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All Them WItches - House of Mirrors
25/07/2026
( 808 letture )
Tornati a fine maggio col loro settimo album dopo una lunga pausa gli All Them Witches si portano dietro anche qualche inevitabile novità. Non nella proposta, quanto piuttosto nella loro stessa identità: accolto nuovamente Van Cleave in formazione, il gruppo di Nashville ha dovuto poi salutare il membro fondatore Robby Staebler, il quale ha lasciato il proprio posto dietro la batteria non senza criptiche dichiarazioni che sembravano alludere a una non idilliaca situazione. Pur senza pubblicare un disco, il gruppo non era comunque rimasto fermo, come da tradizione, iniziando a rilasciare singoli che avrebbero dovuto comporre Baker’s Dozen, ovverosia una raccolta di dodici brani più un extra, con cadenza mensile partendo da gennaio 2022. Arriviamo quindi al nuovo ingresso di Christian Powers, arruolato per il tour del disco ancora in uscita e poi confermato come membro ufficiale e, finalmente, ad House of Mirrors.

Chi conosce la band sa che al di là della torrenziale quantità di pubblicazioni, gli All Them Witches hanno anche mantenuto nel tempo una costante capacità di mutare formula senza mai rinnegare i propri assunti di base: blues, rock e folk delle origini, riletti in chiave psichedelica, con qualche punta di stoner e doom a irrobustire il sound. Una proposta molto classica, sulla carta, che il talento del gruppo ha saputo rendere personale e propria, donando a ciascuna pubblicazione una propria specifica identità. L’apparente scoglio dell’uscita di Staebler viene superato con agilità, tanto che House of Mirrors si candida a essere una delle migliori uscite del gruppo. Colpisce fin da subito la qualità della registrazione, con un suono caldo, profondo e naturale, che rende merito alla qualità strumentale dei quattro e alle composizioni. In generale, si nota come la band abbia lavorato duro in questi sei anni e, infatti, tutti i brani di House of Mirrors godono di una propria identità specifica e come la band sembra aver lavorato per sottrazione. Si tratta di una caratteristica che il gruppo ha fin dagli esordi, qui esaltata dall’esperienza e padronanza raggiunte: le canzoni, che pure hanno sviluppi e arrangiamenti tutt’altro che semplici e scontati, sono tutte asciutte fino all’osso, non una nota in più del necessario, lavorate e rifinite al punto che qualunque passaggio e scelta diventa importante nell’economia del brano. La tensione accumulata è notevolissima, tanto che anche un semplice cambio di dinamica o le perfette entrate e sequenze di assolo di un clamoroso Ben MacLeod risaltano immediatamente, donando alle canzoni quel qualcosa in più di inafferrabile che solo il talento degli strumentisti sa donare. Non mancheranno i riferimenti e, in più di una occasione, i nomi di Queens of the Stone Age, The Black Keys e Arctic Monkeys vengono in mente, ma è sempre e soltanto il nome degli All Them Witches a brillare, alla fine.
L’album si apre con il rifacimento in chiave psych/doom del classico folk Red Rocking Chair, rallentato e sottoposto a un riff di pesantezza rara, nel quale già si percepiscono quella tensione e l’essenzialità di cui parlavamo prima. Il brano è incatenato, lento, inesorabile, avvolge e trascina già con l’esplosione del riff pesantissimo, ma resta legato finché non è l’assolo fluviale di McLeod a liberarlo, dando anche a Powers lo spazio per un crescendo che non è fluviale, ma inarrestabile e travolge come lava. Inizio fortissimo, ma Culling Line è anche meglio, con la sua atmosfera blues e torrida e i suoi crescendo psichedelici, per tacere della bellissima voce di Charles Michael Parks Jr., padrone della scena. Ancora blues rurale con Aethernet, che sembra uscire da un disco degli anni ’30 -ma suonato oggi-, con una intensità da urlo e quelle aperture ancora governate da McLeod con la sua bottleneck guitar suonata con la slide e l’organo di Cleave a contrappuntare. Traccia spettacolare, che cattura immediatamente con il suo richiamo alle origini e la psichedelia che avvolge tutto. Hold Up, Say What? alza decisamente il ritmo con la sua atmosfera alternative rock e un gran groove di fondo, nel quale Parks Jr. e Powers danno il loro meglio e McLeod semplicemente straripa. Bello anche il repentino cambio di atmosfera che spezza il brano e permette a Cleave di giocarsi la sua parte col mellotron che simula gli archi. Brano trascinante e apparentemente “scanzonato” che rivela ben presto una profondità notevole e, ancora una volta, l’impressionante qualità strumentale dei quattro. Go-getter chiude la prima parte con un’atmosfera notturna, senza batteria, sognante e sulla quale Parks jr. fa quasi da crooner. Un ottimo cambio di atmosfera che apre a uno dei momenti apicali del disco: Starting Line col suo ondeggiare tra blues e stoner e un movimento di costante ritorno scandito dalle esplosioni della distorsione è uno di quei rari pezzi praticamente perfetti, che non a caso è stato scelto come singolo. Turn on the Light è uno spettacolare incrocio tra Queens of the Stone Age e Arctic Monkeys ed è francamente una traccia clamorosa, indolente, sexy e arrogante, nella quale gli All Them Witches mettono il loro zampino psichedelico a esaltare il tutto. Nel mezzo a queste due tracce e alle due finali, Angel on the Wayside finisce per trovarsi un po’ scomoda, giocando il ruolo di brano dall’appeal rockeggiante che rialza il ritmo e sacrificandosi un po’ nel confronto, pur non essendo di per sé affatto meno valida. The Welterweight col suo racconto di un pugile che ha conosciuto il peso della sconfitta rifiuta la retorica da sogno americano e resta sospesa, aprendo ai sentimenti senza offrire soluzioni o conforto. E’ un brano da brividi, che parte sospeso, nella classica tradizione americana cantautoriale, ma poi evolve in un tipico brano degli All Them Witches, senza perdere di intensità epica. Vale la pena leggere e provare a capire il testo, per cogliere i mutamenti strumentali e le sue aperture e crescendo, che seguono il racconto in modo esemplare. Chiude Saturn Song e la band non delude neanche stavolta, realizzando un brano che racchiude tutto il fascino del disco, mutevole e carica di atmosfera, che si prende tutto il tempo di rilasciare la propria intensità, senza inutili sfoggi di violenza.

L’uscita di Robby Staebler non sembra aver danneggiato gli All Them Witches, che anzi tornano con un disco davvero ottimo e praticamente senza punti deboli. Quanto fosse frutto anche del suo contributo non è facile scindere, quindi, la prova della solidità della band resta da arrivare, ma House of Mirrors è un disco che non lascia dubbi sulla sua profonda qualità e sulla cura con la quale è stato realizzato. Niente di nuovo si dirà e la critica può essere mossa in generale a tutto il repertorio del gruppo, eppure, è difficile che nell’ambito si ascolti un album di questa qualità complessiva e di così grande varietà. Il talento della band è straripante e se questo a volte è andato a discapito degli album, magari non tutti proprio a fuoco per intero, qua davvero non c’è spazio per niente che non sia ottimo. Non è un capolavoro, ma se gli darete una chance e qualche ascolto attento, che permetta di cogliere le sfumature, occuperà presto un posto rilevante nelle vostre preferenze di quest’anno (almeno).



VOTO RECENSORE
83
VOTO LETTORI
72.66 su 3 voti [ VOTA]
daviz
Martedì 28 Luglio 2026, 14.21.15
2
bella band
Duke
Domenica 26 Luglio 2026, 17.51.45
1
...con loro vado sul sicuro......tanta roba....
INFORMAZIONI
2026
BMG Records
Psychedelic Rock
Tracklist
1. Red Rocking Chair
2. Culling Line
3. Aethernet
4. Hold Up, Say What?
5. Go-getter
6. Starting Line
7. Turn On the Light
8. Angel on the Wayside
9. The Welterweight
10. Saturn Song
Line Up
Charles Michael Parks, Jr. (Voce, Basso)
Ben McLeod (Chitarra)
Van Cleave (Tastiera, Fender Rhodes)
Christian Powers (Batteria, Percussioni)
 
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