un ruolo chiave nell’architrave sonoro, all’interno di una coesistenza tra le varie componenti che risulta ancora una volta complessa ma ben equilibrata. Così come equilibrata si dimostra la produzione, che pur essendo sempre affidata a Micheal Zech della Church of Sound di Monaco di Baviera, opta per un approccio differente, abbandonando ad esempio il suono di chitarra un po’ volutamente zanzaroso presente sul disco precedente, e andando all-in su una produzione chiara, potente, piena, ricca soprattutto di bassi che esaltano il pesante downtuning e le sensazioni più opprimenti.

È la title-track a fornirci un primo sguardo sulla valle oscura per cui ci accompagna il mastermind, tratteggiata fin dalle prime note come si fosse davanti ad un dipinto: un incipit in cui voci femminili e i tom della batteria evocano la classica atmosfera da rituale, mentre l’entrata in campo della voce maschile, grave e drammatica, e il coinvolgente riff principale, accompagnato da ampi arpeggi, tradisce le evidenti influenze Type O Negative. Il riffing soprattutto nella seconda parte si fa particolarmente fangoso e si carica di dissonanze, ma non perde mai né groove né potenza emotiva. A Day of the Proacher poi il compito di esprimere al meglio l’altra anima del progetto, quella più legata al black metal, con riffing più aggressivo, voci in scream, ritmiche galoppanti, atmosfere più oscure ma al contempo più epiche. La combo riff-arpeggi si dimostra però un’irrinunciabile soluzione, che torna infatti presente e riuscitissima con Cathedral of Bleeding Statues, col suo andamento funereo, quasi death/doom, che esplode in un finale disperato in cui riff in tremolo e blast-beat ci fanno tornare per un attimo su neri tragitti, e con la successiva Alpha Fluids, ancora una volta più bellicosa e dinamica. Babel, You Scarlet Queen rappresenta invece la canzone meno convincente, a causa di progressioni armoniche non sempre riuscitissime e ad una lunga sezione centrale strumentale poco trascinante, nonostante un promettente riff portante. In Last Theatre of the Sea tornano invece protagonisti gli arpeggi, stavolta più riverberati che mai quasi a voler rendere una certa sensazione “acquatica”, mentre l’atmosfera si fa massimamente solenne con The Carrion Cacoon, triste, lenta ed inesorabile, in cui torna qualche accenno di elettronica e chiusa sul finale dai soliti ottimi arpeggi e da uno straziato solo di chitarra.

Tempelschlaf è dunque l’ennesima riprova del talento e delle enormi potenzialità espressive di von Meilenwald , un ennesimo centro che prolunga una striscia di successi ininterrotta sin da Unlock the Shrine. Un album denso ed evocativo, caratterizzato da riff memorabili e un songwriting che mantiene sempre incollati alle casse nonostante lo stile complessivamente impegnativo. Le Rovine del Bifrost le ritroviamo dunque così come le avevamo lasciate, estremo tempio che si staglia all’orizzonte del deserto, irriducibile monumento di grandiosità che sfida l’aridità circostante. Una distante ma concreta certezza anche per il viaggiatore più smarrito.



VOTO RECENSORE
84
VOTO LETTORI
85 su 4 voti [ VOTA]
Pacino
Lunedì 2 Febbraio 2026, 3.51.28
5
Questa volta un album solo discreto. Aveva abituato troppo bene. Voto 72.
Enry
Venerdì 30 Gennaio 2026, 20.42.05
4
Sempre adorati, una delle mie band preferite degli anni 2000, un altro disco meraviglioso. Inizierò a parlare di Top 9 perché un posto è già andato. Enormi.
No Fun
Mercoledì 28 Gennaio 2026, 15.48.28
3
Bene, me lo ascolto al più presto, e ne approfitto per un ripasso di alcuni sui dischi che ho ma che non ascolto da anni.
Giollo
Mercoledì 28 Gennaio 2026, 10.55.02
2
Probabile top10 a fine anno. Voto 88.
lisablack
Mercoledì 28 Gennaio 2026, 6.40.36
1
Per me già uno dei top del 2026, bellissimo disco, nulla da aggiungere
INFORMAZIONI
2026
Van Records
Black/Doom
Tracklist
1. Tempelschlaf
2. Day of the Proacher
3. Cathedral of Bleeding Statues
4. Alpha Fluids
5. Babel, You Scarlet Queen
6. Last Theatre of the Sea
7. The Carrion Cacoon
Line Up
Alexander von Meilenwald (Voce, Tutti gli strumenti)
 
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